In
pubblico, l’amministrazione Bush non cessa di appellarsi alla diplomazia,
per tentare di dissuadere l’Iran dalla costruzione di armi atomiche;
tuttavia, lontano da occhi indiscreti, l’entourage del presidente ha
aumentato le attività clandestine in territorio iraniano e ha intensificato
i piani per un eventuale attacco aereo in grande stile. Alcuni funzionari
presenti e passati dell’esercito e dell’intelligence americana
hanno dichiarato che gli strateghi della Air Force stanno stilando le liste
degli obiettivi; allo stesso tempo, alle truppe di combattimento americane
è stato ordinato di raccogliere, sotto copertura, informazioni circa
gli obiettivi designati e di stabilire contatti con i gruppi etnici antigovernativi.
Questi funzionari sostengono anche che Bush sia determinato a negare al regime
iraniano la possibilità di intraprendere un programma-pilota di arricchimento
dell’uranio, previsto per questa primavera.
I servizi segreti americani ed europei, insieme all’Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica (AIEA), concordano sul fatto che l’Iran
sia intenzionato a dotarsi di armi atomiche. Tuttavia, ci sono pareri assai
discordanti tra loro, sia per quanto riguarda il tempo che sarà necessario
all’Iran per fabbricarle, sia a proposito della strategia dissuasiva
più efficace: diplomazia, sanzioni o intervento militare? Teheran ribadisce
che il suo programma nucleare ha fini puramente pacifici, in linea coi dettami
del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP), e che non verrà
ostacolato né bloccato.
Tra i membri dell’esercito americano e la comunità internazionale
si registra la crescente convinzione che, nel contenzioso nucleare con l’Iran,
il vero obiettivo di Bush sia il rovesciamento del regime iraniano. Il presidente
Mahmoud Ahmadinejad ha messo in discussione la veridicità dell’Olocausto
e ha dichiarato che Israele dovrebbe essere “cancellato dalle mappe”.
Un ex funzionario dell’intelligence ha affermato che, alla Casa Bianca,
Ahmadinejad è considerato un potenziale Adolf Hitler. “È
così che lo chiamano. Temono che l’Iran costruisca la bomba e
possa scatenare una nuova guerra mondiale”.
Un consulente governativo molto vicino al comando civile del Pentagono ha
rivelato come Bush sia “assolutamente convinto che l’Iran avrà
l’atomica”, se non verrà fermato in tempo. Inoltre, ha
aggiunto che il presidente crede di esser chiamato a fare “ciò
che nessun futuro presidente, non importa se democratico o repubblicano, avrà
il coraggio di fare”, e che “salvare l’Iran sarà
la sua eredità”. Un ex funzionario della difesa, che ancora collabora
con l’amministrazione Bush per le questioni delicate, mi ha confidato
che i piani militari si fondano sulla convinzione che “una campagna
di massicci bombardamenti sull’Iran screditerà le gerarchie religiose
e porterà il popolo a ribellarsi e a rovesciare il governo”.
Ha aggiunto: “Quando sentii parlare di queste cose, rimasi di sasso.
Mi domandai che cosa avessero fumato”.
La base teorica del “cambio di regime” è stata articolata
all’inizio di marzo da Patrick Clawson – esperto di questioni
iraniane, amministratore delegato alla ricerca al Washington Institute for
Near East Policy e sostenitore di Bush. “Finché l’Iran
sarà una Repubblica Islamica, avrà un programma nucleare, perlomeno
clandestino”, ha detto Clawson alla Commissione per le relazioni con
l’estero del Senato, il 2 marzo scorso. “Per questo motivo, la
questione-chiave è: quanto resisterà l’attuale regime
iraniano?” Quando ho parlato con Clawson, egli ha sottolineato il fatto
che “questa amministrazione sta profondendo notevoli sforzi per una
soluzione diplomatica”. Tuttavia, ha aggiunto, l’Iran non ha altra
scelta che piegarsi alle richieste dell’America, se non vuole trovarsi
a fronteggiare un attacco militare. Clawson ha ammesso di temere che Ahmadinejad
“ci consideri [noi occidentali] inetti e incapaci di tenere duro. Dobbiamo
essere pronti a fare i conti con l’Iran, se la crisi dovesse peggiorare”.
