dal nostro inviato
Christian Elia

L'alba nel Sahara ha colori magici. Sorge in fretta e, in pochi minuti, da un
tetto di stelle che sembra cucito a mano con un filo d'oro, si passa ad un cielo
rosa e caldo avvolgente. La sveglia suona alle sei e mezzo. Nessuno vuole perdersi
il giorno piu' atteso, quello della grande manifestazione.
Il Comune è al centro del campo profughi Auserd, uno dei piu' grandi dei cinque
che sono qui, nei pressi di Tindouf, in Algeria, da trent'anni, da quando i Saharawi
sono stati scacciati dalle loro case dal napalm e dai fucili marocchini. Il Comune
è una costruzione rotonda, di un rosso pallido, con una porticina azzurra.
E' ancora notte, ma dagli altoparlanti dell'amministrazione di Auserd, irrompe
la voce di Khandoud, che chiama "tutti gli amici all'appuntamento, fra cinque
minuti si parte". Mente, come sempre. Khandoud è un capo vero, di quelli che non
hanno bisogno di divise o incarichi ufficiali per avere il rispetto di tutti.

"Jalla, jalla...avanti, forza, sbrigatevi", grida ogni due minuti, ma con un
sorriso furbo fa capire che scherza. Credo sia il suo modo di guardare il mondo:
uno sguardo tagliente e ironico, di chi per sopravvivere ha imparato a vivere
di tutto. Mette fretta a noi occidentali, con tutti i nostri tempi sincopati e
angosciosi, ma lui ha dentro il tempo immobile del deserto, una clessidra di pietra
dove tutto accade quando deve, non un secondo prima, non un secondo dopo.
Tutte le famiglie del campo si affannano perché i loro ospiti devono partire.
The e caffè, burro e marmellata di mele con biscotti vengono serviti su un tavolino
basso rettangolare. Ogni famiglia ospita dei manifestanti venuti qui per solidarietà
con questo popolo vessato. Italiani, spagnoli e qualche francese. Tutti si sono
sobbarcati un viaggio pesante: un charter da Pisa a Tindouf, ore di ritardo di
cui si è perso il conto, poi tutti sulle jeep per raggiungere il campo profughi
di Auserd. Una corsa di notte nel deserto. Da brividi.

Oggi è il gran giorno. I manifestanti si avviano, con passo svelto, all'appuntamento
per non provocare le (false) ire di Khandoud. Le famiglie Saharawi ci accompagnano.
Loro purtroppo non possono venire. Le jeep sono poche ed è più importante che
siamo noi, gli stranieri, resi ciechi dalla nostra vita quotidiana, a vedere la
guerra e i suoi assurdi effetti, non loro che la guerra la vivono ogni giorno,
da trent'anni.
I mezzi, tutte jeep di qualche anno fa tenute bene, sono pronti a partire. Si
vede che a molti Saharawi, soprattutto i piu' giovani, spiace di non venire con
noi. Sarebbe bello fare un viaggio, vedere cose nuove. Amhed mi guarda e mi sorride
un po' malinconico. Ha capito la necessità e l'accetta. Amhed ha tredici anni
e sogna di fare il medico, come molti ragazzi che da qui sono andati a Cuba o
in Algeria a studiare. Non so se ci riuscira', ma sicuramente è già diventato
uomo.

"Jalla, jalla" urla Khandoud, ghignando sotto il turbante dei nostri affanni.
Vengo assalito da un momento di rabbia. A me e alla giovane e bella Yael, regista
pisana dai capelli rossi, non hanno ricaricato le batterie. Khandoud ci guarda,
con due occhi neri che sembrano gallerie senza fine, e ci dice "di guardare il
bicchiere sempre mezzo pieno, che tanto tutto si risolve".
Aggrediamo il deserto. Da quando sono arrivato mi chiedo come facciano, questi
uomini silenziosi, a guidare a velocità folle su un terreno che definire accidentato
è poco. Volti scolpiti dal sole e dalla sabbia, che qui diventa come l'aria, è
ovunque. Ogni ruga sotto i loro turbanti neri racconta una storia. Vedono strade
che io non vedrò mai. Non sono nato qui e non posso recuperare. La Land Cruiser
Toyota scorre a cento chilometri all'ora. Più che di sobbalzi, si puo' parlare
di vere e proprie evoluzioni circensi.
In prima linea, accanto al guidatore, ci sono Martino e Valentino, due livornesi
di una simpatia travolgente che si reggono a malapena seduti. Dietro sbatacchiamo
in molti: c'è Sergio, un preside di Pisa che tutti avremmo voluto avere, c'è Yael,
la regista della batteria, e Franco, architetto fiorentino che ha salvato la situazione
offrendosi come fotografo. Tra una capocciata e uno spintone si prosegue.

