'Un campo di battaglia dopo un giorno di sterminio': viaggio nella foresta bruciata
Oro verde: il governo brasiliano ha rinforzato la
sua lotta per salvare l'Amazzonia. In una operazione chiamata "Oro
verde" ha decretato l'arresto di più di trenta persone in
cinque stati della zona amazzonica, accusati di aver falsificato i
permessi che
hanno dato il via libera al taglio illegale del legno e alla sua
esportazione. Le organizzazioni ambientaliste, intanto, incalzano con
le denunce di
deforestazione dell'Amazzonia. E a farsene portavoce sono i missionari,
coloro che hanno dedicato la loro vita al 'polmone del mondo'. Queste
le parole di un Servo di Maria, in visita nell'Acre, ospite di padre
Ettore Turrini, a Sena Madureira, dopo aver visto l'effetto degli incendi sulla
selva.
scritto da
Michele Zuim

Non so proprio come possa definirsi lo stato
d’animo provato dai miei amici e da me nella "ricognizione"
effettuata nel cuore di quello che ormai solo convenzionalmente si dice
"foresta amazzonica". Destino, privilegio, ventura: ci sembra di aver
assistito a un raro e doloroso spettacolo.
Nessun grido. Per tutti noi il termine Amazzonia evoca la
"foresta", innervata da cento e cento fiumi, ma anche, a
partire da 25-30 anni, la sua costante, incessante e progressiva distruzione.
Nessun grido, nessuna denuncia per quanto
accorata o disperata o autorevole, ha sortito l´effetto di fermare la mano
incendiaria dei responsabili di tanta distruzione.
La lotta dell’"animale razionale"per
eccellenza, dell’uomo, condotta contro il prodotto tessuto da miliardi di anni
dalle forze vive e creatrici della natura piu´ rigogliosa e forte volge al suo
termine. Il fantasma di Bacone, che solo qualche secolo fa invitava l’uomo
a
"violentare" la natura per i propri fini si aggira soddisfatto nelle
immense lande bruciate e distrutte.
La fine della foresta. Quando per Amazzonia s'intende
foresta, alla stessa stregua con cui dicendo Sahara si intende deserto, ci si
sbaglia: la foresta sta gia` cessando da tempo di esistere, al ritmo di un
miliardo e 300 milioni di alberi tagliati e bruciati all´anno. La bruciano tutti,
dal piccolo proprietario
terriero a quello di mezza tacca, su su sino al vero distruttore
storico, il grande latifondista che della distruzione della foresta si è fatto
un punto d`onore personale. Si brucia così, per abitudine, per comodità
e risparmio di fatica, per buon calcolo, per pseudo-imprenditorialità o anche
per "simpatia" quando un incendio si propaga nelle proprietà vicine. Si brucia

con tranquillità, sempre illegalmente.
I
tutori della legge operano a poche ore, a volte a poche decine di minuti dai
luoghi degli incendi, il che è
assolutamente indifferente a fini degli interventi. Che non ci sono. I loro potenti
mezzi, che comprendono
elicotteri e fuoristrada, mostrano gli inutili muscoli
metallici di fronte ai loro uffici.Gli incendi? Si presume che le loro risposte
a
tale essenziale
quesito siano analoghe a quelle di tutti i buoni e onesti apparati burocratici
di questo mondo: troppo spesso sovraintendono solamente ai problemi,
intimamente consapevoli di non doverli per nulla risolvere.
Qualcuno auspica l’intervento
dell’esercito nella lotta. Forse questo, data la sua forza, potrà
vincere al loro
posto la battaglia. Le lande dove c’era la foresta che ora non c’è più,
lande ora grigie ora nere di cenere, con cimiteri di alberi
carbonizzati dal fuoco e schiantati scompostamente al suolo, danno
l’idea di
campi di battaglia dopo una giornata di sterminio. E ciò crea
nell’anima quella strana sensazione dolorosa che ha
suscitato la visione della caduta delle "torri gemelle" di New York e
che susciterebbe l’assistere alla caduta della torre Eiffel o a quella
di Pisa,
oppure all’esplosione del Colosseo per destinare l’area a un parcheggio di
auto.
Vantaggi fasulli. Questa orribile distruzione per alcuni è
un’operazione positiva perché permette anche al più piccolo proprietario di
terreno bruciato prima e messo a pascolo poi, di raggiunere lo status di
piccolo benestante, col fuoristrada dai vetri oscurati in garage, la
televisione al plasma per i figli e la cyclette da ginnastica per la
signora. Ma ecco l’assoluta idiozia che avvolge
l’intera faccenda: non sarà mai così, non potrà - e ciò è
inconfutabilemnete dimostrato - mai essere una fonte di ricchezza per alcuno la
foresta trasformata in pascolo, con queste mandrie di vacche scheletrite che si
trascinano a brucare su rendite solo annuali di erba, fornita da prati che
diverrano sabbiosi in breve tempo e che si trasforma poi in uno
strano vegetume che alla lunga non attirerà nemmeno un maiale.
E se da queste parti si sta
annientando
il polmone d’ossigeno del mondo, da altre parti (Cina e India) si sta
creando un parco veicoli di 700 milioni di vetture a benzina. Nel
mezzo,
nella consunta e imbolsita Europa, qualcuno finalmente si mette a
pensare in
termini un po’ più adeguati alla gravità della situazione.
Bene. Bello. Giusto.
I discendenti diretti dei creatori del mito
del progresso scientifico prima e di quello conseguente economico poi,
impregnati di positivo liberalismo, che oggi hanno il sano dubbio che
un
albero abbattuto non sia principalmente un problema di costi espresso in
tempi e
motoseghe, ma di ossigeno che viene definitivamente meno all’umanità. E
si chiedono se l’immensa capacità
produttiva guadagnata oggi dal pianeta nel suo insieme non
significhi in definitiva uno spreco tanto immenso quanto inutile e
dannoso.Occorrerebbe, di fronte a tanti anni di insensatezza, ripensare
al concetto di Bene, Bello e Giusto. Ma questo certamente non
si farà.
Peccato originale. Il dramma è che non ci sarà più, la prossima volta, un’arca di
Noè a salvare l’umanità dal disatro incipiente che i più attenti degli umani
percepiscono come inevitabile. Il mondo intero e` l’Arca. Se questo perisce,
nessuno si esimerà dal pagare un prezzo severo, se non tremendo. Con l’unico
vantaggio che si potrà capire il vero significato di quello che si chiama
"il peccato originale".