Ha ammesso che, per quanto gli riguarda, preferirebbe far affidamento su atti
di sabotaggio e altre operazioni clandestine, come gli “incidenti industriali”.
Tuttavia, sarebbe prudente prepararsi per un conflitto più ampio, “visto
il modo in cui si comportano gli iraniani. Non è come progettare di
invadere il Quebec”.
Ho appreso da uno stratega dell’esercito che le critiche della Casa
Bianca verso l’Iran e il ritmo sostenuto con cui vengono stabiliti i
piani militari e le attività clandestine fanno parte di una campagna
di “coercizione” mirata all’Iran. “Dobbiamo essere
pronti a procedere, e poi vedremo come reagiranno”, ha detto l’ufficiale.
“Dobbiamo minacciare sul serio Ahmadinejad, se vogliamo che torni sui
suoi passi.” Poi ha aggiunto: “La gente è convinta che
Bush, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, abbia messo Saddam nel mirino;
ma secondo me, se dobbiamo fare il nome di una nazione che davvero è
stata sotto tiro sin da allora, questa è l’Iran”.
(In risposta alla precisa richiesta di un commento su quanto appena riferito,
la Casa Bianca ha detto che non avrebbe rilasciato dichiarazioni circa un’eventuale
azione militare, ma ha aggiunto: “Come indicato dal presidente, stiamo
cercando una soluzione diplomatica”; anche il Dipartimento della Difesa
ha affermato che si sarebbero utilizzati “canali diplomatici”
per trattare con l’Iran, ma senza soffermarsi sui particolari; la CIA,
da parte sua, ha ammesso che questo resoconto presentava diverse “inesattezza”,
ma si è guardata bene dallo specificare quali).
“È molto più che una semplice questione sul nucleare”,
mi ha confidato a Vienna un diplomatico di alto rango. “Questo è
un punto di convergenza e c’è ancora tempo per provvedervi. Ma
l’amministrazione crede che è impossibile farlo, se non si controllano
i cuori e le menti degli iraniani. La questione autentica riguarda chi, nel
prossimo decennio, riuscirà a prendere il controllo del Medio Oriente
e del suo petrolio”.
Un anziano consigliere del Pentagono sulla 'guerra al terrore' ha espresso
un parere simile: “La Casa Bianca crede che l’unico modo per risolvere
il problema sia quello di cambiare la gerarchia in Iran – e questo significa
guerra.” Il pericolo, ha detto, è rappresentato dal fatto che
“tutto questo non fa che rinforzare la convinzione, all’interno
dell’Iran, che l’unico modo per difendere la propria nazione sia
il potenziale atomico”. Un conflitto militare che destabilizzasse la
regione potrebbe inoltre aumentare il rischio del terrorismo: “Entra
in gioco Hezbollah”, ha concluso il consigliere – riferendosi
alla potente organizzazione terroristica sciita, ora diventata un partito
politico in Libano, legato a doppio filo all’Iran. “E poi viene
al-Qaeda”.
Nelle ultime settimane, il presidente ha iniziato in tutta tranquillità
una serie di discussioni circa i piani per l’Iran con pochi, ma influenti,
senatori e membri del Congresso, compreso almeno un esponente democratico.
Un membro anziano della House Appropriations Committee, che non ha preso parte
alle riunioni ma che ne ha discusso i contenuti coi colleghi, mi ha detto
che non sono state impartite “istruzioni ufficiali”, perché
“sono riluttanti a impartire istruzioni alla minoranza. Hanno agito
come un Senato, peraltro assai esclusivo.” Inoltre, nessuno dei partecipanti
a tali meeting “si è seriamente opposto” all’idea
della guerra. “Le persone che vi prendono parte sono le stesse che hanno
condotto l’attacco contro l’Iraq. Al massimo, vengono sollevate
questioni del tipo: come farete a colpire tutti questi siti allo stesso tempo?