Il deserto insegna molto. Innanzitutto che non e' sempre uguale a se stesso.
Progressivamente, avvicinandosi al Sahara occidentale venendo dall'Algeria, comincia
a comparire una vegetazione sempre più ricca. Certo ai nostri occhi nulla di eccezionale,
ma capisco quanto possa essere importante per i Saharawi ritornare a casa. Incrociamo
dei nomadi al pascolo con mandrie di cammelli. Per loro quest'erba spelacchiata
è la vita. Ci salutano e ci ringraziano perché anche loro sanno dove andiamo.
Ci sono riconoscenti in un modo profondo, che non avevo ancora conosciuto. La
gratitudine di chi non ha nulla e ritiene i sentimenti una vera ricchezza.
Dopo sei ore di soprassalti nella jeep, con i nostri autisti sempre più audaci
che in un attimo trasformano la colonna in un ventaglio, arriviamo al punto di
raccolta dei circa centocinquanta manifestanti. La sensazione è bellissima, ci
si sente piccoli piccoli. Tutto quello che mi circonda è qui da sempre, immenso
e assoluto. Una sabbia rossiccia, un forno roccioso con questi rilievi maestosi
sullo sfondo. Ti senti di passaggio. Non fuori posto, di passaggio.

L'orizzonte è spezzato da una muraglia. Khandoud si fa serio: "I miei ragazzi
hanno messo in sicurezza un corridoio, quello che vedete è il muro dei marocchini.
Siamo a un chilometro e mezzo. Una pista, da questo punto fino al posto più vicino
possibile al muro, è stata sminata...ma fate attenzione". Tutta l'assurdita' dell'uomo
ti colpisce con forza. Come si puo' pensare di costruire un muro in mezzo a tutto
questo spazio? Come puo' un popolo nomade, nato e cresciuto in uno spazio immenso,
senza limiti, senza ostacoli, capire una barriera che ferisce questo orizzonte
senza fine? Sono 2.400 chilometri di sabbia, di altezza variabile dai due ai quattro
metri, con centotrentamila uomini dell'esercito marocchino a presidiarlo.
Al Marocco il muro costa un milione di dollari al giorno. Khandoud mi dice che
l'Unione Europea passa al Marocco quattrocentomilioni di dollari all'anno. Mi
chiedo chi paghi tutto questo. Nel 1984 l'esercito marocchino ha costruito questa
barriera per rendere definitiva l'occupazione della metà del Sahara occidentale,
la terra dei Saharawi, da nord a sud. Dall'altra parte sono rimaste la pesca,
i pascoli, le case e le famiglie dei Saharawi. Sono scappati a piedi per cercare
un rifugio in Algeria. Hanno attraversato il deserto. Ripenso al nostro viaggio,
per noi assolutamente faticoso, in comode jeep. Mi vengono i brividi. Questa vicenda
mi ricorda la fuga degli ebrei dall'Egitto. Se ne parlassero insieme scoprirebbero
di somigliarsi piu' di quanto pensano.

La manifestazione vuole mostrare ai marocchini la solidarietà internazionale
alla causa dei Saharawi che chiedono solo di tornare a casa. Tutto in sintonia
con lo stile di vita di questa gente, assolutamente pragmatico. Dopo le foto di
rito e la passerella delle Istituzioni italiane qui presenti (vari Comuni della
Toscana, Provincia e Regione Toscana, Provincia della Liguria) intervistati dalla
stampa algerina, l'unica presente, si comincia a camminare verso il muro.
Tutti siamo preoccupati. Khandoud ci ricorda che in questa zona ci sono cinque
milioni di mine, ma che i suoi ragazzi hanno fatto un buon lavoro. Possiamo fidarci.
Si arriva fin dove e' possibile. Sulla sommita' della barriera si muovono veloci
uomini e mezzi dell'esercito marocchino, mentre di militari Saharawi neanche l'ombra.
Sono qui da anni a fissarsi, divisi da un muro, ma profondamente simili.

Piantiamo una bandiera della pace nel deserto, davanti al muro. Non mi era mai
sembrata così bella. "Grazie di cuore, voi non potete immaginare quanto vi siamo
grati" dice commosso Omar, un capo Saharawi. Khandoud non resiste: parte un gestaccio
verso il muro, ma contemporaneamente grida sorridendo "Viva la pace". Poi fa due
passi indietro e si avvia verso la zona non sicura.
Tutti tratteniamo il respiro: "Khandoud che fai? Sei pazzo?". Lui si volta e
con il suo sorriso da Omar Sharif ci dice "Cerco mine". Scherza come sempre. Sta
facendo pipì. Ci aspettano altre sei ore di jeep, ma all'improvviso nel deserto
vediamo una tenda e un banchetto. Carne di cammello alla griglia, insalata di
verdure, frutta e acqua per tutti, oltre all'immancabile the. E' il loro modo
di ringraziarci. Dividere con noi quel poco che hanno.
Il ritorno è massacrante. Le jeep hanno tutti i problemi del mondo, ma non si
lamenta quasi nessuno. Evidentemente tutti pensano al sorriso di Khandoud e al
bicchiere mezzo pieno.