08/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il quotidiano Usa ha scoperto un deposito di armi, maschere antigas e tute protettive poco lontano da Tripoli

Un’inchiesta del Washington Post ha rivelato l’esistenza di documenti che provano l’invio di migliaia di maschere antigas e tute protettive ai depositi di al-Ajelat, cittadina ad ovest di Tripoli, tra gli ultimi bastioni di Muhammar Gheddafi. Sono state ritrovate poi mine antiuomo e anticarro, oltre a piccole bottiglie di vetro, contenenti un liquido giallo: su alcune è scritto “shampoo”, su altre “veleno”, “corrosivo” o “esplosivo”. Una notizia che fa crescere il timore che Gheddafi disponga ancora di un arsenale chimico, di cui potrebbe fare uso nel disperato tentativo di fermare l’avanzata dei ribelli.

Undici tonnellate di irpite, secondo le fonti del quotidiano Usa: un solvente chimico che provoca problemi alla cute e all’apparato respiratorio e che può uccidere in dieci settimane. L’Orgamnization for the Prohibition of Chemicals Weapons, un ente delle Nazioni Unite, in febbraio aveva denunciato l’esistenza di armi illegali. Gheddafi le ha usate già nel 1987, durante la guerra contro il Ciad: il bilancio fu di quasi 10mila vittime e il colonnello perse la guerra.

Nel 2003 il rais libico aveva giurato di sbarazzarsene, in cambio di un riavvicinamento da parte della comunità internazionale. In un cablo di Wikileaks datato 2009, citato dal Washington Post, l’ambasciatore americano a Tripoli lamentava l’eccessiva lentezza nello smantellamento.

Parole chiave: gheddafi, washington post, irpite, ciad, tripoli
Categoria: Guerra, Armi
Luogo: Libia