12/12/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Occidente guarda con ansia al successo elettorale dei salafiti e dei Fratelli Musulmani, ma la dinamica egiziana è molto più complessa

In Egitto le elezioni andranno avanti per mesi. I dati, però, sembrano definire una vittoria dei Fratelli Musulmani, una forte affermazione dei salafiti e un risultato deludente per il blocco rivoluzinario progressista. PeaceReporter ha intervistato Paolo Gonzaga, studioso dell'Islam, autore di Islam e democrazia. I fratelli musulmani in Egitto, Ananke editore,

Il tema, in attesa della fine delle procedure elettorali, pare solo uno. Come valutare il successo elettorale dei salafiti e dei Fratelli Musulmani?
Era ampiamente prevedibile, soprattutto quello dei Fratelli Musulmani. Sono tornato in Egitto ad agosto e in ottobre. In estate c'era ancora un clima ancora molto effervescente, rivoluzionario, sia in piazza Tahrir che tra parenti (avendo sposato una donna egiziana) e amici. La narrazione militare del post-Mubarak, purtroppo, è stata tale da portare gli egiziani a votare per i partiti islamisti, soprattutto i Fratelli Musulmani. Un voto che non è solo dei militanti, ma anche di persone che fino a uno o due anni fa non si sarebbero mai sognati di votare per i Fratelli Musulmani, inteso come corpo principale, cioè il Partito Libertà e Giustizia, essendosi registrate scissioni e defezioni all'interno del movimento, soprattutto tra i giovani che hanno fatto un loro partito. Chiamato simbolicamente Egyptian Current, senza riferimento alla religione. Come ho scritto nel mio libro, la composizione dei Fratelli Musulmani è molto composita e solo la repressione del regime di Mubarak li aveva tenuti assieme fino alla rivoluzione di febbraio. Dopo la caduta di Mubarak, si è registrata una notevole libertà di espressione, anche interna al movimento, che ne ha fatto emergere le differenze. Libertà di espressione che si è registrata anche nella società, con tutti i distinguo del caso, visto che sono ancora migliaia le corti militari all'opera, che a volte giudicano ancora i reati di opinione, e visto che non mancano elementi di controllo di intelligence all'interno delle redazioni. Nonostante tutto, però, la situazione è migliorata per la libertà di espressione. Ecco che i giovani più attivi, che hanno vissuto piazza Tahrir, hanno abbandonato il movimento dei Fratelli Musulmani, la parte più riformista, rappresentata dal medico Abdel Moneim Abul Futouh, che si è candidato alla presidenza, si allontana, tentando di differenziare l'aspetto sociale e religioso da quello politico- Più verso il modello di Erdogan in Turchia, che verso quello di Hamas a Gaza. Questo, però, sempre nell'ottica di un grande potere, anzi 'il potere' in Egitto, assieme ai militari. Anche da prima, perché è con Nasser che i militari prendono la scena, mentre i Fratelli esistevano da prima. Queste differenze, con le incombenti responsabilità di governo, si riveleranno, anche se le istanze più riformiste sembrano già essere defilate o escluse.

