21/10/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo cinque anni di prigionia nelle mani di Hamas, Gilad Shalit è tornato a casa

Scritto per noi da 
Lorenzo Kamel, Ramallah

Dopo cinque anni di prigionia nelle mani di Hamas, Gilad Shalit è tornato a casa. Quasi a sorpresa lo scorso 12 ottobre il governo israeliano e il movimento islamico al potere nella striscia di Gaza hanno raggiunto un accordo per il suo rilascio in cambio della liberazione in due fasi di un totale di 1027 prigionieri palestinesi, compresi alcuni terroristi della Seconda Intifada.

L'opinione pubblica israeliana ha salutato l'accordo con toni tendenzialmente positivi. Shalit è considerato "il figlio di ogni famiglia israeliana" e il fatto che a nessuna organizzazione internazionale sia mai stato consentito di accertare le sue condizioni di salute è stato a lungo motivo di risentimento e preoccupazione.
Non sono comunque mancate forti critiche al premier Benjamin Netanyahu, "Nessun governo di sinistra - commenta, chiedendo l'anonimato, un docente della Hebrew University - si sarebbe spinto ad accettare il rilascio di un numero così elevato di condannati per crimini contro civili. Nessun governo di sinistra ha mai smantellato un solo insediamento. Ciò conferma che sono i governi di destra quelli che alla fine cedono".

Anche tra i palestinesi l'accordo ha raccolto numerosi consensi, sovente legati alla speranza che si tratti del primo di una lunga serie di passi. Ci sono al momento circa seimila palestinesi nelle carceri israeliane, 264 dei quali in detenzione amministrativa, ovvero detenuti senza accusa né processo. Molti anche i minori reclusi. Tra il 2005 e il 2010, secondo un recente rapporto dell'Ong israeliana B'Tselem, almeno 835 di essi "sono stati arrestati e condotti davanti alle corti militari in Cisgiordania con l'accusa di aver lanciato pietre. Trentaquattro di essi avevano 12-13 anni, 255 erano compresi tra i 14 e i 15, 546 tra i 16 e i 17. Solo uno è stato prosciolto; tutti gli altri sono stati dichiarati colpevoli".

Ampi settori della società civile palestinese condividono l'opinione secondo cui molti paesi occidentali, Stati Uniti in primis, non tengono in debito conto i dati appena citati e si affrettino ad analizzare la realtà con dati selettivi: "Perchè i vostri giornali non smettono di ripetere che Shalit non poteva ricevere le visite della Croce Rossa Internazionale - incalza Salim Ameera, proprietario di un negozio nel centro di Nablus - ma nessuno cita i centinaia di palestinesi che per ben più di cinque anni hanno subito lo stesso trattamento nel ‘Facility camp 1391', la prigione segreta scoperta per caso nel 2003 non lontano da Afula? Perchè non v'indignate se ancora oggi non è possibile esaminare quella prigione e se le uniche notizie al riguardo siano autocertificazioni emesse dalle autorità israeliane? Perchè non fate inchieste su quanti posti simili siano ancora oggi attivi? I vostri - conclude - sono diritti selettivi".

Indipendentemente dalle opinioni registrabili, anche su un argomento tanto trasversale come quello del rilascio di oltre mille detenuti la soddisfazione ha lasciato presto spazio a dubbi e divisioni politiche: "Con questo accordo - spiega Sam Bahour, uno dei più influenti uomini d'affari della Cisgiordania - Hamas ha accettato il principio secondo cui numerosi palestinesi che verranno rilasciati potranno essere deportati fuori dalla Palestina. Un aspetto tanto più grave per chiunque sia al corrente di quale sia il nocciolo alla base di questo conflitto". Anche un'ampia percentuale tra quanti accolgono positivamente lo scambio dei prigionieri si mostra dubbiosa sui significati simbolici che in tanti tendono ad attribuire all'accordo: "Lo scambio - chiarisce Mohammad Abu-Koash, per molti anni ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite e ora docente alla Birzeit - non influirà sulle pratiche e sulle politiche israeliane in rapporto all'occupazione dei territori palestinesi e dunque difficilmente potrà contribuire a costruire una pace degna di questo nome".
Per la gente del posto la pace sembra dunque ancora una volta una chimera. Tuttavia, come nelle migliori tragedie greche, anche qui è presente la convinzione, forse l'illusione, secondo cui esista un deus ex machina che possa rendere possibile ciò che appare impensabile.
Il pensiero di molti palestinesi corre a Marwan Barghouti, figura assai controversa, il primo vero leader palestinese nato e cresciuto sotto l'occupazione israeliana. Non incluso nell'elenco dei prigionieri che verranno liberati, benché Hamas, secondo fonti del quotidiano egiziano Al-Hayat, abbia "combattuto fino all'ultimo minuto per includerlo nella lista". Il suo è un nome capace di scatenare le reazioni più disparate: il "Mandela palestinese" (Uri Avnery), il "terrorista con le mani sporche di sangue" (Silvan Shalom), il "combattente per la libertà" (Saeb Erekat).
Quale che sia il giudizio sull'uomo Barghouti, oggi più che mai è necessario convincersi che i nemici non si possano scegliere. Se esiste una possibilità in grado di aiutare i due popoli a non restare vittime di un gioco a somma zero, questo è il momento di considerarla: "Se Netanyahu avesse rilasciato Barghouti - spiega il docente della Hebrew University citato in apertura - avrei accettato l'idea dello scambio dei prigionieri. Barghouti è l'unica figura capace di riunire i palestinesi; l'unico in grado di dare legittimità a un eventuale accordo di pace con Israele. Con questo accordo il nostro premier ha invece rafforzato gli elementi più oltranzisti del quadro politico palestinese, rischiando molte vite israeliane sull'altare della propria gloria personale".