Di Michela Murgia
Nella puntata dell'Infedele a cui ho partecipato ieri sera era stato con ogni probabilità previsto un lungo spazio dedicato ai risvolti sociali, etici e simbolici dell'epilogo volontario di Lucio Magri; in questa prospettiva ho ricevuto l'invito in studio. Poi il governo Monti ha sorprendentemente anticipato la conferenza stampa sulla manovra, costringendo la redazione dell'Infedele a rivedere le sue priorità di scaletta. Da perfetta profana mi sono quindi ritrovata seduta nella puntata "sbagliata", tra politici e persone competenti a vario titolo in economia chiamate a esprimersi sulla serie di provvedimenti con cui Monti spera di convincere i mercati a fidarsi di nuovo dell'Italia.
Ma è proprio da perfetta profana che la lunga intervista a Eugenio Scalfari mi è stata rivelatoria sullo stato dell'arte della prospettiva italiana sul futuro. Osservare il modo in cui uno dei più ascoltati opinion maker progressisti presentava come un dogma l'irreformabilità del sistema economico attuale mi ha mostrato molto bene dove si fonda l'incapacità di una certa sinistra di dare risposte politiche credibili ai bisogni delle persone. La pacifica certezza di Scalfari sull'inamovibilità del nostro modello di sviluppo - manco il mercato fosse un fenomeno naturale - mi ha dato anche l'ennesima prova che alcuni, giunti a una certa età, per quanta autorevole saggezza possano avere alle spalle, hanno comunque esaurito quell'indispensabile capitale di speranza e rabbia che permette ancora di immaginare mondi diversi. All'ipotesi del sovvertimento di regole disumane ventilata da Gad Lerner, lo sguardo di Scalfari si è fatto incredulo: "Le regole sono le regole dell'economia, la domanda e l'offerta... come fai a sovvertirle? Le regole sono il prodotto dell'incontro tra forze di mercato!" ha detto, con buona pace di chi pensa che le regole, per essere eque, debbano essere il prodotto di una volontà politica che le vuole tali a dispetto del mercato, e non il contrario.
Dentro all'angustia di questa visione è comprensibile che persino i provvedimenti di Monti siano apparsi a Scalfari come lungimiranti e benefici "sui figli e i sui nipoti". Probabilmente non vede il grottesco di una manovra che vorrebbe rifondare il futuro di figli e nipoti pretendendo 41 anni di contributi proprio da quei precari per i quali fare i figli è un lusso da almeno dieci anni. La sinistra che si riconosce nella visione di Scalfari non coglie o non vuole cogliere l'iniquità di un governo che considera urgente tagliare le pensioni ai vecchi e non le folli spese per gli armamenti, aumentare l'iva di chi compra il pane e non il prelievo sui capitali scudati dei grandi evasori, tassare le prime case di tutti e non i patrimoni dei ricchi veri. Nel difendere la cosiddetta "politica dei due tempi" - quello del sacrificio subito e quello dell'ammortizzatore che poi non arriva mai - c'è tutta la colpevole pigrizia etica di una borghesia esangue, disabile al cambiamento e distante anni luce dalle categorie sociali per le quali la crisi non rappresenta per niente un difetto del sistema, ma è invece la sua vera faccia, quella più feroce e avida.
In questo momento l'economia liberista sta chiedendo la testa dei deboli e il governo Monti gliela sta dando - tra le lacrime, ça va sans dire - nel complice silenzio di un parlamento annichilito più dalla propria inadeguatezza che dallo spauracchio dello spread. In Italia l'economia ha commissariato la democrazia, ma anche l'etica, al punto che le ultime tutele alla persona rimaste vengono trattate alla stregua di costi che non ci si può più permettere. In questo clima di ineluttabilità neanche i sindacati fanno davvero paura. Che possa opporsi Bonanni, già complice compiaciuto del metodo Marchionne che ora Monti vorrebbe applicare all'Italia intera, non ci crede proprio nessuno. In confronto alla sterile e rassegnata visione di Scalfari rischia di apparire alternativa persino l'organizzazione del rancore territoriale a cui si stanno predisponendo le regioni del nord Italia, perché quando la politica sacrifica le parti più fragili della comunità alle molte fami dell'economia, tutti cominciano a pensare che si salverà solo chi può.
Il sociologo Aldo Bonomi, che ha brillato nello studio con diversi interventi fuori da questo coro, mi ha regalato poi privatamente la preziosa espressione di comunità di destino, che esprime un concetto assente sia in chi professa come dogmi le regole del mercato che in chi cerca salvezze per ricchi nel PIL delle regioni trainanti. E' un concetto che serve a capire l'abisso tra la realtà che ci è necessaria e quella che invece vorrebbe imporci questa manovra con la complicità di chi la trova ineluttabile e lungimirante. La comunità di destino non è quella di sangue, di suolo e di orgoglio di popolo che nel '900 ha segnato tragicamente la storia dell'occidente, ma è una visione di mondo che riconosce l'identità come un bene mobile, condiviso tra il singolo e la collettività dentro una relazione viva. Non c'è l'economia con le sue regole violente al centro di questo modo di stare insieme, ma c'e la consapevolezza che nulla del destino di dolore, di speranza, di bisogno e di gioia dell'altro può essere considerato come qualcosa che non appartiene al destino di tutti. A chi è cresciuto come me in posti che ponevano il loro baricentro nell'essere umano e nelle sue relazioni, questo concetto sarà di certo familiare.
Sono andata via dallo studio con poca voglia di discutere ancora. E' sin troppo evidente a chi voglia vederlo che chi costruisce o avvalla un mondo in cui il mercato per salvare sè stesso si può permettere di sacrificare le sue comunità di destino, sta costruendo per tutti quelli che restano un destino senza più comunità.