07/11/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo molte pressioni esercitate sul capo della Nea Dimocratia, partito di centro-destra fino a ieri all'opposizione, Antonis Samaràs ha dato il suo assenso alla creazione di un governo di coalizione

Da Atene,
Margherita Dean

Incontratosi con il Primo Ministro (uscente) in presenza del Presidente della Repubblica, Samaràs al suo arrivo ha stentato a salutare Papandreou, mentre i tratti tesi del suo viso lasciavano intravvedere lo sforzo cui si stava sottoponendo. Questo perché Samaràs era stato chiaro su due cose: perché il suo partito sostenesse una coalizione col Pasok, fatto che non conosce precedenti nella storia politica della Grecia, Papandreou doveva dimettersi e dovevano essere indette elezioni anticipate ''subito''. Ma Papandreou non solo non aveva ancora pronunciato la parola ''dimissioni'', aveva pure dichiarato, nel corso del voto di fiducia di venerdì scorso, che un governo di unità nazionale era l'unica via percorribile: le elezioni, è ormai certo, dovranno aspettare e seguire l'attuazione di una serie lunga e complessa di decisioni che assicurino alla Grecia la sua permanenza nella zona Euro.

Ieri, dopo poco più di un'ora, tuttavia, l'accordo era stato raggiunto: attraverso la rinuncia di Papandreou, la Grecia si sta avviando verso la formazione di un governo a interim, composto da personalità scelte congiuntamente da Nea Dimocratia e Pasok.

Le elezioni, invece, pare che non saranno indette prima del 19 febbraio, prima data utile che, però, potrebbe essere posticipata. Il nuovo esecutivo, infatti, avrà bisogno di molte settimane di lavoro: dovrà assicurare l'erogazione della sesta e settima tranche del prestito del 2010; dovrà procedere alla vendita di beni di Stato che portino alle casse 50 miliardi; dovrà votare la legge di bilancio del 2012; dovrà attuare le misure volte alla partecipazione dei privati alla ristrutturazione del debito decisa il 27 ottobre (PSI).

Quanto a chi farà parte del nuovo governo, nel toto nomi che va avanti da ieri sera, è quasi certo che Primo Ministro del nuovo esecutivo sarà un banchiere, Loukas Papadimos. Questi è stato governatore della Banca di Grecia dal 1993 al 2002. Nello stesso anno divenne vice presidente della Bce, dove rimase fino al 2010, quando divenne consigliere di Papandreou, mentre sono molte le voci che lo vogliono membro del gruppo Bildelberg.

Un uomo, Papadimos, parte di quel sistema che minaccia di estromettere la Grecia; una buona carta da giocare nel teatrino ''Merkozy'' e uno che potrebbe ridare al Paese la credibilità che l'ultimo Papandreou ha sprecato.

In tutto questo, si è rivelato il populismo con cui Antonis Samaràs aveva parlato, per più di un anno, del ''memorandum scellerato'', l'accordo di prestito del 2010 che portò in Grecia la Bce, il Fmi e le politiche di austerità. Un accordo che, stando alle dichiarazioni di allora, andava rivisto e corretto, mentre non si può dire che, a capo del partito responsabile, dal 2004 al 2009 del raddoppiamento del debito pubblico, l'autocritica sia stata inesorabile.

Come, del resto c'è da aspettarsi che non sarà inesorabile una futura autocritica del Pasok. Ieri il New York Times ha rivelato come già nella tarda primavera del 2009, quando la Nea Democratia governava ancora, il Fmi avesse valutato come possibile la bancarotta della Grecia. Furono le pressioni dell'allora governo ellenico e delle istituzioni europee (tra cui della Bce di Trichet) a mettere a tacere le analisi del Fondo, mentre Papandreou, come capo dell'opposizione, era a conoscenza della reale situazione dell'economia greca.

Sembra un calembour, e da ieri circola ovunque come tale: col nuovo governo di unità nazionale, nasce anche il nuovo principale partito di opposizione, il partito comunista.

 

Parole chiave: papandreou, grecia, bce, elezioni, interim
Categoria: Politica, Economia
Luogo: Grecia