06/12/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



A PeaceReporter l'opinione di Stefano Anastasia

Una squadretta che applica il codice rosso a categorie precise di detenuti. L'ultimo caso sollevato da una inchiesta del 2009 su Regina Coeli torna a parlare della violenza nei penitenziari. Il caso specifico, se le ipotesi accusatorie saranno confermate, parla di un associazione a delinquere che si era prefissa un ruolo da 'vendicatore'. Ma i casi che hanno costellato le cronache degli ultimik anni, perlomeno quello che sono venuti alla luce, pongono precisi interrogativi.

Stefano Anastasia, già presidente di Antigone e studioso del carcere, è autore con Franco Corleone e Luca Zevi. De 'Il corpo e lo spazio della pena. Architettura, urbanistica e politiche penitenziarie' ( 2011 - EDIESSE - 13,00 Euro - ISBN 978-88-230-1601-9).

Stefano Anastasia, siamo di fronte a un caso molto particolare. Che cosa dice della violenza che è insita nei penitenziari?

Questa storia rappresenta la spia di una incomprensione della funzione istituzionale del carcere. La cosa impressionante di questa ipotesi accusatoria è che saremmo di fonte a una associazione a delinquere e lo fa non per una ragione legata alla contingenza e alla gestione del penitenziario. Intendiamoci, in carcere di violenza ce n'è tanta, perché la coazione in un struttura penitenziaria porta con sé violenza. Siamo di fronte a un gruppo di persone che pensa di essere un gruppo dio angeli vendicatori. La storia di cui abbiamo avuto notizia assomiglia a quella della Uno bianca. Ci sarebbe stato un gruppo di persone che pensava di dover far giustizia dentro il carcere, selezionando le persone in base alle ipotesi di reato e sottoponendole a forma di tortura. Non è una cosa che può essere giustificata, per quanto si possa fare con le tensioni che si producono nel penitenziario.

Qui siamo di fronte a un travisamento assoluto del penitenziario.

Prevenire. Il, carcere è quel luogo che ci ha spiegato, questo caso è specifico, ma sappiamo che casi simili o diversi si ripetono. C'è un problema di trasparenza in questo spazio speciale?

È il problema principale del penitenziario, quello della sua opacità e quello dell'impunità. Anche quando accadono fatti gravi o gravissimi, difficilmente si riesce ad accertare in sede giudiziaria ad arrivare a un colpevole. L'unica contromisura è renderla il più trasparente possibile, quindi con soggetti che rispondano ad altre catene di comando. Voglio dire una cosa sul medico e l'infermiere coinvolti. Mi pare che la riforma di alcuni anni fa sia molto importante: quella che prevede l'entrata delle asl in carcere. Purtroppo forse questo è il caso, nella fase transitoria c'è molto personale che viene da altre storie, di dipendenti della struttura penitenziaria e questo potrebbe spiegare la compromissione che viene denunciata in questo caso. Ma medici e infermieri devono venire da fuori per denunciare quello che vedono.

 

Angelo Miotto

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