In italiano si chiamano operatori sociali, in cinese shè gōngrén. Sono una risorsa per la collettività ma anche una via d'uscita occupazionale. Sono stati prodotti dalla società duale, divisa tra chi è dentro al ciclo produttivo e chi è fuori; al tempo stesso la combattono. Sono quella cinghia di trasmissione che tiene insieme e recupera.
Nella Cina sempre più diseguale, "il governo centrale sta promuovendo il lavoro sociale [shèhuìgōngzuò, ndr] un po' ovunque. Il progetto è inserito nell'undicesimo piano quinquennale", dice a PeaceReporter Jennifer Cheung, redattrice di China Labour Bullettin, il sito dell'omonima Ong di Hong Kong che si occupa di lavoro. "Uno degli scopi di sviluppare il settore sociale in Cina è quello di promuovere l'armonia, in linea con le direttive ufficiali".
Un suo articolo sul "Bulletin" li descrive come "industria in crescita ma instabile". Il punto è che, come dalle nostre parti, di loro c'è sempre più bisogno, ma al tempo stesso il lavoro è squalificato, non ha rango sociale.
"Nel settore c'è un ampio turnover a causa dello scarso riconoscimento sociale, delle poche opportunità di carriera e della costante pressione psicologica. Non è raro che vengano scambiati per assistenti domiciliari o assistenti sanitari, professioni che non richiedono addestramento professionale o titoli."
Cosa si intende per "lavoratore sociale"? "Dipendono dalle Ong o dai centri civici. I finanziamenti sono totalmente a carico del governo", ci dice Cheung. "Ce ne sono sia di giovani sia di esperti. Questi ultimi fanno generalmente da supervisori."
Fanno po' di tutto, come da noi. Nel Guangdong manifatturiero e conflittuale (si vedano i recenti fatti di Wukan) "dopo i suicidi alla Foxconn, le autorità di Shenzhen hanno mandato circa quattrocento operatori a offrire sostegno psicologico ai lavoratori della fabbrica". Tuttavia, "sono stati utilizzati anche nei soccorsi per il terremoto del Sichuan."
Sono anche un bello strumento di marketing politico: "Secondo il governo di Shenzhen, a Pechino non c'erano petitioners [cittadini che si ritengono vittime di un'ingiustizia e portano petizioni al governo] della città durante la festa nazionale del 2009, proprio grazie all'aiuto dei lavoratori sociali", ci dice ancora Cheung.
Le autorità del Guangdong investono quindi parecchio nel settore: "La provincia più ricca della Cina, ma anche quella con il più alto numero di di scioperi e proteste, ha annunciato a luglio che aumenterà il numero di lavoratori sociali a circa 500mila entro il 2015 - scrive nel suo articolo la redattrice di Clb - tuttavia, dato che il loro numero attuale è di circa 10mila, gli studiosi non sono ottimisti sul fatto che il numero possa essere raggiunto, specialmente se bisogna mantenere alta la qualità delle loro prestazioni."
Citato dalla stessa Jennifer Cheung, il professor Joe Leung, del Social Work and Social Administration Department dell'Università di Hong Kong, ritiene però che i finanziamenti siano ancora insufficienti: "Il numero di lavori sociali che si creano è inferiore alla forza lavoro qualificata. I nuovi posti di lavoro dipendono dai finanziamenti pubblici, che sono ancora piuttosto limitati rispetto ai circa 10mila nuovi operatori sociali che si laureano ogni anno. Il fatto che questa forza lavoro possa giocare un costante ruolo nel promuovere l'armonia sociale dipende dal supporto finanziario del governo."
Pochi posti di lavoro o pochi operatori, dunque? Il problema, come in molti altri settori di una società in rapida crescita e di dimensioni enormi, sembra essere quello della qualità.
"Il professore sostiene che c'è un eccesso di offerta di forza lavoro nel mercato degli operatori sociali - spiega Cheung a PeaceReporter - ma il punto è che c'è anche una notevole scarsità di professionisti o lavoratori comunque d'alto livello. Questo è il motivo per cui la Cina continentale deve ancora comprare i loro servizi sul mercato di Hong Kong."
Gabriele Battaglia