"Il National Geographic non pretende di determinare alcun nome geografico tibetano, ma cerca semplicemente di fornire delle mappe le cui informazioni siano sufficienti a raccontare la realtà geopolitica per quello che è realmente". Queste le parole di Juan José Valdés, geografo e direttore del dipartimento per la redazione di mappe presso la famosa rivista di scienze naturali, che ha voluto replicare alle accuse giunte dal Tibet circa l'utilizzo di alcuni toponimi.
Valdés ha precisato che l'utilizzo di nomi geografici tibetani si è evoluto nel tempo. Se fino al 1970 compariva il toponimo tibetano seguito dal nome romanizzato cinese tra parentesi, dopo il 1977, in seguito alla terza conferenza delle Nazioni Unite per la standardizzazione dei nomi geografici, si è votato per l'adozione del Pinyin, il sistema di trascrizione ufficiale del cinese standard. Da allora la maggior parte dei toponimi tibetani sono cambiati in favore di tale sistema, causando di recente l'indignazione di un popolo che probabilmente vede in essi "potenti simboli di indipendenza e orgoglio nazionale".
"Il National Geographic non vuole porsi come arbitro in una tale questione", ha concluso Valdés, "e benché qualcuno non riconosca o consideri illegale l'utilizzo di alcuni nomi, resta il fatto che la regione tibetana è attualmente amministrata dalla Cina".