“Il costo pagato
dalle popolazioni civili durante queste operazioni deve condurre a
una nuova riflessione sulla natura del conflitto e sulla
proporzionalità dell'impiego della forza”. Questa la
conclusione di un rapporto delle Nazioni Unite, reso pubblico ieri,
sulla guerra in Iraq. Un rapporto che stima in più di 30mila
le vittime civili dall'inizio del conflitto nel marzo 2003.
Presa di coscienza. Della ricerca sulle vittime civili del conflitto si è
occupata la Unami, la missione di assistenza delle Nazioni
Unite in Iraq. La notizia è che adesso lo sa anche l'Onu.
Perchè il mondo lo sapeva da tempo e in particolare lo sapeva
e lo denunciava
Iraq Body Count, un'organizzazione indipendente composta da medici e ricercatori
universitari degli Stati Uniti. Da tempo sul loro sito si registrano
meticolosamente le vite perdute di questa guerra. Che non sono solo
quelle dei civili, ma anche quelle dei 2267 militari stranieri morti
dall'inizio della guerra e delle migliaia di guerriglieri che hanno
perso la vita in combattimento o negli attacchi suicidi. Una
mattanza. Ma anche la vita di chi sopravvive non è facile. Il
rapporto Onu non si limita al calcolo delle vittime.
Il documento accusa sia l'esercito iracheno che i militari della
Coalizione di aver ripetutamente infranto le leggi internazionali e,
in particolare, denuncia una serie di operazioni compiute dal 1
settembre al 31 ottobre 2005, nelle quali sono stati arrestati medici
e sono stati occupati edifici sanitari. L'Onu condanna queste azioni
che, come si legge nel rapporto, “sono contrarie alle leggi
internazionali relative ai conflitti armati e costituiscono una
violazione delle leggi che garantiscono i diritti dell'uomo”.
Secondo l'inchiesta delle Nazioni Unite, più di diecimila
famiglie irachene, solo nelle provincie di al-Anbar e Ninive (a
maggioranza sunnita), sono state costrette a lasciare le loro case.
Un esercito di profughi, affamati e bisognosi di cure, che nei luoghi
preposti all'assistenza sanitaria trovano dei check-point militari.
Carceri infernali.
Il rapporto dell'Onu cita anche i dati sulle persone detenute
nelle carceri irachene: sono 23.394 i prigionieri in Iraq, dei quali 11.559
catturati dalla forza multinazionale.
Una cifra enorme, che si può paragonare alla popolazione
intera di una piccola cittadina. Tutti questi dati erano, da tempo,
diffusi. Ma il rapporto esce due giorni dopo la visita a sorpresa del
Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Non era mai
accaduto. E per la prima volta l'Onu, in un documento ufficiale,
parla di cifre tanto gravi come queste. Sembra quasi che, dopo
un'opposizione alla guerra iniziale, le Nazioni Unite abbiano deciso
solo ora di porre fine al silenzio sulle vittime del conflitto e sulla
situazione delle carceri e della sanità. In particolare questo
documento inquadra, proprio perchè tratta temi differenti, la
grave situazione nella quale versa l'Iraq. Dopo aver celebrato, con
grande ritorno mediatico, le elezioni del gennaio e di ottobre 2005,
il mondo si rende conto di come alla popolazione civile irachena non
siano garantiti ancora la sicurezza, il cibo, l'assistenza sanitaria,
la tutela dei propri diritti. E questo non è accettabile per un Paese
democratico. Per quanto il documento sia reticente nell'analizzare come muoiono
tutte queste persone, quante ne hanno uccise i terroristi e quante ne
hanno uccise i militari della Coalizione, resta il dato di quante
vite ha distrutto questa guerra. Quale che sia la linea dell'Onu,
sembrano comunque lontani i giorni nei quali,
con una dichiarazione scellerata, il
ministro della Salute del Governo provvisiorio iracheno dichiarò
che “non si sarebbe più tenuto il conto delle vittime del
conflitto”. Oppure il giorno in cui il
generale Usa Francks rispondeva stizzito ai giornalisti che lui “non
contava le vittime civili”. Proprio da questa frase
partì la campagna di
Iraq Body Count. La cattiva
notizia è che non hanno ancora finito di contare.