21/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Una bambina ha perso la vita durante uno scontro tra esercito e farc avvenuto in pieno centro abitato della riserva indigena Nasa

"Quando sono arrivato in quella casa per raccogliere i feriti mi scendevano le lacrime. Ma non erano lacrime di codardia: era rabbia, una rabbia profonda". E' così che una guardia indigena Nasa, popolazione del Nord del Cauca da decenni martoriata da una guerra che non guarda in faccia nessuno, racconta lo scontato epilogo di un faccia a faccia tra soldati e guerriglieri, in pieno centro abitato. L'ennesimo episodio che dimostra come nemmeno chi, come loro, ha scelto la pace come credo, venga risparmiato dalla violenza delle armi.

Tutto è precipitato nel 2010, quale risultato dell'inasprimento dello stato d'assedio militare deciso dall'ex presidente Alvaro Uribe. Prima di allora, gli abitanti di questo sperduto paesino fra le verdi montagne del sud-ovest della Colombia la guerra la sentivano, certo, e anche vicina, ma riuscivano a vivere decentemente perché mai era arrivata nelle loro case. Poi il giorno fatidico. Il 5 luglio 2010 l'esercito nazionale ha cominciato a stazionare stabilmente nel centro della vereda e i combattimenti non sono che andati intensificandosi. Con essi gli sfollamenti. E la disperazione. Sempre più persone sono state costrette a scappare lasciando tutto pur di restare vive. Senza scarpe, figli piccoli in braccio, gli altri al seguito, a decine hanno dovuto rifugiarsi nei centri dell'assemblea permanente, messi a disposizione dalla comunità. Un luogo dove si sono incrementate le riunioni per capire le vere cause del conflitto e per organizzare una difesa più efficiente dei resguardos indigeni. Così, gli uomini della guardia indigena, armati del solo bastone, simbolo di pace e neutralità, hanno iniziato una serie di colloqui sia con l'esercito che con la guerriglia, per esigere il loro ritiro. Da qui il vero disastro.

Questa mossa si è convertita nel pretesto per essere segnalati da entrambe le parti. "La guerriglia ci ha risposto: o con loro o con noi. E lo stesso ci hanno detto i soldati. Nessuno vuol capire che noi non stiamo con chi usa le armi, perché chiunque usi un'arma non difende la vita", ha spiegato un Nasa. Un principio che vanno ripetendo da sempre e che resta comunque inascoltato.

Ma il peggio è iniziato giovedì 15 settembre: alle 6 del mattino, proprio mentre la gente stava iniziando il proprio lavoro nei campi, sono iniziati i combattimenti Farc-esercito. "Le pallottole ci hanno raggiunto da ambo i fronti e ci siamo precipitati a casa per proteggere i bambini", ha raccontato un abitante. Le esplosioni sono continuante e avvicinate sempre più alle abitazioni. Per tutta la giornata è stato fuoco incrociato. Poi al tramonto, la calma. A quel punto, i cittadini convocati in assemblea permanente hanno deciso di andare a dormire sperando che il peggio fosse passato. Ma all'alba, il suono delle mitragliatrici è risuonato imperterrito e i combattimenti sono durati l'intera giornata. Guerriglia ed esercito, trincerati nel bel mezzo delle case, hanno iniziato a lanciarsi bombe di vario tipo. Una ha preso in pieno la casa della famiglia Coicue, ferendo sei persone, fra cui tre bambini. La guardia indigena ha soccorso immediatamente i feriti, in una corsa disperata in moto al più vicino posto di primo soccorso. Ma Maryi Vanesa, 11 anni, non ce l'ha fatta ed è morta durante il tragitto. "Ho raccolto la bambina. Era pallida. Aveva del sangue sul petto. Ha sospirato e mi ha stretto forte la mano, per poi lasciarmela. Lì mi sono reso conto che non avrei potuto più fare nulla per lei. E il silenzio è calato impietoso", ha spiegato la guardia.

Appena appreso della morte della piccola, infatti, i due gruppi si sono ritirati in tutta fretta. Ma i guardiani Nasa non si sono dati per vinti: hanno raggiunto l'esercito, gridando che quanto accaduto era colpa loro, perché non avrebbero dovuto stare in mezzo alla gente e ingaggiare uno scontro a fuoco fra le case. Da loro solo una riposta: "abbiamo solo eseguito degli ordini". Stop.
Altri guardiani, intanto, avevano rincorso le Farc per protestare, furiossmente. E anche da loro un'unica risposta: "Non siamo noi ad aver lanciato quella bomba". 
"La verità è che non importa chi l'ha lanciata, la verità è che chiunque entri nel nostro territorio armato è colpevole", ha quindi precisato un Nasa.

Adesso al padre di Maryi, Abel, non resta che denunciare con la voce rotta dal dolore la violazione dei diritti umani che i gruppi armati perpetrano sistematicamente nel territorio Nasa. Per farlo in modo corale è stata organizzata una marcia, che esigerà anche che soldati e guerriglieri abbandonino quelle terre per sempre, lasciandoli vivere in pace. "Reclutano poveri per uccidere altri poveri. Sappiamo che dietro a tutto ci sono il governo  e le multinazionali che cercano di lasciarci o senza terra o senza vita. Per questo vogliamo che questa morte non venga dimenticata, vogliamo che tutto il mondo sappia che nel Cauca ci stanno sterminando. Vogliamo che si sappia la verità" ha infine concluso una guardia indigena un attimo prima di incontrare la mamma di Maryi Vanesa alla quale cercherà di dare un improbabile conforto.

La testiomonianza di Abel Coicue, il padre di Maryi

Stella Spinelli

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