Come farete ad andare abbastanza in profondità?” (L’Iran
sta costruendo installazioni sotterranee). Ha poi aggiunto: “Il Congresso
non esercita alcuna pressione” affinché l’opzione bellica
venga scartata. “L’unica pressione politica proviene da quelli
che vogliono attaccare”. A proposito del presidente Bush, il membro
della House ha detto: “La cosa più terrificante è che
quest’uomo ha una visione messianica”.
Alcune operazioni, apparentemente indirizzate in parte a intimidire l’Iran,
sono già in via di svolgimento. Lo stesso funzionario ha rivelato che,
sin dalla scorsa estate, un aereo della Marina americana, partito dalle portaerei
di stanza nel Mar d’Arabia, è salito in volo per simulare missioni
di bombardamento con armi nucleari – rapide manovre d’ascensione
conosciute come bombardamenti “over the shoulder” – entro
il raggio dei radar costieri iraniani.
Il mese scorso, in un documento presentato alla conferenza di Berlino per
la sicurezza nel Medio Oriente, il colonnello Sam Gardiner – un analista
militare che ha insegnato al National War College, prima di ritirarsi dalla
Air Force nel 1987 – ha fornito una stima di ciò che è
necessario fare per annientare il programma nucleare iraniano. Basandosi sulle
immagini satellitari delle installazioni conosciute, Gardiner ha calcolato
che sarebbe necessario colpire almeno 400 obiettivi. Ha poi aggiunto:
Non penso che uno stratega militare degli Stati Uniti voglia fermarsi a questo.
L’Iran è probabilmente in possesso di due impianti chimici: bisogna
colpirli. Dovremmo anche colpire quei missili balistici a medio raggio che
sono stati recentemente spostati lungo il confine iracheno. Ci sono 14 basi
aeree...dovremmo sbarazzarci di questa minaccia. Dovremmo colpire quelle installazioni
che potrebbero essere utilizzate per insidiare le nostre forze navali nel
Golfo. Ciò significa distruggere i siti missilistici e i sottomarini
diesel iraniani...alcune delle installazioni potrebbero essere difficili da
distruggere persino con armi da penetrazione. Gli Stati Uniti dovranno appoggiarsi
sulle unità per le Operazioni Speciali.

Una delle iniziali opzioni strategiche, presentata dal Pentagono alla Casa
Bianca questo inverno, proponeva di utilizzare contro le installazioni sotterranee
una nuova arma nucleare tattica, la
Bunker Buster. Uno degli obiettivi
è l’impianto di Natanz, circa 250 chilometri a sud di Teheran,
dove si trovano le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.
A quanto si dice, a Natanz (che non è più sotto la tutela della
AIEA), 25 metri sotto la superficie, c’è spazio sufficiente per
custodire 50mila centrifughe, oltre ai laboratori e alle aree di produzione.
Tale numero di centrifughe potrebbe provvedere a una quantità di uranio
arricchito sufficiente per produrre 20 testate nucleari all’anno. (L’Iran
ha ammesso di aver inizialmente tenuto nascosto all’AIEA il suo programma
nucleare, ma dichiara a gran voce che nessuna delle sue attività correnti
costituisce un’infrazione al TNP). L’eliminazione dell’impianto
di Natanz costituirebbe una notevole battuta d’arresto per le ambizioni
nucleari iraniane; tuttavia, le armi convenzionali nell’arsenale americano
non sono in grado di assicurare la distruzione di installazioni protette da
25 metri di terra e roccia, specialmente se queste venissero concretamente
rinforzate.
C’è un precedente, a proposito dell’attacco portato a
bunker sotterranei con armi nucleari, e risale alla Guerra Fredda. All’inizio
degli anni ’80, i servizi segreti americani si accorsero che il governo
sovietico aveva cominciato a costruire un’enorme complesso sotterraneo,
poco distante da Mosca. Gli analisti conclusero che l’installazione
doveva servire per la “continuità del governo” –
in altre parole, per permettere alle gerarchie politiche di sopravvivere,
in caso di guerra nucleare. (Ci sono installazioni simili in Virginia e in
Pennsylvania, destinate ai leader americani). Il bunker sovietico esiste tutt’ora,
e molto di quello che gli Stati Uniti sanno a proposito resta top-secret.
