Una squadretta, una sorta di codice rosso, dentro il carcere di Regina Coeli, a Roma. Operava da anni. sarebbero almeno sei, secondo le prime ricostruzioni, gli agenti di polizia penitenziaria coinvolti. Fra questi un infermiere, Luigi di Paolo, e un medico, Rolando degli Angioli, già noto alle cronache per essere presente sulla scena del caso Cucchi.
L'inchiesta iniziata nel 2009 dopo una denuncia nelle mani del pm Vincenzo Barba, anche lui pubblica accusa già nel processo Cucchi, contiene i racconti di diversi detenuti. Umiliazioni e botte, torture, anche se vergognosamente il codice penale italiano ancora non contiene un reato che si chiami espressamente così. Gli stessi detenuti vessati hanno alcuni tratti in comune: scontavano la pena per reati socialmente gravi, spesso a sfondo sessuale.
Due anni di inchieste, un caso che riguardava un cittadino straniero - francese - seguito dalla diplomazia di Parigi, che ha permesso di raccogliere molti indizi. È il Corriere della Sera a raccontare, sulla versione on line, stralci delle testimonianze di chi ha osato, alla fine, denunciare.
La maggior parte sono immigrati, meglio se con patologie invalidanti, che avrebbero fatto vacillare la loro credibilità in caso di denuncia.
Bastoni, vessazioni sessuali, botte, pratiche di negazione del sonno, o di posture fisiche imposte, umiliazioni davanti agli altri detenuti.
Ce n'è abbastanza per tornare a ragionare sul problema, importante, delle condizioni di vita dei detenuti. E per riflesso, anche di chi abita le carceri, guardie penitenziarie, reparti medici delle varie sezioni. E non solo nel carcere di Regina Coeli, da dove arriva solo l'ultima storia. Le botte in fase di arresto e di detenzione hanno costellato casi eclatanti degli ultimi anni. Tanto quanto le pratiche di tortura hanno attraversato le detenzioni, anche per brevi periodi, dopo manifestazioni politiche (ricordiamo i casi di Genova 2001 e ancor prima di Napoli).
Delle responsabilità personali deciderà il processo, quando il gip dirà se accoglie le richieste di rinvio a giudizio presentate dal pubblico ministero Francesco Scavo.
Ma il problema non si può chiudere nei rigidi confini della giustizia di tribunale. È squisitamente politico. E riguarda l'organizzazione della vita carceraria, la formazione del personale, la possibilità di controlli, oltre alle possibilità di recidere alla base comportamenti che si basano sull'omertà e sul tollerare.
Angelo Miotto