17/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza di Naif, un profugo di Falluja
 
 Domani, 8 novembre 2005, sul canale satellitare RaiNews24, verrà trasmesso il documentario Falluja. La strage nascosta. A circa un anno dalla seconda operazione contro la cittadina sunnita (il primo assedio delle forze Usa risale ad aprile 2004), il giornalista italiano Sigfrido Ranucci raccoglie, da inviato in Iraq, le testimonianze di alcuni militari Usa che raccontano come, in violazione di qualunque convenzione internazionale, durante l'attacco a Falluja i marines abbiano utilizzato il cosidetto Willy Pete, il nome in gergo militare del 'fosforo bianco'. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini", racconta nel documentario a Ranucci un militare Usa, "il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nell'arco di 150 metri è spacciato". Il documentario raccoglie anche testimonianze della gente di Falluja, come questa raccolta da PeaceReporter, un anno fa:
 
 
 11 novembre 2004 - Non riesco a capire...non vi abbiamo fatto niente...perchè continuate a massacrarci. Lo dica agli Italiani. Vogliamo solo vivere. Signor Bush, signor Blair, signor Berlusconi...perchè volete ucciderci tutti. Non vi abbiamo mai fatto niente”. Haji Naif (Haji è un titolo onorifico per chi ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca ndr), sua moglie e i loro sette figli sono scappati da Falluja pochi giorni fa. Oggi, a Baghdad, racconta la sua vita nella città che già dall’aprile scorso era diventata una prigione.
 
un civile tra le rovine della sua casaIl racconto.La città delle cento moschee è diventata un inferno”, spiega Naif, “sembra investita da una pioggia di fuoco. Prima ci sono stati  bombardamenti terribili che hanno raso al suolo metà delle abitazioni di Falluja. Poi è cominciata una lotta terribile, casa per casa. Per strada ci sono solo i marines che sparano su tutto quello che si muove e alcuni guerriglieri che si muovono veloci con i razzi in spalla: sparano e scappano. Oppure fanno i cecchini nascosti in qualche palazzo. La gente che non è riuscita ad abbandonare la città resta tappata in casa, pregando e piangendo...I militari Usa irrompono in ogni abitazione, lanciando gas e trascinando via con la forza tutti gli uomini che trovano in casa. Non dicono mai dove li portano. Fanno lo stesso anche nelle moschee. Dagli altoparlanti di alcuni luoghi di culto partono annunci grotteschi”, dice Naif, “sostengono di aver catturato alcuni nemici, oppure di avere in ostaggio iracheni che combattono con gli Usa, ma mentono. E la gente lo sa. Invitano a resistere all’invasore, ma tutti sono terrorizzati e restano chiusi in casa. Ma questo non significa essere al sicuro: veniamo bombardati con delle bombe chimiche che strappano la pelle di dosso e bruciano come il fuoco".

L'attacco a Falluja continua. Le forze militari statunitensi sono appoggiate da alcuni reparti d'iracheni che dipendono direttamente dal Pentagono e che facevano parte dei corpi speciali di Saddam. I militari Usa controllano la città, ma restano delle sacche di resistenza con guerriglieri pronti a tutto. I civili restano intrappolati nel mezzo.

marines usa per le strade di falluja a novembre 2004Il terrore degli innocenti.Le famiglie passano le giornate letteralmente avvinghiati gli uni agli altri, ascoltando il rumore dei razzi e delle bombe “, dice Naif, “possono solo sperare che il prossimo colpo non sia per loro. Si sente la gente che piange e prega a voce altissima, quasi a voler coprire il rumore delle detonazioni”.
Haji Naif racconta la storia di Mohammed Abboud, un insegnante, che a Falluja “ha perduto il figlio di 9 anni. Il ragazzo è stato colpito da una scheggia di granata, ma Mohammed non ha potuto trasportarlo in ospedale, perché nelle strade infuriava la battaglia tra i militari statunitensi e i guerriglieri. Il ragazzo è morto dissanguato. Ci ha messo delle ore, a morire, davanti agli occhi dei suoi. Lo hanno dovuto seppellire in giardino”.
Non c’è la possibilità di soccorrere nessuno”, racconta Naif, “l’ospedale principale di Falluja è occupato dagli americani e per il resto non ci sono strutture adeguate a prestare soccorso alla gente che continua a morire in città. Mancano le medicine, il sangue per le trasfusioni e le ambulanze per organizzare il trasporto rapido dei feriti. Mancano acqua ed elettricità. A Falluja sono rimaste intrappolate almeno 100 mila persone”.
Tutto questo non risulta ad Allawi, primo ministro del governo ad interim iracheno, che respinge “le affermazioni di alcune fonti secondo le quali ci sarebbe una carenza di rifornimenti a Falluja. La maggior parte della popolazione civile ha abbandonato la città. Non ci riguarda quello che sostiene la Mezzaluna Rossa (equivalente islamico della Croce Rossa ndr)”.
La polemica con l'organizzazione umanitaria è nata dopo che il convoglio della stessa è rimasto bloccato per tre giorni alla periferia di Falluja, mentre cercava di portare alle famiglie ancora bloccate in città medicinali, acqua potabile, cibo e coperte.

