Stanchezza e fatalismo. I sostantivi e gli aggettivi usati nella ricerca che analizza lo stato dell'arte sociale nel Paese sono un potente concentrato di numerose analisi che hanno attraversato la quotidianità di anni segnati dall'invasione prepotente delle vicende finanziare e di un lessico che esula dalle preoccupazioni reali della stragrande maggioranza degli individui.
Il Censis lo scrive chiaro, quando parla di una politica prigioniera del primato dei poteri finanziari. Così come dà una valutazione politica tranchant quando scrive che "Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo - ma da prigionieri - alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini". " E' illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo" perché quest'ultimo "si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà". Fare governo politico, convergenze collettive. Tutto il contrario di quelle che sono spinte di élite che poco hanno a che vedere con la comunità.
L'obbiettivo, poco comprensibile per molti, del pareggio di Bilancio e quindi le politiche di tagli che si abbattono in maniera impattante contro la spesa sociale ci sta portando verso una situazione di 'default' sociale. Sia a livello di enti locali - problema gravissimo, perché l'ente locale non riesce più a rendersi complementare rispetto all'intervento dello Stato, ma diviene sostanzialmente un protagonismo parallelo di prelievo di danaro - sia nelle stesse esigenze sociali nazionali.
Le risorse che i Comuni destinano al sociale nell'ultimo triennio hanno subito tagli pesantissimi: basti pensare che il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato dal 2008 al 2011 da 929,3 milioni di euro a meno di 220 milioni, il Fondo per la non autosufficienza nel 2011 non è stato finanziato, e sforbiciate profonde sono state date anche agli altri fondi sociali nazionali.
Gli assaggi che si trovano oggi sul lavoro complesso di questo 45mo rapporto dicono a chiare lettere della necessità di un ritorno, quello della Politica, come momento di incontro e gestione di interessi collettivi. Le previsioni, per gli anni di austerità annunciata, sono fosche.
Angelo Miotto