Galassia salafita, di cosa stiamo parlando?
Anche questo successo era piuttosto prevedibile. Soprattutto nelle zone più povere e popolare, con una bassa scolarizzazione e una consapevolezza politica, democratica e ideologica pressoché inesistente. A questo va aggiunto che hanno potuto contare per la campagna elettorale sulla rete delle loro moschee, che garantisce un approccio capillare all'elettorato, per quanto meno diffusi dei Fratelli Musulmani. Sono stati molto abili nel controllo del territorio dove sono forti, come ad Alessandria, oppure a Port Said per al-Jamāʿa al-Islāmiyya, e si sono avvalsi del sostegno degli ulema più ascoltati e che più spesso appaiono in televisione, vere e proprie star religiose delle televisioni satellitari. Per tutti questi motivi questo risultato era prevedibile, ma vi ha contribuito anche l'atteggiamento dello Consiglio supremo delle forze armate (Scaf). Subito dopo la cacciata di Mubarak hanno iniziato a instaurare nel Paese una strategia controrivoluzionaria, non fermando i peggiori criminali che erano stati liberati per terrorizzare la popolazione civile durante la rivolta, ma hanno preferito reprimere i movimenti di sinistra. Per tutti questi motivi, il risultato elettorale non deve spaventare nessuno. Il crollo del regime ha messo in circolo una serie di energie potenziali che troveranno i loro equilibri. Come un ciclone. Ad esempio nascono i primi sindacati autonomi, capaci per la prima volta di superare gli interessi corporativi e di creare reti di opposizione laiche e di sinistra. Lo stesso blocco che ha guidato la rivoluzione, pur diviso, ha creato un'alternativa. E lo Scaf ha rivisto i dati di affluenza, mostrando come la partecipazione popolare non sia stata poi così massiccia. Il Paese è in movimento, nel bene e nel male, è questo è positivo. Anche perché prima l'unica parvenza di opposizione era una piccola oligarchia corrotta, che con la sua presenza in parlamento finiva per legittimare il regime di Mubarak. Per tutto questo dico che non bisogna esagerare la lettura dei dati elettorali, perché era anche ovvio che vincesse chi era più organizzato, chi aveva più mezzi, compresi i fondi dell'Arabia Saudita e degli altri paesi del Golfo. Inoltre va ribadito che i Fratelli Musulmani, a parte tutte le imprecisioni che si scrivono in questi giorni, non hanno mai fatto ricorso alla violenza. Sono stati vittima di repressione, questo si. Ma violenti mai. E si leggono cose strane, quasi un rimpianto per l'era Mubarak, ma questo è inaccettabile. Bisogna rispettare la democrazia, anche quando vince chi non ci piace. Ho letto di scontri tra i salafiti e un gruppo fuoriuscito dai Fratelli, a metà degli anni Novanta. Ci sono sempre stati, ma per la prima volta le elezioni si sono svolte senza gravi fatti d sangue come in passato. E questo è un fatto importante.

Il tema della possibile alleanza tra i salafiti e i Fratelli Musulmani in futuro toglie il sonno a molti commentatori e a molte cancellerie occidentali. E' possibile?
Non è impossibile. Ci sono tutta una serie di meccanismi, di equilibri delicati, ma non mi sento di escludere l'ipotesi di un'alleanza.
Anche all'interno dei Fratelli Musulmani esiste una corrente che fa riferimento ai salafiti. Prima del voto erano assieme, salvo dividersi al momento della compilazione delle liste, sulle quali non hanno trovato l'accordo. Anche perché sapevano che si spartiva il potere, essendo certi della vittoria, come dimostra il fatto che si sono tenuti ben lontani da queste ultime manifestazioni in piazza Tahrir. In prossimità del voto, i salafiti hanno annunciato una sorta di patto di desistenza con i Fratelli, soprattutto per l'uninominale, anche se i Fratelli Musulmani hanno poi negato questo accordo. In parte questo è avvenuto, in parte no. Sono circa 28 i seggi contesi tra di loro. La competizione è molto alta ed è differente l'approccio, anche storicamente. Ma non dimentichiamo che vengono tutti da Saif Qutb, negli anni Sessanta, anche se poi si dividono. Forti affinità ideologiche, come delle distanze. Per il momento è difficile scindere la tattica dalla reale strategia dei Fratelli Musulmani. Anche per non spaventare l'Occidente stano tenendo un profilo basso, anche se non hanno mantenuto la promessa di lasciare spazio ad altri per non stravincere. Bisogna aspettare, per vedere quale ala prevarrà all'interno dei Fratelli Musulmani e quali saranno, alla fine delle elezioni, i rapporti di forza tra salafiti e Fratelli Musulmani. Per adesso è difficile rispondere a questa domanda, ma non mi sento di escludere un'alleanza tra loro, anche perché le rispettive basi elettorali di riferimento sono molto più vicine delle alte gerarchie. Così come sarà difficile resistere alla tentazione di dominare il parlamento, perché in effetti alleati controllerebbero i due terzi dell'Assemblea. Anche perché non credo che il trend elettorale cambierà, salvo magari una leggera flessione dei salafiti, visto che per ora si è votato in alcune oro roccaforti storiche. Ci sono poi altre variabili. Gli Stati Uniti, ad esempio. I contatti con i Fratelli Musulmani ci sono, ma gli Usa non vorranno i salafiti, pur sostenendo tranquillamente i Fratelli Musulmani.