un fotogramma del vidseo di un giornalista della nbc che documentò, a novembre 2004, il crimine di guerra commesso da un marine usa che spara e uccide un uomo ferito e disarmato in una moscheaL'emergenza umanitaria. A ritenere che a Falluja sia in atto una grave catastrofe umanitaria non è solo la Mezzaluna Rossa, che Allawi accusa di essere stata per anni collusa con il regime di Saddam. Amnesty International, per esempio, ha parlato di “violazione di tutte le regole di condotta bellica sancite dalle convenzioni di diritto internazionale. I combattenti stanno commettendo crimini di guerra, da una parte e dall'altra”.
Se risulta difficile aspettarsi il rispetto delle regole da terroristi pronti a tutto come vengono dipinti i guerriglieri di Falluja, ben altro atteggiamento si chiede all'esercito regolare della più grande democrazia del mondo. In questo senso hanno destato molto scalpore le immagini trasmesse dalla CNN di un militare Usa in una moschea di Falluja, ripreso dalla telecamera mentre uccide un ribelle ferito e disarmato sabato scorso.
Lo scopo dell’operazione Phantom Fury era quello di piegare una volta per tutte la resistenza di Falluja, stanare e catturare Abu Musab al-Zarqawi e tutti i suoi uomini. Fino ad ora nessuna traccia dell’uomo che secondo i servizi segreti statunitensi è il vero capo della guerriglia irachena: “Io non so niente l’unica cosa che so è che di al-Qaeda la gente non sa nulla. Saddam Hussein era un criminale sanguinario, ma questi soldati si stanno macchiando di crimini terribili, stanno commettendo una strage e nessuno muove un dito per fermarli -risponde Naif- A noi non interessa nulla di Saddam, di al-Qaeda o degli americani”.

Ad aprile eravamo ben disposti verso gli americani. Gli anziani di Falluja e le autorità religiose hanno incontrato i militari Usa offrendo collaborazione in cambio di rispetto. Loro non sarebbero entrati in città e la popolazione non avrebbe dato problemi – racconta Naif - Non hanno mai rispettato questo accordo. Hanno costruito una base alle porte della città e poi la situazione è degenerata fino alla tragedia di questi giorni.”

blindati usa di pattuglia dopo la devastazione di fallujaLa fuga.Ho caricato mia moglie e i miei sette figli sull’auto con tutto quello che riuscivamo a tirare su. Nell’unica via percorribile per uscire della città c’era un ingorgo pauroso…tutti cercavano di fuggire come me e la mia famiglia, con automobili o con qualunque mezzo disponibile, stracarichi di qualunque cosa. Tutti quelli che erano rimasti a Falluja avevano fatto una scorta di cibo, ma non poteva durare a lungo e allora abbiamo deciso di scappare per cercare di raggiungere dei parenti a Baghdad che ci potessero ospitare. Anche perchè si rischiava di finire bruciati dai gas e dalle bombe chimiche. Con i cellulari riusciamo a chiamare gli amici rimasti in città, quando funzionano, per saperne di più e quello che ci raccontano è terribile.”
Le quasi 250 mila persone che hanno abbandonato la città da aprile ad oggi vivono una situazione tremenda. “Alcuni di loro si trovano nel complesso di Habbanyia, 20 chilometri a ovest di Falluja, quello che una volta era un complesso turistico e che adesso è diventato il rifugio di migliaia di famiglie in fuga”, racconta Naif, “la gente vive ammassata e manca tutto: cibo, medicinali, acqua e coperte. Altri sfollati, circa 17mila famiglie, si sono raccolti ad  Amirya, alle porte di Falluja: un posto assolutamente inadeguato a un’emergenza di queste proporzioni. “L’acqua potabile è scarsa e non c’è più cibo per la gente. Le famiglie si sono stipate anche nei box per le auto. Decine di persone in pochi metri quadri”. Ma tutto questo Allawi non lo sa o fa finta di non saperlo.

Christian Elia

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