Domani, 7 ottobre 2011, si gioca a Belgrado, nello stadio Marakanà, la partita Serbia - Italia, valida per le qualificazioni alle fasi finali del campionato europeo del 2012 in Ucraina e Polonia.
Fin qui la cronaca, ma la vigilia di questo match ha generato fiumi d'inchiostro. Merito, o demerito, di Ivan Bogdanov, energumeno tatuato e munito di cesoie che in occasione della partita di andata, a Genova, un anno fa, causò la sospensione del match dopo aver divelto la rete di protezione del campo da gioco.
L'idea che serpeggia su più o meno tutti i mezzi di informazione mainstream in Italia è: partita ad alto rischio. Le autorità serbe, di concerto con il ministero degli Interni italiano, ha vietato la trasferta dei tifosi italiani a Belgrado. L'aspettativa è quella di una sorta di 'vendetta' per la sconfitta a tavolino imposta dalle autorità calcistiche mondiali alla Serbia per le intemperanze dei suoi tifosi in Italia un anno fa. Fin qui l'aspetto giuridico-sportivo. Ma non è finita.
Perché la stampa italiana, e non solo, soffre nei confronti della Serbia di un riflesso condizionato. Bogdanov, mentre le telecamere lo inquadravano, non si sarà reso neanche conto di rappresentare una sorta di icona, l'idea stessa del serbo che, in fondo in fondo, è un sanguinario. Uno stereotipo che, da tempo, si alimenta di orientalismi e fatti di cronaca. Ecco che la Serbia diventa l'archetipo del balcanico massacratore. Un'esagerazione? Forse si, ma resta una lettura dei fatti che lascia perplessi. Come se si dovesse alimentare in eterno il 'mito' del comandante Arkan.
Željko Ražnatović, detto Arkan, ex capo dei tifosi della Stella Rossa Belgrado. Quando scoppiò il conflitto nella ex-Jugoslavia, si mise alla testa di un gruppo di assassini che si facevano chiamare 'tigri'. Arkan, come mille altri criminali, non era che un profittatore di guerra, pronto a uccidere donne, uomini e bambini. Un nazionalista, un fascista, certo, ma pur sempre un criminale. Bogdanov, con certezza, è uno che ti parlerebbe del Kosovo, del complotto anti serbo, della battaglia di Kosovo Poljie del 1389 e dei massacri dei nazionalisti croati.
Ma perché un criminale, un fascista, se è serbo, è differente? Siamo davvero sicuri che le curve degli stadi italiani, inglesi, francesi o spagnoli accolgano gentiluomini di altra pasta? In tutta Europa un'onda xenofoba si allarga a vista d'occhio, dentro e fuori gli stadi. Partiti neonazisti, apertamente razzisti e islamofobi, siedono al Parlamento europeo e nei parlamenti nazionali. In alcuni casi, come l'Ungheria e l'Italia (nel caso della Lega) sono al governo. Ma Bogdanov è l'uomo nero, la Serbia la terra dei massacri del 1992.
Il calcio, che piaccia o no, è molto più di un gioco. E' una sorta di termometro popolare, in Serbia e altrove. La partita Stella Rossa Belgrado - Dynamo Zagabria finì con un abbraccio collettivo il giorno della morte di Tito e con una rissa colossale alla vigilia della guerra. La squadra di Sarajevo e quella di Banja Luka, città simbolo dei serbi di Bosnia, ha generato scontri e violenze. Ma non è un problema minore che i tifosi, in Olanda ad esempio, si diano appuntamento in campagna per picchiarsi serenamente mentre la polizia presidia stadi pieni di vecchietti.
Ecco che bisogna superare lo stereotipo, per cominciare a preoccuparsi per davvero delle destre estreme in Europa, perché il problema è il contesto socio-culturale che produce i Bogdanov, non il passaporto dello stesso. E allora, alla vigilia della partita, giova raccontare un'altra storia. Quella di Robert Prosinecki, detto 'legenda'. Da giocatore è stato uno dei leader della mitica Stella Rossa campione d'Europa nel 1991, quando questa era il simbolo della Jugoslavia e non solo della Serbia. Lui, croato. Ora ha 42 anni ed è il primo croato sulla panchina del club dell'orgoglio serbo. «Ma questi sono vecchi cliché - dice - È ora di cambiarli. Il mondo va avanti. Conta che i tifosi della Stella Rossa sono felicissimi di accettarmi. E io ne vado molto fiero''.
Prosinecki, all'epoca dell'indipendenza della Croazia, sembrava un'icona negativa, al contrario di Zvonimir Boban, idolo di Zagabria, immortalato mentre picchia un poliziotto nella partita dell'odio del 1990. Il governo dell'ultranazionalista croato Franjo Tudjaman ne fece un simbolo, mentre Prosinecki non si fece usare. Come il grande Ivica Osim, ex calciatore e allenatore giramondo. Era il commissario tecnico della nazionale jugoslava, si dimise nel 1992. Volle dare un segnale di protesta nei confronti della guerra che era da poco scoppiata e dimostrare solidarietà nei confronti della sua città natale, Sarajevo. Osim e Prosinecki, due campioni capaci di battere anche i cliché.
Christian Elia