Viaggio a Tuol Sleng, la prigione di Phnom Penh dove furono uccisi migliaia di cambogiani
Scritto per noi da
Cristian Cecotti
In una bacheca all’ingresso, prima di iniziare la visita al liceo
Tuol Sleng, il museo del genocidio di Phnom Penh, ti accolgono, come per
guidarti in un tour negli orrori di un massacro collettivo, i carnefici, in
alcune foto d’epoca; chi fiero nell’uniforme nera dei khmer rouge, chi con
sorriso beffardo, altri in pose bonarie con atteggiamento quasi dimesso,
palesemente non a proprio agio davanti alla fotocamera.
Nella stanza del fotografo
carcerieri e carcerati si fissavano per la prima volta attraverso l’occhio
artificiale dell’obiettivo e questo scatto costituiva il primo documento di un
fascicolo personale che sarebbe stato archiviato solo con una dichiarazione di
colpevolezza, estorta al detenuto, che ne avrebbe sentenziato la condanna a
morte.
Quelle foto oggi sono ancora lì,
a centinaia, riempiono intere sale, esposte negli stessi luoghi di sofferenza
e
di disperazione.
Tutti quegli occhi puntuati
addosso ti inchiodano, ti interrogano, ti scrutano, non ti lasciano una via di
fuga, ti obbligano a riflettere, a toccare da vicino la barbarie umana e,
soprattutto, a non dimenticare.
Nelle celle, nelle sale degli
interrogatori e di tortura sembra che tutti quei volti siano presenti, a
testimonianza e a memoria di tanta sofferenza e dolore oltre che per scrutare
l’animo del visitatore, e tentare di leggerne i sentimenti nel cuore.
Come delle ombre ti accompagnano
e ti seguono lungo tutto il percorso della visita fino all’uscita, poi si
fermano per tornare indietro, lasciandoti andare, perchè è troppo importante
per il futuro del loro popolo che restino a documentare gli abusi del passato.
Tu invece, sentendoti confuso,
prosegui solo, per poi accorgerti, una volta a casa, che le ombre sono ancora
nei tuoi pensieri.
Con un lavoro di sovrapposizione di foto, ho cercato di
sottolineare il modo in cui ho percepito oggi la presenza delle anime dei
prigionieri nei luoghi in cui quaranta anni fa hanno pianto, urlato, supplicato
e pregato prima di morire.