25/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Giochi di guerra e corsa all’oro nero. La Cina esce dall’angolo e alza la testa
Soldati dell'Esercito Popolare CineseIl secolo cinese è cominciato. L’avvento della potenza politica, economica e militare della Cina sulla scena internazionale non è più una previsione, ma una realtà. Una realtà che innervosisce sempre di più gli Stati Uniti che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, sentono minacciato il proprio ruolo di potenza egemone globale. Dopo aver alzato la voce contro le basi militari Usa in Asia, Pechino mostra per la prima volta i muscoli con un’imponente esercitazione militare che suona come un chiaro monito a Taiwan e Stati Uniti. Iniziando nel frattempo un'altra competizione con l’Occidente: quella per l’accaparramento di risorse energetiche. Per ora solo a colpo di miliardi di dollari.
 
Mezzi anfibi cinesiDalle parole ai fatti. Lo scorso 5 luglio, a conclusione del summit dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco), Russia e Cina avevano approvato un documento dai toni molto duri nei confronti della presenza militare e delle interferenze politiche statunitensi in Asia Centrale, rifiutando “un ordine mondiale monopolizzato da un solo Paese” (gli Usa) e chiedendo un termine per la chiusura delle basi americane nelle repubbliche centroasiatiche (vedi: “La Nato dell’Est”). Richiesta, quest’ultima, seccamente respinta dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.
Subito dopo Mosca e Pechino hanno annunciato lo svolgimento delle prime esercitazioni militari congiunte russo-cinesi dalla fine della Guerra Fredda. Un imponente ‘wargame’ (7 mila soldati cinesi e quasi duemila russi, con impiego massiccio di forze navali e aeree) iniziato il 18 agosto e ancora in corso. Tutto a spese dell’Esercito Popolare Cinese.
Ufficialmente si tratta di un’esercitazione antiterrorismo, ma gli stessi analisti cinesi la interpretano come un chiaro messaggio di avvertimento rivolto a Taiwan e soprattutto agli Stati Uniti.
“Mezzi da sbarco anfibi, sottomarini, operazioni navali... Non penso proprio che lo scopo di questa esercitazione sia la lotta al terrorismo”, ha detto ai giornalisti Arthur Ding, esperto di questioni militari cinesi all’università Chengchi di Taiwan; “la Cina ha mandato un segnale a Taiwan e agli Usa affinché non provochino Pechino sostenendo le forze indipendentiste taiwanesi”.
“L’obiettivo principale di queste manovre sono gli Stati Uniti”, ha dichiarato alla stampa anche Jin Canrong, del dipartimento Relazioni Internazionali dell’Università Popolare Cinese.
 
Siluri su una nave da guerra cineseNervosismo Usa. La scorsa settimana Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha detto che gli Stati Uniti stanno “seguendo con attenzione queste esercitazioni, nella speranza che non succeda nulla che turbi l’atmosfera di stabilità nella regione”.
Negli ambienti politici e militari americani si sta diffondendo un crescente allarmismo rispetto al riarmo cinese. A fine luglio, nel suo rapporto annuale al Congresso sul potenziale militare cinese, il Pentagono ha scritto che il riarmo della Cina rappresenta una “minaccia concreta” agli equilibri regionali e che oggi i missili cinesi sono in grado di arrivare a colpire anche il territorio degli Stati Uniti.
Gli stessi toni preoccupati erano stati usati a febbraio dal nuovo direttore della Cia, Porter Goss, che in occasione del documento annuale sulla situazione internazionale ha descritto la Cina come “una crescente minaccia agli interessi americani in Asia”.
Sono quindi finiti i tempi in cui Washington parlava di Pechino in termini di “partner strategico” o al massimo di “competitore strategico”. Ormai la Cina, per gli Stati Uniti, è un “rivale strategico”.
 
Missili lanciati da una nave cineseLa corsa all’oro nero. Ma non è solo la crescita del potenziale militare cinese a preoccupare gli Usa e l’Occidente. Per soddisfare gli enormi bisogni energetici del boom economico cinese, Pechino ha appena avviato una spregiudicata campagna di acquisizione di compagnie petrolifere straniere minacciando il tradizionale monopolio delle “Sette Sorelle” occidentali sulle riserve petrolifere mondiali. All’inizio di agosto la China National Offshore Oil Corp Limited (Cnooc) ha provato ad acquistare per 18,5 miliardi di dollari l’americana Unocal, ma l'affare non è andato in porto per la forte opposizione del governo Usa.“E’ la dimostrazione al mondo – aveva scritto il China Daily - che gli Stati Uniti non sono un’economia libera come proclamano” e che gli affari “sono decisi dalle necessità politiche”. Una decisione che per la Cina è stata “deplorevole e ingiustificata” e “senza precedenti”. La Compagnia aveva anche sottolineato che era pronta a migliorare l’offerta – già superiore di 1 miliardo di dollari a quella della Chevron – ma vi ha rinunciato per le pressioni subite.
Il 22 agosto la China National Petroleum Corp (Cnpc) ha comprato per 4,2 miliardi la compagnia canadese PetroKazakhstan, mettendo le mani sul 12 per cento dei ricchissimi giacimenti di petrolio e gas naturale dell’ex repubblica sovietica. E questo è solo l’inizio. Il governo cinese ha avviato un’imponente programma di ricerche di giacimenti in patria, ma se questo non darà i frutti sperati è certo che nei prossimi mesi altre grosse compagnie petrolifere finiranno in mani cinesi. Per accaparrarsi risorse energetiche, Pechino non bada a spese. D’altronde, i soldi non sono un problema per il capitalismo di Stato cinese. Il problema sorgerebbe se un giorno quei soldi finissero e la Cina scegliesse di percorrere altre strade.

Enrico Piovesana

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