08/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni anno sono 4,5 milioni di dollari i fondi per i palestinesi perduti per i blocchi d'Israele

Provate a pensare a tutte le cose che si possono fare con 4,5 milioni di dollari in un anno. Scuole, ospedali, progetti di sviluppo, riforme, servizi e investimenti. Ogni anno, però, tutto questo denaro si perde nel nulla di una burocrazia negligente quando non colposa. Accade in Palestina, ma sarebbe meglio dire che accade in Israele, che bloccando questi fondi li neutralizza di fatto.

Lo rivela un rapporto di tredici pagine, intitolato Restricting Aid - The Challenges of Delivering Assistance in The Occupied Palestinian Territory, diffuso dall'Association of International Development Agencies (Aida), un organismo di coordinamento di 84 organizzazioni internazionali non governative e no-profit che operano nei Territori Occupati.
Il rapporto sottolinea come il governo israeliano ponga in essere un'infinità di barriere e restrizioni al movimento e all'accesso alla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Check-points, blocchi stradali, il muro di separazione, zone proibite, oltre al blocco marittimo, aereo e terrestre su Gaza.

Una prigione, per il popolo palestinese, ma anche per le ong che cercano di sopperire alle carenze della condizioni di vita dei palestinesi dovute all'occupazione militare che permane dal 1967. Come lo impedisce? Rendendo complessi e macchinosi, per cominciare, gli spostamenti degli operatori delle ong. Ma non solo: i permessi negati, i visti di lavoro che non arrivano mai, le autorizzazioni per i progetti congelate producono dei costi a perdere enormi. Un esempio: quasi tutte le ong sono state costrette, per sfuggire a questa morsa della burocrazia kafkiana, a creare strutture parallele tra Cisgiordania e Gaza, duplicando costi che drenano fondi ai progetti.

A questi ostacoli alle persone, si sommano quelli alle cose. Materiali, prodotti, attrezzi e strumenti finiscono in un labirinto di carte bollate che non arrivano mai, senza che il governo israeliano si messo nelle condizioni - dalla comunità internazionale - dei blocchi applicati su merci e materiali.
Il rapporto, con lucidità, critica anche le divisioni tra Cisgiordania e Gaza, dopo che la presa del potere di Hamas nella Striscia ha spaccato la Palestina in due. Tutto questo, sulla pelle dei palestinesi, produce uno spreco grave di tempo e fondi che devono essere finalizzati al sostengo della popolazione civile palestinese. 

Il rapporto, per altro, non fa cenno agli edifici e alle strutture distrutte in questi anni (l'operazione Piombo Fuso del 2009 per esempio) dalle operazioni militari israeliane. Tutte opere della cooperazione internazionale che nessuno risarcirà mai. L'Aida chiede un urgente pressione internazionale sul governo israeliano, per permettere alle ong di continuare a sostenere i civili palestinesi. L'importanza e l'urgenza di questo intervento è resa da un dato: l'80 percento dei palestinesi dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere. In attesa che i civili palestinesi, quando l'occupazione sarà finita, possano pensare a loro stessi. E nessuno lo desidera più di loro.

Christian Elia

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