Se Enrique Peña Nieto, candidato del Pri alle prossime presidenziali messicane che si terranno nel 2012, vincerà, di sicuro qualcosa nella lotta al narcotraffico cambierà.
Una cosa è certa: l'ingerenza Usa non piace al candidato Pri. L'ha detto anche al presidente Calderon, chiedendo che l'esecutivo possa mettere in piedi quanto prima nuovi programmi per la lotta ai narcos, che diano maggiori risultati di quelli ottenuti finora. E che non tengano conto, in futuro della presenza di agenti stranieri.
Di fatto anche l'attuale battaglia intrapresa dall'amministrazione messicana e dalle forze di sicurezza non è stata molto efficace.
Peña Nieto inoltre, è convinto che la presenza nel territorio messicano di agenti della Dea non sia stata del tutto positiva. "La partecipazione di organismi del governo Usa nel nostro territorio - ha detto Peña Nieto - può mettere a rischio le relazioni di cooperazione fra i due Paesi".
Alla base della polemica, le azioni della Dea (Drug Enforcement Administration), che con i suoi agenti sotto copertura ha contrabbandato milioni di dollari, proventi del narcotraffico, attraverso la frontiera, per identificare come le organizzazioni criminali muovono i loro guadagni, chi sono i loro contatti e infine scoprire chi sono i leader dei gruppi.
Ma queste attività hanno un forte rischio e l'efficacia nell'abbattimento delle organizzazioni non è stata ancora provata. Come non è stato efficace l'impatto dell'operazione "Fast and furious" che dal 2009 vede l'amministrazione Usa fornire armi di contrabbando ai narcos nel tentativo di segnarne il percorso e arrivare ai capi dei cartelli. Una operazione che non ha avuto alcun risultato se non quello di invadere di armi il territorio di confine. Un fallimento totale che, come chiesto da più parti, non deve più ripetersi.