“A. A. A. ex
soldati cercansi. Caratteristiche: alto livello di istruzione militare
e abilità nel parlare inglese. Compenso 18.000 dollari per sei mesi”.
E’ questo l’annuncio pubblicato il 12 ottobre 2003 sul
quotidiano cileno El Mercurio con il quale sono
stai reperiti uomini esperti di sicurezza privata disposti a lavorare
per supportare gli Usa nella loro guerra irachena. Si sono presentati
in quattrocento al colloquio, provenienti per lo più dai reparti
speciali, i famigerati Boinas Negras, e dalla
marina militare, la Armada cilena.
Risultato: 122 cittadini del Cile sono adesso in Iraq
come guardie private al soldo della Blackwater, un’azienda statunitense, leader
mondiale per la sicurezza privata che è rientrata nelle 25 imprese che
stanno beneficiando dei milionari contratti (si parla di investimenti
mensili di 4.000 milioni di dollari) previsti dalla gara d’asta per
licitazione fatta da Bush per la guerra in Iraq.
“Il nostro vantaggio è la competitività”, spiega Josè Miguel
Pizarro, ex tenente dell’esercito e adesso proprietario dell’impresa
Grupo Tactico, intermediaria nel Paese latinoamericano per Blackwater e
presidente di Red Tactica, un’agenzia che si
occupa di consulenza in materia di difesa e che ha sede a Washignton e
in altri dieci stati del Sudamerica. “Costiamo molto meno rispetto agli
inglesi o agli statunitensi. Noi cileni guadagniamo in Iraq tra i
tremila e i quattromila dollari al mese, contro i dieci-quindicimila
ricevuti dagli altri, ma se si guardano gli stipendi in Cile, (in media
circa 300mila pesos, pari a circa 500 dollari) come non considerare la
nostra offerta appetibile?”.
In guerra per
denaro, dunque, e nella maggioranza dei casi con il consenso dei
familiari. “So che mio marito sta bene, ho sempre saputo dove sarebbe
andato e ho sempre rispettato la sua decisione di partire”, ha
commentato la moglie di un ex ufficiale della Forza Aerea adesso da
mesi in Iraq, rompendo la reticenza a parlare dimostrata dagli altri
parenti dei mercenari. Sono in tanti a ritenere il silenzio una forma
di “rispetto per chi lavora così lontano”, ma tutti dimostrano la
massima tranquillità e assicurano di parlare con i propri cari spesso e
senza problema alcuno.
Tutto
sotto controllo, dunque, e poi il portavoce della Red Tactica, un
cileno che lavora alla Nescowin - filiale uruguaiana dell’impresa di
Pizarro - ha
assicurato che i cileni in Iraq “non sono soldati combattenti che
vivono in trincea”.
Figurarsi: sono armati
fino ai denti ma non hanno il permesso di attaccare. Fanno la guardia a
università e alberghi, ma alloggiano in camere con tanto di aria
condizionata e ogni comodità. Quindi di che preoccuparsi?
Se il governo e alcuni parlamentari temono che i
propri compatrioti possano trasformarsi in carne da cannone che tirino pure un
sospiro di sollievo. “E poi – aggiunge il portavoce - le nostre guardie
sono ex militari altamente preparati, che sanno bene come muoversi in
situazioni come questa”.
Dopo aver
reclutato gli aspiranti, infatti, e averli selezionati, i più “idonei”
sono stati accompagnati ai siti militari di San Bernardo, a sud di
Santiago, dove sono state organizzate dure esercitazioni. Episodio che ha spinto
il ministro della difesa, Michelle
Bachelet, ad aprire un’inchiesta per sospetta violazione della legge
sul controllo delle armi. Non solo. Il governo ha più volte espresso
preoccupazione per il passaggio dal servizio di Stato ad aziende
private di un altro Paese, di uomini con precedenti cariche militari di
medio livello che conoscono molto a fondo il sistema di difesa cileno.
Un bel grattacapo dunque per il Cile, che
per più motivi sta rischiando di venir coinvolto in un conflitto a cui
ha scelto di non partecipare. I timori più immediati sono provocati,
adesso, dalle bande di sequestratori.
“Se
qualche nostro concittadino venisse rapito – ha precisato Guillermo
Holzman, esperto di scienze politiche – il Cile sarebbe costretto a
prendere posizione, ad aprire una discussione, a rivolgersi agli
organismi umanitari, insomma dovrebbe in qualche modo schierarsi”.
Uno scenario complesso per il governo, che
ancora non si è espresso in proposito. “Non c’è ragione per assumere
una posizione di difesa nazionale in questi casi – ha comunque
precisato l’analista Guillermo Patillo – lo stato non dovrebbe
immischiarsi quando si tratta di persone che hanno compiuto una scelta
lavorativa volontaria e privata”.
E che si
tratti di uomini che sanno bene quello che fanno e perché, lo si evince
dalle parole di Juan Félix Bermudez, ex tenente della Marina e padre di
due figli piccoli, che alla fine di una normale giornata di guerra
irachena, dopo aver terminato il proprio turno di otto ore sotto il
sole cocente, ha dichiarato: “Sto qui per ragioni economiche non per
avventura. Sono preparato per questo lavoro e la mia famiglia mi
appoggia. Questa esperienza mi sta insegnando tanto. Lavorare con i
gringos è molto formativo. L’impresa ha molti mezzi, inclusi elicotteri
che danno la possibilità perfino di arrivare a rifornire l’esercito
statunitense di acqua e munizioni quando ne hanno bisogno e in
qualsiasi condizione. Mi sento realizzato. Mi sono preparato per tutta
la vita a queste imprese e finalmente ho la possibilità di farle. Non è
che mi piaccia uccidere la gente, ma sono stato addestrato per
pianificare i rischi reali, per prendere decisioni sotto pressione e
finalmente non mi trovo in un’esercitazione che viene sospesa anche
soltanto per il maltempo. L’unica cosa che mi rimane difficile è star
lontano dalla mia famiglia, per il resto…”.