09/05/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La recente stretta repressiva rivela il lato oscuro dello sviluppo cinese: la difficoltà a divenire Stato di diritto. Un'intervista a Renzo Cavalieri

La Cina mette i suoi figli in carcere: Ai Weiwei e prima di lui Liu Xiaobo sono i simboli della recente stretta repressiva. Ma Ai Weiwei colpisce più di Liu Xiaobo, perché se il premio Nobel fa parte di un'élite culturalmente più vicina all'Occidente che alla Cina, l'artista pechinese, anche se "trasgressivo", incarnava fino a ieri l'immagine di un Paese che non vuole esportare solo merci, bensì anche intelligenza, creatività, pensiero. Ai Weiwei era l'idea che il sistema sapesse integrare la complessità crescente della società.

Oggi no: l'arresto dell'artista giunge al culmine di un giro di vite che colpisce ogni forma di dissenso, rivela nervosismo. La "zona grigia" entro la quale è possibile criticare il potere sembra restringersi, ma l'apparato giudiziario dichiara di agire secondo le leggi.

Cosa è successo? In un'intervista a Renzo Cavalieri, professore di Diritto dell'Asia Orientale nell'Università Cà Foscari di Venezia, PeaceReporter cerca di scoprirlo attraverso un'interpretazione della cultura giuridica nella Cina contemporanea.

Gabriele Battaglia

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