18/08/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Un tempo alleate e al servizio di Khartoum, adesso in guerra tra loro. In Darfur ora si combattono anche le tribù arabe

La guerra in Darfur ha cambiato faccia. Non c'è più solo il conflitto tra tribù "africane" e tribù "arabe" alleate del governo di Khartoum, schema fuorviante e superficiale con cui spesso si riassume la guerra scoppiata nel 2003. Adesso a combattersi sono gruppi arabi e le rispettive milizie, quelle stesse che il Sudan aveva armato e impiegato come formazioni paramilitari. Secondo l'Unamid, la missione ibrida Nazioni Unite/Unione Africana schierata in Darfur, tra l'80 e il 90 per cento delle morti violente registrate nei tre stati in cui è divisa la regione darfurina (Darfur settentrionale, occidentale e meridionale) tra il 2006 e il 2008 sono attribuibili proprio a questo conflitto nuovo e parallelo, che ha momenti di stanca, entra in letargo e all'improvviso riesplode. Come l'anno scorso, quando gli scontri armati tra tribù hanno provocato oltre mille morti. All'origine degli scontri, la semplice lotta per risorse, quelle naturali, che non bastano per tutti. Eric Reeves, docente statunitense tra i principali esperti di Sudan e Darfur, spiega così a Peacereporter le cause della nuova guerra: "Khartoum ha reclutato i Janjaweed (milizie impiegate nella guerra del 2003-2010, ndr) da quasi tutte le tribù arabe, soprattutto dagli Abbala, promettendo loro il bottino e la terra. Il bottino lo hanno avuto ma di terra non c'era abbastanza terra per tutti, così adesso i gruppi 'arabi' si combattono per la terra, i pascoli e i percorsi migratori".

Non è facile tracciare un fronte principale e districarsi nel complesso intrico di tribù e sottogruppi. A scontrarsi sono comunque due grandi gruppi, gli Abbala, allevatori nomadi di cammelli originari del Darfur settentionale, e i Baggara, pastori insidiatisi prevalentemente nel Darfur meridionale. "Gi Abbala, a causa della desertificazione e della mancanza di terre hanno cominciato a spingersi nelle aree dei Baggara, pensando di poter contare sulla solidarietà tra pastori arabi", ricostruisce Julie Flint nel suo studio intitolato The Other War: The Inter-Arab Conflict in Darfur. Di scontri, anche violenti e sanguinosi, se ne sono registrati già in passato ma non erano paragonabili a quanto accade da alcuni anni. L'enorme disponibilità di armi, la delusione per il mancato miglioramento delle proprie condizioni di vita, la criminalità ma soprattutto l'indebolimento delle procedure consuetudinarie di risoluzione dei conflitti sono il pericoloso cocktail alla base del nuovo conflitto, nel quale sono precipitate una serie di tribù e sotto-tribù legate agli uni o agli altri. Negli ultimi anni, la violenza è esplosa perché una ragazza stuprata o un uomo ucciso in una rapina appartenevano ad un certo gruppo, per un furto di bestiame, perché la tribù alla quale apparteneva il colpevole non ha pagato per intero o in tempo la dija (soldi di sangue) prevista, cioè l'indennizzo. È successo nel 2005 e nel 2007 e di nuovo l'anno scorso, per un totale di oltre duemila vittime.

Il Darfur meridionale, dove le tribù "arabe" sono la maggioranza, è una delle aree più calde mentre la popolazione più coinvolta negli scontri è quella dei Rezegat del nord, "il settore più marginale e militarizzato della società del Darfur", scrive Flint. Con quelli del sud costituiscono la più grande tribù araba darfurina (ma i loro cugini meridionali, che non allevano cammelli e vivono sotto l'autorità di un nazir, non hanno appoggiato la politica sudanese in Darfur e non si sono mobilitati contro le tribù "africane"). Dietro la maggior parte dei conflitti, ci sono loro: quello contro i Terjem, gruppo Baggara, del 2007 (500 morti) e contro i Missereya dell'anno scorso (oltre mille vittime). Sono guerrieri temibili ma soprattutto bene armati: in buona parte sono stati integrati nell'Intelligence Border Brigade, muniti di armi pesanti e Pick up Toyota 4x4. I miliziani provenienti dalle altre tribù arabe sono stati invece assorbiti dalla riserva della polizia, ricevendo meno risorse. C'è anche una questione di invidie e gelosie ad alimentare il conflitto, che ha ovviamente ricadute politiche. A soffiare sul fuoco ci sono anche quei gruppi armati, come il Justice and Equality Movement (Jem), auto-esclusosi dal negoziato di Doha e dall'accordo di massima di luglio che ha congelato la guerra in Darfur. Il Jem avrebbe stretto un'alleanza con milizie Baggara e ne starebbe assorbendo molte. Dopo tutto, gli "arabi" del Darfur, quando combattevano insieme, erano una forza formidabile, temuta addirittura dal Sudan che la impiegava, e questo spiegherebbe anche perché a Khartoum non dispiaccia troppo una resa dei conti interna, sospetto che hanno in molti, su entrambi i fronti. Poi ci sono gli spettri dell'Splm/a sud-sudanese e dell'opposizione al governo sudanese di Omar al Bashir costituita dal Partito popolare del congresso di Hassan al Turabi. Fonti Abbala sostengono che al Turabi, attraverso il Jem, abbia fornito sostegno ai Baggara. Voci, non sempre fondate, ma che danno l'idea che la posta in gioco non sono solo pascoli e terreni coltivabili.

 

Alberto Tundo

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