L'elogio dopo il massacro. Il presidente siriano Bashar al-Assad si è complimentato stamani con le sue truppe per aver 'sconfitto il nemico', all'indomani dell'operazione delle forze di sicurezza che ha causato 136 morti a Hama, roccaforte della resistenza, 200 chilometri a nord di Damasco. In un discorso pronunciato in occasione del sessantaseiesimo anniversario della fondazione dell'esercito, il presidente ha sottolineato che i militari "hanno dimostrato la loro lealtà al popolo, alla nazione e alla fede. Ammireremo i loro sforzi e i loro sacrifici, che sono serviti a sconfiggere il nemico, preservando la Siria".
Sono ricominciati gli scontri, a meno di 24 ore dall'eccidio del Ramadan, nella città ribelle, storico centro della rivolta contro il regime della famiglia Assad. Dopo una notte di sporadici confronti a fuoco nelle strade, oggi i tank hanno nuovamente cannoneggiato il centro cittadino. Non si conosce ancora l'entità esatta di quest'ultima repressione, ma testimonianze locali parlano di almeno cinque morti: nonostante i gruppi di tutela dei diritti umani, come il Syrian observatory for Human Rights, denuncino molti più morti degli oltre cento contati fino ad ora, le notizie dal Paese stanno trapelando con enorme difficoltà a causa della chiusura imposta dal regime. L'escalation di violenza si verifica proprio in occasione del giorno di inizio del mese sacro del Ramadan. I musulmani di Siria hanno riempito le moschee per eccezionali sessioni notturne di preghiera. Assad teme che gli incontri e le riunioni dopo il tramonto fungano da propellente per nuove proteste in tutto il Paese a maggioranza sunnita.
Non è una sorpresa che Hama sia stata colpita dalla furia dell'esercito di regime: quarta città della Siria con 700mila abitanti, è simbolo della lotta contro la famiglia Assad. Già nel 1976 fu l'epicentro delle sommosse ispirate dai Fratelli musulmani contro il padre di Bashar, Hafez. Ma l'episodio più sanguinoso risale al 1982, quando il "leone di Damasco" rispose alle proteste con i tank. L'artiglieria e i carri armati attaccarono la città uccidendo indiscriminatamente tra le 25 e le 30mila persone. Il centro di Hama fu raso al suolo e ricostruito per cancellare ogni memoria dell'insurrezione. La città è teatro di proteste quasi quotidiane, con decine di migliaia di persone in piazza. Lì hanno scelto di recarsi gli ambasciatori di Francia e Stati Uniti, Eric Chevallier e Robert Ford, lo scorso otto luglio, per esprimere la solidarietà al mezzo milione di manifestanti che si era riversato in piazza.
Rumoreggiano invece i tamburi di guerra, amplificati dagli interventisti del mondo occidentale. La Gran Bretagna non esclude un'intervento militare come quello in Libia. "Non si tratta di una remota possibilita'", ha dichiarato il ministro degli Esteri Wiliam Hague, ipotizzando per la prima volta quanto escluso finora dagli altri Paesi. Anche la Russia, tradizionale alleato della Siria, ha rotto il silenzio e condannato la violenta repressione operata dal regime di Bashar el Assad e chiede che l'uso della forza contro i civili cessi immediatamente. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri di Mosca.
Più di 1.600 civili sono morti nel cruento giro di vite imposto dal regime alla repressione di manifestazioni pacifiche, cominciate a metà marzo nel Paese mediorientale.
Luca Galassi