Ecco quello che mi ha detto un ex ufficiale dei servizi segreti: “La
rivelazione” – la soffiata – “consisteva nei condotti
di aerazione, alcuni dei quali erano danneggiati”. A quell’epoca,
ha continuato, era stato stabilito che “solo le armi nucleari”
potevano distruggere quel bunker. Ha aggiunto che diversi analisti dell’intelligence
americana sono convinti che siano stati i russi ad aiutare l’Iran a
costruire la loro fortezza sotterranea. “Si può notare un design
simile”, ha concluso, soprattutto per quanto riguarda i condotti di
aerazione.
Un ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa mi ha confidato che,
secondo il suo punto di vista, anche un bombardamento relativamente limitato
consentirebbe agli Stati Uniti di “andare laggiù e provocare
un danno sufficiente per rallentare il programma nucleare – è
fattibile.” Poi, ha proseguito: “Gli iraniani non hanno amici
e noi possiamo dirgli che, se necessario, continueremo ad radere al suolo
le loro infrastrutture. Gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi come se fossero
pronti a farlo da un momento all’altro. Non abbiamo bisogno di abbattergli
tutte le loro difese aeree. I nostri Stealth e i nostri missili stand-off
funzionano benissimo e siamo in grado di far saltare in aria obiettivi immobili.
Possiamo anche agire in terra, ma è difficile e molto più pericoloso:
no, meglio mettere un po’ di robaccia nei loro condotti di aerazione
e farli dormire per sempre”.
Ma quelli che hanno familiarità con il bunker sovietico, secondo l’ufficiale
dei servizi segreti (che abbiamo già conosciuto più sopra),
“non sono d’accordo. Bisogna sapere cosa c’è là
sotto: sapere quali condotti servono per il nutrimento delle persone, quali
sono generatori diesel, e quali sono specchietti per allodole. E noi non sappiamo
molte di queste cose.” Dato l’obiettivo di distruggere totalmente
questi siti, la carenza di affidabili informazioni d’intelligence non
lascia agli strateghi militari altra scelta, che non quella di considerare
l’utilizzo delle armi nucleari tattiche. “Ogni altra opzione,
secondo i sostenitori di questa soluzione, sarebbe lacunosa. La parola d’ordine
dei piani della Air Force è ‘decisivo’. È una decisione
difficile. Ma l’abbiamo già fatto, in Giappone”.
Ha proseguito: “Gli strateghi nucleari passano attraverso un intenso
addestramento e imparano i dettagli tecnici dell’esplosione e del fallout – stiamo parlando di funghi atomici, radiazioni, stragi di massa
e contaminazioni che dureranno anni. Questo non è un test sotterraneo,
dove tutto ciò che vedi è un po’ di terra smossa. I politici
non hanno la minima idea di quello di cui stanno parlando; e, quando qualcuno
prova a dirlo, viene messo a tacere”.
L’attenzione rivolta verso l’opzione nucleare ha creato una notevole
apprensione, all’interno degli uffici del Joint Chiefs of Staff [Comitato
dei Capi di Stato Maggiore] e sembra che diversi ufficiali abbiano parlato
di dimissioni. Lo scorso inverno, il JCF ha provato a rimuovere l’opzione
nucleare dai piani bellici in via di ultimazione – ma senza successo,
come mi ha detto il funzionario dell’intelligence. “La Casa Bianca
ha detto: ‘Perché la state ostacolando? Questa opzione è
figlia vostra’”.
Il consulente del Pentagono per la ‘guerra al terrore’ ha confermato
che alcuni membri dell’amministrazione stavano seriamente considerando
questa opzione, che lui collegava a una ripresa dell’interesse nelle
armi nucleari tattiche fra il Pentagono e nei circoli politici. L’ha
definita “una forza inesorabile che deve essere fermata”. Ha anche
confermato che alcuni alti funzionari e ufficiali stavano considerando l'idea
di dimettersi per via di questo problema. "All’interno dell’esercito
ci sono opinioni fortemente contrarie ad impugnare armi nucleari contro altri
paesi”, ha affermato il consulente. “Tutto ciò giunge dai
piani alti". La questione potrebbe giungere presto ad una conclusione,
ha detto, perchè lo Stato maggiore della Difesa ha deciso di consegnare
al presidente Bush una raccomandazione formale che attesti la loro forte opposizione
all’opzione nucleare in Iran. “Il dibattito interno su questo
argomento si è inasprito nelle ultime settimane”, ha commentato.
