PeaceReporter pubblica due lettere che richiamano l'attenzione dell'opinione pubblica sul caso della Savina Caylyn, la petroliera italiana sequestrata lo scorso febbraio dai pirati somali con 17 marinai indiani e i 5 italiani a bordo. La vicenda non è ancora giunta a conclusione e, stretta nella morsa delle varie emergenze nazionali e internazionali, rischia di cadere nell'oblio. Cosa sta facendo il governo italiano per risolvere il caso? Qual è l'atteggiamento dell'armatore? Familiari e amici dei marittimi attendono risposte.
Adriano Bon, padre del primo ufficiale di coperta Eugenio Bon, uno dei cinque marinai italiani in prigionia
Gentile direttore,
in questo periodo dove tutto è concentrato sulle questioni libiche e finanziarie, vorrei mantenere alta l'attenzione sul dramma delle Savina Caylyn, perchè non finisca nell'oblio.
Per fare il punto sulla situazione attuale.
Il ministro La Russa ha inviato il cacciatorpediniere Andrea Doria in Somalia per monitorare il sequestro della Savina Caylyn ma non ha specificato che il monitoraggio era limitato ad un fugace passaggio, all'interno pare, di una più vasta e diversa missione, per cui i 17 marittimi indiani e i 5 italiani sotto sequestro nel caldo torrido da più di sei mesi rimangono senza protezione.
Certo, dietro le quinte ci dovrebbe stare anche un lavoro di intelligence, una rete di servizi per acquisire il quadro degli accadimenti, ad essa si accenna e sussurra e per noi profani è un'immagine circondata di mistero, sono uomini concreti sul territorio o lavorano e intercettano con alte tecnologie via etere, sono ben strumentati e preparati? Di tali informazioni, solo una minima parte, le meno segrete, sono girate alla Farnesina e di seguito a noi familiari, e verso i loro operatori incolpevoli, a volte ci irritiamo per la scarsezza di quanto ci comunicano ma in sostanza loro svolgono un compito di contenimento alle apprensioni delle famiglie. Tutte queste opzioni, militari e servizi, sono solo l'occhio che osserva, ma la liberazione dovrà dipende dalle decisioni finali del Governo.
Quindi al vertice del problema da un lato va posto il Governo e dall'altro la Compagnia di Navigazione, i quali inspiegabilmente operano su binari indipendenti.
Invece, considerando che le Compagnie di bandiera godono di molti favori da parte dello Stato, ci dovrebbe essere un controllo, in questo contesto, sull'operato dell'Armatore Luigi D'Amato, personalmente resosi per noi familiari irraggiungibile.
Le Compagnie più responsabili che trasportano merci di valore in quei tratti di mare sottoscrivono un'assicurazione aggiuntiva sul rischio pirati, se questo fosse stato fatto, la liberazione della petroliera poteva avvenire già nei mesi scorsi. Nella logica comune l'assicurarsi per questi rischi mette al riparo l'Armatore dai gravi danni economici sul rischio di un prolungato inutilizzo della nave, delle sue strutture, del deterioramento merci, e inoltre dal dover reggere l'imbarazzo d'abbandonare l'equipaggio a un ingrato destino: o non è così?
In conclusione, abbiamo il Governo che si limita a osservare e controllare la situazione; l'Armatore che non è in grado di soddisfare le richieste dei pirati; e la "tortuga" infine che non cede dalle sue posizioni. Stando così le cose, la prigionia si potrebbe allungare per altrettanti mesi e quindi si sappia che i nostri cari non saranno ammazzati dai pirati ma potranno perire per essere stati abbandonati all'inedia, stenti e consunzione.
L'opinione pubblica intera e in particolare le città marittime dovrebbero sensibilizzarsi a questa problematica e mobilitarsi pacificamente per stimolare lo Stato alla risoluzione in quanto, ciò riguarda anche tutti gli italiani e i lavoratori che per sventura si trovassero in difficoltà all'estero, che se non importanti, noti o con forti agganci politici, andrebbero incontro al rischio d'esser abbandonati al loro destino, come questi nostri ragazzi.
Noi familiari dopo aver avuto contatti con tutte le autorità, ora vogliamo rivolgerci anche al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: sig. Presidente ci si appella a Lei, che pur essendo pressato a tenaglia tra l'attuale situazione internazionale e la manovra finanziaria non trascuri questo dramma; Lei è anche padre, immagini come ci si sente ad avere un figlio o un proprio caro sequestrato, e trovi per noi una strategia pacifica di liberazione.
Adriano Bon
Dora Scotto Lavina, cittadina procidana
Gentile direttore,
mi chiamo Dora e vivo a Procida, un'isola nel golfo di Napoli. Da sei mesi una nave petroliera, la Savina Caylyn della compagnia Fratelli D'amato è stata sequestrata al largo delle coste somale ed è nelle mani dei pirati. L'equipaggio è composto da 5 italiani e 17 indiani tra cui due procidani: Giuseppe Lubrano Lavadera, comandante della nave, e Crescenzo Guardascione, secondo ufficiale di bordo. Dopo due mesi di trattative, è stata sequestrata una seconda nave della stessa compagnia, la Rosalia D'Amato, su cui si trovano altri due procidani, Vincenzo Odoaldo e Vincenzo Ambrosino. I familiari di questa seconda nave, chiedono che almeno per il momento si riserbi il silenzio. Inizialmente le famiglie della Savina Caylyn hanno rispettato il silenzio richiesto dalla Farnesina. Quando però ci si è resi conto che le trattative non stavano andando a buon fine, allora abbiamo deciso di richiamare l'attenzione pubblica. Purtroppo, lo Stato non ci sta aiutando. Vi chiedo di appoggiare la nostra causa nella speranza che l'equipaggio tutto venga finalmente rilasciato. Mantenendo viva l'attenzione dei media forse abbiamo una speranza che il ministero degli Esteri decida di intervenire e di pagare parte del riscatto (la compagnia sarebbe disposto a pagarne solo la metà). Parte della nostra preoccupazione è anche derivante dalla possibilità che il petrolio a bordo della nave possa riversarsi nelle acque, causando così un impatto ambientale di grandissima dimensione, proprio perchè la nave potrebbe arenarsi visto che non è più ancorata.
Spero in una vostra collaborazione.
Dora Scotto Lavina