Giochi di guerra e corsa all’oro nero. La Cina esce dall’angolo e alza la testa

Il secolo cinese è cominciato. L’avvento della potenza politica,
economica e militare della Cina sulla scena internazionale non è più una previsione,
ma una realtà. Una realtà che innervosisce sempre di più gli Stati Uniti che,
per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, sentono minacciato il
proprio ruolo di potenza egemone globale. Dopo aver alzato la voce contro le
basi militari Usa in Asia, Pechino mostra per la prima volta i muscoli con
un’imponente esercitazione militare che suona come un chiaro monito a Taiwan e
Stati Uniti. Iniziando nel frattempo un'altra competizione con l’Occidente:
quella per l’accaparramento di risorse energetiche. Per ora solo a colpo di
miliardi di dollari.
Dalle parole ai
fatti. Lo scorso 5 luglio, a conclusione del summit dell’
Organizzazione di Cooperazione di
Shanghai (Sco), Russia e Cina avevano approvato un documento dai toni molto
duri nei confronti della presenza militare e delle interferenze politiche statunitensi
in Asia Centrale, rifiutando “un ordine mondiale monopolizzato da un solo Paese”
(gli Usa) e chiedendo un termine per la chiusura delle basi americane nelle
repubbliche centroasiatiche (vedi:
“La Nato dell’Est”). Richiesta,
quest’ultima, seccamente respinta dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.
Subito dopo Mosca e Pechino hanno annunciato lo svolgimento
delle prime esercitazioni militari congiunte russo-cinesi dalla fine
della Guerra Fredda. Un imponente ‘wargame’ (7 mila soldati cinesi e
quasi duemila
russi, con impiego massiccio di forze navali e aeree) iniziato il 18
agosto e
ancora in corso. Tutto a spese dell’Esercito Popolare Cinese.
Ufficialmente si tratta di un’esercitazione antiterrorismo,
ma gli stessi analisti cinesi la interpretano come un chiaro messaggio di
avvertimento rivolto a Taiwan e soprattutto agli Stati Uniti.
“Mezzi da sbarco anfibi, sottomarini, operazioni navali...
Non penso proprio che lo scopo di questa esercitazione sia la lotta al
terrorismo”, ha detto ai giornalisti Arthur Ding, esperto di questioni militari
cinesi all’università Chengchi di Taiwan; “la Cina ha mandato un segnale a
Taiwan e agli Usa affinché non provochino Pechino sostenendo le forze
indipendentiste taiwanesi”.
“L’obiettivo principale di queste manovre sono gli Stati
Uniti”, ha dichiarato alla stampa anche Jin Canrong, del dipartimento Relazioni
Internazionali dell’Università Popolare Cinese.
Nervosismo Usa. La
scorsa settimana Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha
detto che gli Stati Uniti stanno “seguendo con attenzione queste esercitazioni,
nella speranza che non succeda nulla che turbi l’atmosfera di stabilità nella
regione”.
Negli ambienti politici e militari americani si sta
diffondendo un crescente allarmismo rispetto al riarmo cinese. A fine luglio,
nel suo
rapporto annuale al Congresso sul potenziale militare cinese,
il Pentagono ha scritto che il riarmo della Cina rappresenta una “minaccia
concreta” agli equilibri regionali e che oggi i missili cinesi sono in grado di
arrivare a colpire anche il territorio degli Stati Uniti.
Gli stessi toni preoccupati erano stati usati a febbraio dal
nuovo direttore della Cia, Porter Goss, che in occasione del documento annuale
sulla situazione internazionale ha descritto la Cina come “una crescente
minaccia agli interessi americani in Asia”.
Sono quindi finiti i tempi in cui Washington parlava di
Pechino in termini di “partner strategico” o al massimo di “competitore
strategico”. Ormai la Cina, per gli Stati Uniti, è un “rivale strategico”.
La corsa all’oro
nero.
Ma non è solo la crescita del potenziale militare cinese a
preoccupare gli Usa e l’Occidente. Per soddisfare gli enormi bisogni
energetici
del boom economico cinese, Pechino ha appena avviato una spregiudicata
campagna
di acquisizione di compagnie petrolifere straniere minacciando il
tradizionale
monopolio delle “Sette Sorelle” occidentali sulle riserve petrolifere
mondiali.
All’inizio di agosto la China National Offshore Oil Corp Limited
(Cnooc) ha
provato ad acquistare per 18,5 miliardi di dollari l’americana Unocal,
ma l'affare non è andato in porto per la forte opposizione del governo
Usa.“E’ la dimostrazione al mondo – aveva scritto il China Daily - che
gli Stati Uniti non sono un’economia libera come proclamano” e che gli
affari “sono decisi dalle necessità politiche”. Una decisione che per
la Cina è stata
“deplorevole e ingiustificata” e “senza precedenti”. La Compagnia aveva
anche sottolineato che era pronta a migliorare l’offerta – già
superiore di 1 miliardo di dollari a quella della Chevron – ma vi ha
rinunciato per le pressioni subite.
Il 22 agosto la
China
National Petroleum Corp (Cnpc) ha comprato per 4,2 miliardi la compagnia
canadese PetroKazakhstan, mettendo le mani sul 12 per cento dei ricchissimi
giacimenti di petrolio e gas naturale dell’ex repubblica sovietica. E questo è
solo l’inizio. Il governo cinese ha avviato un’imponente programma di ricerche
di giacimenti in patria, ma se questo non darà i frutti sperati è certo che nei
prossimi mesi altre grosse compagnie petrolifere finiranno in mani cinesi. Per
accaparrarsi risorse energetiche, Pechino non bada a spese. D’altronde, i soldi
non sono un problema per il capitalismo di Stato cinese. Il problema sorgerebbe
se un giorno quei soldi finissero e la Cina scegliesse di percorrere altre
strade.