L'attacco a Falluja continua. Le forze militari statunitensi sono appoggiate da alcuni reparti d'iracheni che dipendono direttamente dal Pentagono e che facevano parte dei corpi speciali di Saddam. I militari Usa controllano la città, ma restano delle sacche di resistenza con guerriglieri pronti a tutto. I civili restano intrappolati nel mezzo.
Il terrore degli innocenti. “Le famiglie passano le giornate letteralmente avvinghiati gli uni agli altri,
ascoltando il rumore dei razzi e delle bombe “, dice Naif, “possono solo sperare
che il prossimo colpo non sia per loro. Si sente la gente che piange e prega a
voce altissima, quasi a voler coprire il rumore delle detonazioni”.
Haji Naif racconta la storia di Mohammed Abboud, un insegnante, che a Falluja “ha
perduto il figlio di 9 anni. Il ragazzo è stato colpito da una scheggia di granata,
ma Mohammed non ha potuto trasportarlo in ospedale, perché nelle strade infuriava
la battaglia tra i militari statunitensi e i guerriglieri. Il ragazzo è morto
dissanguato. Ci ha messo delle ore, a morire, davanti agli occhi dei suoi. Lo
hanno dovuto seppellire in giardino”.
“Non c’è la possibilità di soccorrere nessuno”, racconta Naif, “l’ospedale principale
di Falluja è occupato dagli americani e per il resto non ci sono strutture adeguate
a prestare soccorso alla gente che continua a morire in città. Mancano le medicine,
il sangue per le trasfusioni e le ambulanze per organizzare il trasporto rapido
dei feriti. Mancano acqua ed elettricità. A Falluja sono rimaste intrappolate
almeno 100 mila persone”.
Tutto questo non risulta ad Allawi, primo ministro del governo ad interim iracheno,
che respinge “le affermazioni di alcune fonti secondo le quali ci sarebbe una
carenza di rifornimenti a Falluja. La maggior parte della popolazione civile ha
abbandonato la città. Non ci riguarda quello che sostiene la Mezzaluna Rossa (equivalente islamico della Croce Rossa ndr)”.
La polemica con l'organizzazione umanitaria è nata dopo che il convoglio della
stessa è rimasto bloccato per tre giorni alla periferia di Falluja, mentre cercava
di portare alle famiglie ancora bloccate in città medicinali, acqua potabile,
cibo e coperte.
L'emergenza umanitaria. A ritenere che a Falluja sia in atto una grave catastrofe umanitaria non è solo
la Mezzaluna Rossa, che Allawi accusa di essere stata per anni collusa con il
regime di Saddam. Amnesty International, per esempio, ha parlato di “violazione
di tutte le regole di condotta bellica sancite dalle convenzioni di diritto internazionale.
I combattenti stanno commettendo crimini di guerra, da una parte e dall'altra”.
Se risulta difficile aspettarsi il rispetto delle regole da terroristi pronti
a tutto come vengono dipinti i guerriglieri di Falluja, ben altro atteggiamento
si chiede all'esercito regolare della più grande democrazia del mondo. In questo
senso hanno destato molto scalpore le immagini trasmesse dalla CNN di un militare
Usa in una moschea di Falluja, ripreso dalla telecamera mentre uccide un ribelle ferito e disarmato sabato
scorso.
Lo scopo dell’operazione Phantom Fury era quello di piegare una volta per tutte la resistenza di Falluja, stanare
e catturare Abu Musab al-Zarqawi e tutti i suoi uomini. Fino ad ora nessuna traccia
dell’uomo che secondo i servizi segreti statunitensi è il vero capo della guerriglia
irachena: “Io non so niente l’unica cosa che so è che di al-Qaeda la gente non
sa nulla. Saddam Hussein era un criminale sanguinario, ma questi soldati si stanno
macchiando di crimini terribili, stanno commettendo una strage e nessuno muove
un dito per fermarli -risponde Naif- A noi non interessa nulla di Saddam, di al-Qaeda
o degli americani”.
“Ad aprile eravamo ben disposti verso gli americani. Gli anziani di Falluja e
le autorità religiose hanno incontrato i militari Usa offrendo collaborazione
in cambio di rispetto. Loro non sarebbero entrati in città e la popolazione non
avrebbe dato problemi – racconta Naif - Non hanno mai rispettato questo accordo.
Hanno costruito una base alle porte della città e poi la situazione è degenerata
fino alla tragedia di questi giorni.”
La fuga. “Ho caricato mia moglie e i miei sette figli sull’auto con tutto quello che riuscivamo
a tirare su. Nell’unica via percorribile per uscire della città c’era un ingorgo
pauroso…tutti cercavano di fuggire come me e la mia famiglia, con automobili o
con qualunque mezzo disponibile, stracarichi di qualunque cosa. Tutti quelli che
erano rimasti a Falluja avevano fatto una scorta di cibo, ma non poteva durare
a lungo e allora abbiamo deciso di scappare per cercare di raggiungere dei parenti
a Baghdad che ci potessero ospitare. Anche perchè si rischiava di finire bruciati
dai gas e dalle bombe chimiche. Con i cellulari riusciamo a chiamare gli amici
rimasti in città, quando funzionano, per saperne di più e quello che ci raccontano
è terribile.”
Le quasi 250 mila persone che hanno abbandonato la città da aprile ad oggi vivono
una situazione tremenda. “Alcuni di loro si trovano nel complesso di Habbanyia,
20 chilometri a ovest di Falluja, quello che una volta era un complesso turistico
e che adesso è diventato il rifugio di migliaia di famiglie in fuga”, racconta
Naif, “la gente vive ammassata e manca tutto: cibo, medicinali, acqua e coperte.
Altri sfollati, circa 17mila famiglie, si sono raccolti ad Amirya, alle porte
di Falluja: un posto assolutamente inadeguato a un’emergenza di queste proporzioni.
“L’acqua potabile è scarsa e non c’è più cibo per la gente. Le famiglie si sono
stipate anche nei box per le auto. Decine di persone in pochi metri quadri”. Ma
tutto questo Allawi non lo sa o fa finta di non saperlo.
Christian Elia