“Ogni cittadino, in questo momento storico dell’Arabia Saudita, lavora per la sicurezza del Paese”. Le parole del principe Abdallah, reggente al trono della dinastia Saud si è rivolto recentemente così alla popolazione della penisola arabica. L’appello potrebbe rientrare il quella retorica patriottica a cui, in larga parte del pianeta, le classi dirigenti politiche ricorrono dopo l’undici settembre. In Arabia Saudita però è diverso.
Un’autobomba di fronte al simbolo del potere della dinastia Saud, la centrale dei servizi di sicurezza, mercoledì 21 aprile 2004, a Riad, la capitale. Dieci morti e tanti feriti. Quattro poliziotti uccisi nel corso di una operazione anti-terrorismo il 14 aprile, che ha portato alla individuazione di cinque auto pronte a esplodere e a causare lutti nel Paese. Questo solo per quel che riguarda le ultime due settimane. Nel 2003, l’anno nero del Paese, a causa di due terribili attentati a Riad, a maggio e novembre hanno perso la vita 52 persone. Nel Paese si sono svolte 158 operazioni di polizia e più di 600 arresti. Non bastasse il terrorismo, tutta l’Arabia Saudita è attraversata da un’ondata di proteste organizzate attorno agli intellettuali. Questi ultimi presentano una petizione chiamata “In difesa della nazione”, in cui chiedono una riforma profonda della stato, una modernizzazione che traghetti il Paese nel ventunesimo secolo. In pochi mesi le firme sono arrivate a 900 e una manifestazione dei firmatari a Riad ad ottobre del 2003, è finita con i manifestanti in fuga dalle cariche della polizia e con 271 arresti.
Sembra il bollettino di uno stato sconvolto da una guerra civile, non la cronaca degli ultimi mesi in Arabia Saudita, posseduta più che governata, da una monarchia assoluta, quella della dinastia Saud, al potere da sempre, tanto da dare il nome al Paese. La regione con le più grandi riserve petrolifere del mondo e il governo dei custodi di Mecca e Medina, i luoghi più sacri dell’Islam. Coloro che, con una decisione dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), possono mettere in ginocchio l’economia più importante del pianeta, quella statunitense.
Già, gli Stati Uniti, l’alleato storico dei Saud. Tutto comincia nel 1945, quando Franklin D. Roosvelt, Presidente degli Usa vola a Riad per incontrare il re Faisal, fondatore del Paese. Il patto è chiaro: i soldi di Washington per garantire la sicurezza dei Saud e il petrolio dei Sauditi, a prezzo ragionevole, per la locomotiva economica statunitense. Un rapporto idilliaco, rinvigorito dalla prima guerra in Iraq, quando l’Arabia Saudita si fa trascinare dalla tempesta nel deserto di Bush padre.
Poi qualcosa si spezza. Piccoli segnali, rumori di corridoio diplomatico che diventano urla nell’agosto del 2003 quando, in un intervista al Wall Street Journal, il principe reggente Abdallah (re Fahd è bloccato a un ictus in un letto di una clinica di Ginevra), dichiara: “Arriva il tempo in cui popoli e nazioni si separano: noi siamo a un bivio. E’ tempo per gli Usa e l’Arabia Saudita di guardare ognuno ai propri interessi.” Un fulmine a ciel sereno, ma il peggio doveva ancora venire. Undici settembre 2003, il Ground Zero degli Stati Uniti. Ben 15 dirottatori suicidi su 19 sono sauditi. Gli Usa sono sotto chock, ma ritengono troppo importante l’alleato per farsi accecare dall’emotività e, l’unico aereo che si alza in volo nei drammatici momenti del dopo attentato, è un volo privato con 150 sauditi a bordo che riparano in patria.
Questo processo di deterioramento dei rapporti è il protagonista di “Dormire con il diavolo”, un libro appena uscito in Italia. Robert Bear, l’autore, è un agente della Cia, in servizio dal 1979 al 1997. Bear sottolinea come l’Arabia Saudita, con il controllo del prezzo del petrolio, può mettere in ginocchio l’economia statunitense. Fornisce agli Usa il 18 per cento del fabbisogno nazionale dell’oro nero a prezzi sostenibili mentre, se per esempio si facesse arrivare il greggio dal Mar Caspio, i costi per Washington esploderebbero.
Se è quindi facile comprendere la tolleranza dell’amministrazione degli Stati Uniti con i sauditi, meno chiara appare questa brusca virata di Riad nei rapporti con gli Usa. Una possibile lettura è quella che emerge dalla paura dei Saud di fare la fine dello scià di Persia che, pur protetto dagli Usa, si è visto rovesciare dalla furia della folla.
Già nel 1998, Osama bin Laden, ha cominciato a indirizzare messaggi minacciosi a re Fahd. Il capo di al-Qaeda, di origine saudita, esorta il Paese dei luoghi più sacri per l’Islam a ribellarsi a chi a fatto entrare gli infedeli sul sacro suolo. Difatti gli Stati Uniti hanno tenuto (fino a quando non gli è sembrato più sicuro in Qatar) due basi e migliaia di uomini in Arabia Saudita e, la culla del wahabismo, corrente più intransigente dell’Islam, non può e non deve tollerare oltre.
Anni e anni di cultura dell’odio e della tolleranza verso l’occidente e gli infedeli professato nelle scuole con il silente appoggio di Riad, miliardi di dollari spesi per finanziare la guerra santa in Cecenia, Bosnia e Afghanistan (tenendola così lontana da casa), un controllo assoluto della vita dei cittadini, una famiglia reale smisurata che gode dei proventi del ricchissimo commercio del petrolio hanno creato un mostro, che ora si rivolta contro il suo creatore.
Ai Saud, l’affrancamento dalla politica Usa (infatti non hanno seguito Bush figlio nella lotta a Saddam Hussein cominciata dal padre), è sembrata l’unica via d’uscita da una pressione interna che diventa sempre più feroce. Una popolazione che ha un cittadino su due sotto i 18 anni ha bisogno di posti di lavoro che non ci sono, internet e i canali satellitari, pur controllati, arrivano ai giovani che desiderano una libertà che contrasta con un Paese dove esiste ancora il ministero per la promozione della Virtù e la repressione del Vizio, un mondo femminile che, occupando l’università abbandonata in gran parte dai maschi, è preparata e pronta ad un ruolo da protagonista in una realtà che gli impedisce di guidare una macchina, uscire da sola e aprire un’attività non autorizzata da un uomo.
La scelta della dinastia dei Suad sembra chiara: piccole riforme interne (come le prime elezioni a livello locale della storia e la commissione consultiva permanente sui diritti umani) per alleggerire le richieste degli intellettuali, repressione dura del fondamentalismo e recupero del panarabismo in chiave anti-americana, con cui mantenere solo i rapporti d’affari.Il tempo dirà se questa politica permetterà ai Saud di mantenere il potere, che dovranno sperare che a scandire quest’ultimo, non sia il timer di un’ autobomba.
Christian Elia