29/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Accordi con la Cina e polemiche: Caracas non investirà più negli Usa

Il Venezuela non investirà più negli Usa. Le notizie che giungono dallo Stato del Anzoategui, Venezuela orientale, infatti, dove in questi giorni si tiene un importante Congresso sulla situazione degli idrocarburi, sono importanti per il mondo legato a gas e petrolio.

Il presidente della compagnia petrolifera nazionale venezuelana Pdvsa, Rafael Ramirez, che ricopre anche il ruolo di ministro di Energia y Petroleo, ha fatto sapere che il suo Paese non investirà più negli Stati Uniti. Stessa cosa è stata confermata dal direttore generale del Centro de Rafinacion Paraguanà, Jesus Longo, che ha aggiungo che "la decisione è puramente politica, è stata presa dal presidente Chavez e il nostro Paese non investirà più negli Usa".

Già da qualche anno il Paese ha abbandonato alcune strutture per lo scarico del petrolio negli Usa e dal 2006 anche la raffineria Lyondell-Citgo, presente nel Texas.

In ogni caso, il congresso, a cui partecipano personalità del mondo degli idrocarburi provenienti da ogni angolo del Pianeta, ha analizzato nei minimi particolari i temi legati all'esplorazione e produzione del greggio, soprattutto nell'area della Faja dell'Orinoco, dove si pensa ci siano le più grandi riserve di petrolio del mondo, stimate in oltre 296 miliardi di barili. Ma il paese è anche uno dei maggiori produttori di gas e le sue riserve potrebbero sfiorare i 195 miliardi di metri cubi.

Inoltre, sono molti gli Stati che fanno la corsa verso il ministero del petrolio di Caracas, che però in alcune situazioni ci vede poco chiaro e storce il naso. Come ad esempio potrebbe essere successo nei giorni scorsi con la Cina, in special modo con la Cnpc (China National Petroleum Corporation), con la quale il Venezuela avrebbe dovuto firmare accordi per la produzione mista di greggio.

Da Caracas giungono voci preoccupanti secondo cui la Cina comprerebbe petrolio ad un prezzo relativamente basso per poi rivenderlo a prezzo maggiorato ad altri stati. Con un notevole guadagno economico.

Secondo gli amministratori di Pdvsa parte del greggio comprato da Pechino sarebbe finito nelle raffinerie di Stati Uniti, di alcuni paesi africani e di qualche Stato asiatico.

Ma il congresso non ha solo messo in luce possibili scenari di scontro fra le amministrazioni cinese e venezuelana, ha aperto anche grandi possibilità di sviluppo e crescita economica. Come ad esempio potrebbe accadere grazie all'accordo siglato fra Caracas e Parigi, in particolare con la francese Technip, per la produzione di gas. Grazie all'accordo inizieranno entro breve i lavori all'interno di Campo Dragon, dove tutti i giorni verranno estratti 300milioni di piedi cubici di gas naturale. Questa lieson apporterà sicuramente maggiori tecnologie e possibilità di sviluppo.

Un ultimo accenno della dirigenza Pdvsa è andato all'ormai annosa diatriba che vuole che lo Stato paghi una penale per la nazionalizzazione del settore petrolifero, che ha consentito a Caracas di prendere il totale controllo delle risorse del Paese, dopo decenni di sfruttamento da parte delle multinazionali, soprattutto statunitensi.
Su questo argomento non esiste margine di trattativa e le risorse, come sottolineato dai rappresentanti Pdvsa, resteranno sotto la sovranità nazionale che non potrà essere intaccata da aziende come Exxon-Mobil che pretenderebbero un risarcimento dopo la nazionalizzazione del settore fortemente voluta dal presidente Hugo Chavez.

 

Alessandro Grandi

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