05/11/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Fiduciosi e plaudenti 153 deputati consegnano, col il loro voto di fiducia, la Grecia al limbo dei Paesi che non possono più decidere, democraticamente, di se stessi

Da Atene,
Margherita Dean

 

Con 153 'sì' e 145 'no', ha vinto 'un' governo greco il voto di fiducia dei 298 deputati presenti in Parlamento a mezzanotte. 'Un' governo, appunto, perché non è dato sapere veramente quale. Formalmente si tratta dell'esecutivo di Ghiorgos Papandreou, primo ministro della Grecia dall'ottobre del 2009 che, dopo l'accordo sul debito greco raggiunto a Bruxelles il 27 ottobre, aveva chiesto il voto di fiducia.
C'è un elemento, tuttavia, che suscita interrogativi molto gravi, circa lo stato della democrazia ellenica: ieri si è votato per un governo la cui composizione era, al momento della votazione e permane, ignota. Papandreou, infatti, ha ottenuto la fiducia sulla promessa che si recherà, oggi a mezzogiorno, dal Presidente della Democrazia per avviare la formazione di un governo di ampio consenso dove, con ogni probabilità, egli non sarà Primo Ministro.

C'è un primo punto da notare: stante il rifiuto categorico alla fiducia del partito comunista (Kke), della coalizione di sinistra (Syriza) ma anche del partito di centro-destra (Nea democratia), il nuovo governo sarà, con probabilità, composto dal Pasok di Papandreou, dal Laos, partito di destra nazionalista e da due partiti che non esistevano quando il parlamento attuale si formò alle elezioni dell'ottobre 2009; si tratta dei neo-liberali del Disi, fuoriusciti dalla Nea democratia e dei riformisti del Diari, fuoriusciti dal Syriza. Per di più, non si può escludere la presenza, in seno al nuovo governo, di personalità non politiche, nel senso, per quanto qui rileva, di 'saggi tecnici' che mai hanno avuto a che fare con la normale procedura di una democrazia elettiva: la scelta e il controllo da parte degli elettori o, più semplicemente, elezioni.

Il secondo punto, che rende la votazione di questa notte una fosca parodia di ogni concetto di democrazia e sovranità nazionale, è lo scopo del governo che nascerà fra poche ore o giorni: il suo obiettivo altro non sarà che accontentare i creditori del Paese (Bce, Ue e Fmi). Sia Papandreou che Evanghelos Venizelos, Ministro delle finanze, sono stati chiari in proposito: il neonato esecutivo dovrà assicurare la sesta e la settima tranche del prestito del 2010 (quest'ultima ammonta a 80 miliardi ed è attesa per il febbraio del 2012) e procedere alla firma dell'accordo del 27 ottobre. Solo allora, infatti, si potranno indire elezioni ''non prima, sarebbe troppo pericoloso per la Grecia'', dichiara il Primo ministro uscente, mentre Venizelos promette che entro febbraio si potrà procedere. In questo modo le elezioni assurgono, per le democrazia greca, a fatto da evitare, a elemento perturbatore, a evento sgradito ai mercati e alla troika.
È quest'ultima, infatti, a essersi rivelata il vero reggitore delle sorti greche. Dettando tempi e contenuti delle politiche economiche del Paese negli ultimi diciotto mesi, si è spinta fino a modificare il contenuto del referendum-plebiscito che, nel corso della settimana, Papandreou aveva vagheggiato. Ora impone i contenuti dell'opera del nuovo governo prima ancora che esso si formi. Il modo è sempre lo stesso: il ricatto, ovvero gli spettri della fuoriuscita dalla zona dell'euro e della bancarotta disordinata.

Sono molti i tabù che la crisi greca ha fatto superare, tre su tutti: la presenza in Eurolandia del Fmi, sempre più massiccia, ora anche in Italia, l'abbandono, coatto o volontario, dalla moneta unica e la libertà di un Paese di decidere della sua sorte. Dalle ingerenze economiche si è, pertanto, passati a quelle politiche.
Che i casi greci siano il monito per le Democrazie europee che ancora si vogliono salvare.

Categoria: Politica, Economia
Luogo: Grecia