“E se gli alti funzionari del Pentagono esprimono la loro opposizione
a un’offensiva con armi nucleari, significa che non verrà mai
portata avanti”.
Tuttavia, il consigliere ha aggiunto che l’idea di usare armi nucleari
tattiche in situazioni simili ha guadagnato il supporto del Defense Science
Board, una commissione di esperti i cui membri sono selezionati dal segretario
alla difesa Donald Rumseld. “Stanno dicendo al Pentagono che siamo in
grado di costruire una B61 con più carica esplosiva e meno radiazioni”,
ha proseguito il consigliere. Il presidente del Defense Science Board è
William Schneider Junior, sottosegretario di Stato sotto l’amministrazione
Reagan. Nel gennaio 2001, mentre il presidente Bush stava entrando in carica,
Schneider ha prestato servizio in un gruppo ad hoc per le forze nucleari sostenuto
dal National Institute for Public Policy, un think-tank conservatore.
Il resoconto del gruppo suggeriva di trattare le armi nucleari tattiche come
una parte essenziale dell’arsenale bellico Usa e segnalava la loro idoneità
“nelle situazioni in cui la distruzione rapida e sicura di obiettivi
ad alta priorità è essenziale e va oltre la prospettiva delle
armi convenzionali”. Molti di coloro cha hanno firmato questa relazione
ora sono membri di spicco dell’amministrazione di Bush, incluso Stephen
Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, Stephen Cambone, il sottosegretario
alla Difesa dell’intelligence, e Robert Joseph, sottosegretario di Stato
per il controllo delle armi e per la sicurezza internazionale.
Il consulente del Pentagono ha dubitato dell’efficacia degli attacchi
aerei. “Gli iraniani hanno distribuito molto bene la loro attività
nucleare e infatti non sappiamo dove si trovino le loro basi fondamentali,
potrebbero addirittura essere al di fuori del paese”, ha detto. Inoltre
ha avvisato, come molti altri in precedenza, che un bombardamento in Iran
“potrebbe provocare ‘una reazione a catena’ di attacchi
a danno delle strutture e dei cittadini americani in tutto il mondo. Cosa
penseranno 1,2 miliardi di musulmani il giorno in cui attaccheremo l'Iran?“.
Con o senza l’opzione nucleare, la lista di obiettivi potrebbe inevitabilmente
allargarsi. Un ufficiale di alto livello dell’amministrazione Bush esperto
in piani di guerra, da poco in pensione, mi ha detto che avrebbe caldamente
sostenuto un attacco aereo in Iran, perchè “l’Iran è
un obiettivo molto più duro” dell’Iraq. Comunque, ha aggiunto
che “se si vuole bombardare l’Iran allo scopo di fermare la sua
attività nucleare, si dovrebbe anche migliorare la propria posizione
sul territorio, magari colpire alcuni campi di addestramento e risolvere molti
altri problemi".

Il consulente del Pentagono ha affermato che, nell’eventualità
di un attacco, la Air Force avrebbe intenzione di colpire centinaia di altri
obiettivi in Iran di cui "il 99% nulla a che vedere con la proliferazione
nucleare. Ci sono persone che credono che questo sia il modo giusto di operare”
(cioè che il fatto che l’amministrazione sia in grado di raggiungere
i suoi scopi politici in Iran con una serie di bombardamenti.) Questa stessa
idea è stata appoggiata dai
neocon Usa.
