da Pechino
Eccoli qui gli indignados secondo caratteristiche cinesi. L'Occidente abituato a proiettare l'immagine di se stesso in tutto il mondo - come se rappresentasse il tutto e non la parte - li attendeva forse sotto forma di dissidenza politica, la Cina traduce invece a suo modo, del tutto materiale, una lotta comune a livello globale: quella contro il capitale finanziario, che prima promette e poi affama.
Tra mercoledì e giovedì, centinaia (secondo Xinhua) o migliaia (secondo testimonianze locali) di piccoli imprenditori con i loro dipendenti sono scesi in piazza a Huzhou, nello Zhejiang, assaltando uffici pubblici e incendiando automobili, per protesta contro l'aumento delle tasse locali. La rivolta trasversale, una vera e propria alleanza dei ceti produttivi, prende di mira i simboli del potere politico e discende direttamente dalla stretta del credito alle piccole imprese, imposta dall'alto per frenare l'inflazione, che sta di fatto strangolando quel settore che è stato la vera e propria spina dorsale del boom cinese. Fine dei finanziamenti, aumento delle tasse, diminuzione degli ordinativi internazionali, crescita dell'inflazione: una miscela letale per una piccola industria che attraverso l'export ha trainato il Paese per trent'anni.
Il South China Morning Post li ha definiti "indignati": un caso? Se vogliamo, si tratta di una protesta che assomiglia più alle degenerazioni italiane che alla consapevolezza mostrata dal movimento nel resto del mondo. Ma l'immagine non inganni: se dalle nostre parti l'esito violento è stato provocato da una spinta ideologica - l'azione premeditata del Black Block non si sa quanto infiltrato - qui è affine a migliaia di "incidenti" che si verificano ogni anno, e anche questo ci racconta un po' di Cina. L'assenza dei cosiddetti "corpi intermedi" e di un compiuto Stato di diritto non lascia che una via d'uscita: l'esplosione. Dopo di che, sarà il potere politico stesso a tentare di introiettare nel sistema ciò che può rafforzarlo e farlo progredire, reprimendo invece l'indigeribile, quello che potrebbe rivelarsi un cancro che lo consumerebbe dall'interno. Se non ci riesce è il caos, il disordine, l'idea che più terrorizza la Cina tutta.
Di comune con il resto del mondo, in questa rivolta, c'è il nemico oggettivo: l'economia finanziaria che tradisce le aspettative e fa ricadere sul lavoro i costi del suo fallimento. Di nuovo e di specifico, c'è invece l'inedita alleanza dei produttori.
È questo di Huzhou, se vogliamo, un evento imparentato più alle manifestazioni del ceto medio di Dalian contro lo stabilimento chimico che appesta l'aria, che alle ricorrenti jacquerie di contadini espropriati delle terre. A noi ricorderebbe forse il contesto della Rivoluzione Francese, quando i nuovi ceti borghesi emergenti non trovarono più nell'Ancien Regime l'humus adatto a garantire la propria ulteriore crescita. E lo decapitarono.
Quello che sembra leggersi tra le righe - con tutti i benefici d'inventario che questa sorprendente Cina ci impone di premettere - è una sempre maggiore difficoltà del potere politico a prevedere questi eventi inediti.
A Pechino se ne rendono conto benissimo: nelle province le autorità locali agiscono lontano dagli occhi, spesso in una condizione di emergenza finanziaria che le costringe a vendere terreni agli speculatori edilizi o, come in questo caso, ad aumentare le tasse. E quando tali misure si innestano su altri provvedimenti del governo centrale, ad esempio la riduzione del credito, l'effetto dirompente si moltiplica e il controllo viene meno. È come se centro e periferia non si parlassero.
La prossima mutazione potrebbe essere dunque proprio quella del potere politico stesso e della sua organizzazione sul territorio. Ovviamente "secondo caratteristiche cinesi".
Gabriele Battaglia