15/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Secondo l'Onu, sarebbero più di 30mila i civili iracheni uccisi dal marzo 2003
“Il costo pagato dalle popolazioni civili durante queste operazioni deve condurre a una nuova riflessione sulla natura del conflitto e sulla proporzionalità dell'impiego della forza”. Questa la conclusione di un rapporto delle Nazioni Unite, reso pubblico ieri, sulla guerra in Iraq. Un rapporto che stima in più di 30mila le vittime civili dall'inizio del conflitto nel marzo 2003.

civili iracheni nell'ospedale di fallujaPresa di coscienza. Della ricerca sulle vittime civili del conflitto si è occupata la Unami, la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq. La notizia è che adesso lo sa anche l'Onu. Perchè il mondo lo sapeva da tempo e in particolare lo sapeva e lo denunciava Iraq Body Count, un'organizzazione indipendente composta da medici e ricercatori universitari degli Stati Uniti. Da tempo sul loro sito si registrano meticolosamente le vite perdute di questa guerra. Che non sono solo quelle dei civili, ma anche quelle dei 2267 militari stranieri morti dall'inizio della guerra e delle migliaia di guerriglieri che hanno perso la vita in combattimento o negli attacchi suicidi. Una mattanza. Ma anche la vita di chi sopravvive non è facile. Il rapporto Onu non si limita al calcolo delle vittime. Il documento accusa sia l'esercito iracheno che i militari della Coalizione di aver ripetutamente infranto le leggi internazionali e, in particolare, denuncia una serie di operazioni compiute dal 1 settembre al 31 ottobre 2005, nelle quali sono stati arrestati medici e sono stati occupati edifici sanitari. L'Onu condanna queste azioni che, come si legge nel rapporto, “sono contrarie alle leggi internazionali relative ai conflitti armati e costituiscono una violazione delle leggi che garantiscono i diritti dell'uomo”. Secondo l'inchiesta delle Nazioni Unite, più di diecimila famiglie irachene, solo nelle provincie di al-Anbar e Ninive (a maggioranza sunnita), sono state costrette a lasciare le loro case. Un esercito di profughi, affamati e bisognosi di cure, che nei luoghi preposti all'assistenza sanitaria trovano dei check-point militari.

iracheni arrestatiCarceri infernali. Il rapporto dell'Onu cita anche i dati sulle persone detenute nelle carceri irachene: sono 23.394 i prigionieri in Iraq, dei quali 11.559 catturati dalla forza multinazionale. Una cifra enorme, che si può paragonare alla popolazione intera di una piccola cittadina. Tutti questi dati erano, da tempo, diffusi. Ma il rapporto esce due giorni dopo la visita a sorpresa del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Non era mai accaduto. E per la prima volta l'Onu, in un documento ufficiale, parla di cifre tanto gravi come queste. Sembra quasi che, dopo un'opposizione alla guerra iniziale, le Nazioni Unite abbiano deciso solo ora di porre fine al silenzio sulle vittime del conflitto e sulla situazione delle carceri e della sanità. In particolare questo documento inquadra, proprio perchè tratta temi differenti, la grave situazione nella quale versa l'Iraq. Dopo aver celebrato, con grande ritorno mediatico, le elezioni del gennaio e di ottobre 2005, il mondo si rende conto di come alla popolazione civile irachena non siano garantiti ancora la sicurezza, il cibo, l'assistenza sanitaria, la tutela dei propri diritti. E questo non è accettabile per un Paese democratico. Per quanto il documento sia reticente nell'analizzare come muoiono tutte queste persone, quante ne hanno uccise i terroristi e quante ne hanno uccise i militari della Coalizione, resta il dato di quante vite ha distrutto questa guerra. Quale che sia la linea dell'Onu, sembrano comunque lontani i giorni nei quali, con una dichiarazione scellerata, il ministro della Salute del Governo provvisiorio iracheno dichiarò che “non si sarebbe più tenuto il conto delle vittime del conflitto”. Oppure il giorno in cui il generale Usa Francks rispondeva stizzito ai giornalisti che lui “non contava le vittime civili”. Proprio da questa frase partì la campagna di Iraq Body Count. La cattiva notizia è che non hanno ancora finito di contare. 

Christian Elia

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