Se venisse dato l’ordine di attacco, le truppe americane da combattimento
che ora operano in Iran si troverebbero nella posizione ideale per segnare
gli obiettivi critici con raggi laser, assicurare l’accuratezza nel
bombardamento e minimizzare quindi il numero di vittime civili. All’inizio
dell’inverno, mi è stato comunicato da un consulente del governo
strettamente legato al Pentagono che le unità americane stavano lavorando
anche insieme a gruppi di minoranze iraniane, fra cui gli azeri al nord, i
beluci nel sud-est e i curdi nel nord-est. Le truppe "stanno studiando
il terreno, distribuendo denaro qua e là ai vari gruppi etnici e reclutando
fra questi guide e pastori", ha affermato il consulente. Uno degli obiettivi
è avere “occhi sul territorio”: citando un verso dell'Otello,
"dammi la prova oculare". Il consulente ha aggiunto che l’obiettivo
principale è quello di "incoraggiare la tensione fra le etnie"
e indebolire il regime.
La nuova missione per le truppe da combattimento nasce da un interesse di
vecchia data del segretario alla difesa Rumsfeld: ampliare i compiti dell’esercito
nelle operazioni segrete. Questa nuova politica è stata resa ufficiale
nel Rapporto Quadriennale sulla Difesa del Pentagono, pubblicato in febbraio.
Se tali attività venissero condotte dagli agenti segreti della CIA,
avrebbero bisogno di un ordine esecutivo del presidente e dovrebbero essere
presentate ai membri principali del Congresso.
L’ex ufficiale superiore dell’intelligence mi ha detto che l'espressione
“protezione delle unità operative” va ora molto di moda:
si riferiva alla posizione del Pentagono per cui le attività clandestine,
che possono essere a grandi linee classificate come una preparazione del campo
di battaglia o protezione delle truppe, sono operazioni militari e non di
intelligence, e perciò non vengono sottoposte alla supervisione del
Congresso. “I ragazzi dello Stato Maggiore della Difesa dicono che ci
sono molte incertezze in Iran. Abbiamo bisogno di qualcosa di più rispetto
a ciò che avevamo in Iraq, e ora abbiamo carta bianca su ogni cosa”.
La profonda sfiducia del presidente nei confronti di Ahmadinejad ha rafforzato
la sua determinazione nell’affrontare l’Iran. Questa convinzione
è rafforzata dai sospetti che Ahmadinejad, che fece parte delle squadre
speciali delle Guardie Rivoluzionarie nel 1986, potrebbe essere stato coinvolto
nelle attività terroristiche della fine degli anni '80. Ci sono infatti
delle lacune riguardo a quegli anni nella sua biografia ufficiale, e, stando
a quanto è stato riferito, Ahmadinejad è stato in contatto con
Imad Mughniyeh, un terrorista coinvolto nei disastrosi attentati all’ambasciata
Usa e al quartier generale dei marines a Beirut nel 1983. Quest’ultimo
è stato in seguito capo della sicurezza del movimento Hezbollah ed
è rimasto nelle liste dell’FBI dei terroristi più ricercati.
Robert Baer, ufficiale della CIA in Medio Oriente e altre regioni per un
ventennio, mi ha detto che Ahmadinejad e i suoi compagni delle Guardie Rivoluzionarie
al governo iraniano "sono in grado di creare una bomba, nasconderla e
lanciarla contro Israele. Sono sciiti apocalittici. Se te ne stai seduto a
Tel Aviv e credi che abbiano armi nucleari e missili, devi sbarazzartene,
questi tizi sono fuori di testa e non c’è ragione di fare marcia
indietro".
Sotto Ahmadinejad le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la base del loro
potere attraverso la burocrazia iraniana, e entro la fine di gennaio hanno
sostituito migliaia di funzionari civili con i loro affiliati. Un ex-ufficiale
di alto livello delle Nazioni Unite, che ha una notevole esperienza sull'Iran,
ha descritto questo turnover come "un golpe bianco” avente inquietanti
implicazioni per l’Occidente. "Alcuni professionisti del Ministero
degli Esteri sono già fuori, altri stanno aspettando di essere cacciati”
ha detto. "Potremmo essere arrivati troppo tardi, questi individui ora
credono di essere più forti che mai, dal tempo della rivoluzione".
Ha aggiunto che, tenendo conto della Cina come superpotenza emergente, l’atteggiamento
dell’Iran è stato del tipo "Al diavolo l’Occidente.
