Nella narcoguerra ai cartelli della droga messicani, sono morte più di 40mila persone. Un bilancio che spaventa gli Stati Uniti, che per questo hanno rafforzato i loro servizi di intelligence e di controllo lungo tutta la frontiera. E contano su un network di informatori che si è ampliato sempre di più.
In un'inchiesta pubblicata ieri, il New York Times racconta che almeno una dozzina di spacciatori di medio e alto livello sono stati catturati grazie all'aiuto degli infiltrati. "I messicani chiudono gli occhi di fronte a quanto accade, dicendo che tanto è inevitabile - ha detto Eric L. Olson, un esperto di criminalità messicana del Woodrow Wilson Center -. Il problema è che utilizziamo dei mezzi d'indagine sconosciuti al governo messicano".
Lo scambio d'informazioni, però, ha bisogno di contropartite: "di solito - scrive il New York Times - si danno briciole alla polizia per far dimenticare i propri guai giudiziari". Da questi personaggi è composta la "squadra speciale" di doppi agenti di cui fa uso la Dea, uomini assoldati sia dalle forze dell'ordine che dalle organizzazioni criminali. Come nel caso di Jesús Vicente Zambada-Niebla, conosciuto come Vicentillo: la Drug enforcement agency (Dea) lo ha accusato di essere il logista del cartello di Sinaloa, una delle bande più pericolose del Messico. I suoi legali hanno ribattuto che l'agenzia antidroga gli aveva garantito l'immunità in cambio di informazioni riservate.
L'agenzia ha quindi negato di avere contatti con Zamblada-Niebla, costringendo la Corte Suprema ha svelare il nome del doppio in forze all'agenzia statunitense. Dal documento ufficiale è emerso il nome di Humberto Loya-Castro, uno dei più stretti consiglieri di El Chapo, il boss di Sinaloa Joaquín Guzmán. Non si sa se la Dea avesse avuto rapporti anche con lui in persona, ma resta un fatto: dopo 13 anni di passati da latitante con l'accusa di cospirazione, nel 2008 il capo d'imputazione è stato rimosso.