Sul futuro dell'Egitto pesano anche due attori esterni: Stati Uniti e Israele. Confermandosi il dato elettorale del primo round, che accadrebbe di queste storiche alleanze del Cairo?
I contatti esistono da tempo, di sicuro anche quando ancora c'era Mubarak. E le trattative sono ancora in corso, per motivi comprensibili, anche perché l'Egitto è il secondo Paese per quantità di aiuti statunitensi. L'Egitto è il cuore del Medio Oriente, fondamentale da un punto di vista strategico e geopolitico. E' chiaro che gli Usa non potrebbero mai tollerare un Egitto fuori dal loro controllo. I fratelli Musulmani, in economia, sono assolutamente allineati al neoliberismo. L'approccio al welfare, che è fondamentale nel loro potere, propongono un sistema sociale islamico, con l'obbligo dell'elemosina rituale, puntando forte sull'associazionismo islamico, ma è una giustizia sociale differente dalla sinistra post-rivoluzionaria. La carità, più che i diritti. Anche a livello politico, di elettori di riferimento, i Fratelli non sono solo l'espressione del sottoproletariato delle periferie, molto più vicini ai salafiti, ma prendono voti anche nella medio alta borghesia e non sono pochi i miliardari che li appoggiano. La distanza con gli Usa non è grande, ma di certo dipenderà dalle scelte di politica interna, perché un accordo con i salafiti spaventerebbe di sicuro l'Occidente. Se rispetteranno l'immagine elettorale di partito maturo, nazionalista e islamico, non ci saranno problemi. Se si tireranno fuori temi come il divieto del bikini, come fanno i salafiti, la situazione si complicherebbe, anche per le ripercussioni sul turismo, che resta elemento fondamentale per l'economia egiziana. Ecco, i Fratelli Musulmani si muovono su un terreno scivoloso. Andare in contro a certe forzature, che magari pagano nel breve periodo, per una sorta di 'perbenismo' islamico, esteriore, potrebbe complicare certi equilibri. Un po' lo stesso discorso vale per Israele. La questione palestinese, in Egitto, ha un valore simbolico enorme. Poi, in realtà, non so se gli egiziani sarebbero felici di ricevere tutti i profughi palestinesi, che spesso hanno problemi di documenti. Per i Fratelli Musulmani la questione palestinese è centrale, tanto che in tutta la loro storia le uniche azioni armate risalgono al 1948, quando le loro milizie accorsero in aiuto dei palestinesi.
Rispetto a Israele, anche con Mubarak, c'era una retorica forte nei confronti di Israele, ma poi nei fatti non cambiava nulla nell'equilibrio tra i due paesi. Credo che la vicenda continuerà a nutrirsi di grande retorica, ispirata a una nuova stagione dei rapporti con Israele, e sarà centrale. I salafiti vorrebbero rivedere gli Accordi di Camp David, almeno a parole, anche se poi governare è un'altra cosa. I Fratelli sono più pragmatici, sottolineando che i rapporti con Israele vanno mantenuti, limitandosi a qualche ritocco all'architettura di Camp David, senza metterlo in discussione. Come linea ufficiale, da verificare. Perché la base è imbevuta di retorica e pregiudizi anti israeliani. Ma i Fratelli Musulmani sanno praticare la realpolitik, come dimostra l'accordo con i militari. Nell'equilibrio tra le diverse anime dei Fratelli si gioca questa partita, ma mi sento di escludere svolte bellicose. L'unico pericolo sono i salafiti, i Fratelli Musulmani no, anche se di sicuro rispetto al passato è finito il tempo in cui Israele poteva fare qualsiasi cosa e l'Egitto non muoveva un dito e, con ogni probabilità, si avrà un atteggiamento verso Gaza ben più umano dei muri a cui lavorava Mubarak.

Christian Elia

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