Che facciano ciò che vogliono".
Molti esperti considerano che lo Ayatollah Khamenei, supremo leader religioso
dell’Iran, sia in una posizione più forte rispetto a Ahmadinejad.
“Ahmadinejad non ha il controllo”, mi ha detto un diplomatico
europeo;“Il potere è diffuso in Iran, e le Guardie Rivoluzionarie
sono i primi sostenitori del programma nucleare, ma in definitiva non credo
che ne siano i responsabili. Il leader supremo detiene l’ultima parola
sul programma nucleare e le Guardie non agiranno mai senza la sua approvazione”.
Il consulente del Pentagono sulla 'guerra al terrore' ha fatto notare che
"permettere all’Iran di avere un’arma nucleare è fuori
discussione. Non possiamo accettare che testate nucleari vengano cedute alla
rete del terrorismo, è troppo pericoloso". Ha continuato: "L'intero
dibattito interno ruota intorno a come agire" per fermare il programma
iraniano. È possibile, ha detto, che l’Iran rinunci unilateralmente
ai suoi progetti nucleari, e che prevenga l’azione americana. “Dio
potrebbe sorriderci, ma non credo. La sostanza è che l’Iran non
può diventare uno stato dotato di armi nucleari. Il problema è
che gli iraniani hanno capito che solo diventando una potenza nucleare
si potranno difendere dagli Stati Uniti. Sta per succedere qualcosa di drammatico”.
Se le ambizioni nucleari dell’Iran sono fuori discussione, il dibattito
verte su quando riusciranno a realizzarle e su cosa fare a questo proposito.
Robert Gallucci, un ex-esperto del governo sulla non proliferazione, ora il
preside della 'School of Foreign Service' a Georgetown, mi ha detto: "Per
quanto ne so, l’Iran potrebbe essere lontano 8 o 10 anni" dalla
creazione di un’arma nucleare utilizzabile. Ha inoltre aggiunto che
“se si riuscisse a provare l’esistenza di un programma segreto
e non si riuscisse a fermarlo con la negoziazione e la diplomazia, o con la
minaccia di sanzioni, io sarei favorevole all'intervento armato. Se, tuttavia,
li attaccherete senza prove, vi metterete nei guai”.

Meir Dagan, il capo di Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana, ha riferito
alla Knesset [il parlamento israeliano] lo scorso dicembre che "l’Iran
è a uno o due anni di distanza dall’arricchimento dell’uranio.
Da quel momento in poi, il completamento di un arma nucleare sarà una
questione puramente tecnica". Durante un colloquio, un alto ufficiale
dell’intelligence d’Israele mi ha parlato di ciò che lui
chiama la duplicità dell’Iran: “Esistono due programmi
nucleari paralleli”, quello dichiarato alla AIEA e un’operazione
separata condotta dall’esercito e dalle Guardie Rivoluzionarie. Gli
ufficiali di Israele hanno ripetutamente sostenuto quest’ipotesi, ma
non sono riusciti a produrre prove a sostegno. Richard Armitage, il vice-segretario
di Stato durante il primo mandato di Bush, mi ha detto: "Penso che l’Iran
abbia un programma segreto di armi nucleari, ne sono convinto, ma non posso
provarlo".
Negli ultimi mesi, il governo del Pakistan ha permesso nuovamente agli Stati
Uniti l’accesso a A.Q. Khan, il cosiddetto padre della bomba atomica
pachistana. Khan, che ora vive agli arresti domiciliari ad Islamabad, è
accusato di avere creato un mercato nero di materiali nucleari e di avere
fatto visita clandestinamente almeno una volta a Teheran alla fine degli anni
'80. Durante i più recenti interrogatori, Khan ha fornito informazioni
sui progetti di armi iraniani e sulle loro tempistiche per la produzione della
bomba. “Il quadro è di indubbio pericolo ”, ha detto l’ex
ufficiale dell’intelligence. Il consigliere del Pentagono ha anche confermato
che Khan ha “cantato come un canarino”. La preoccupazione è
che “Khan ha problemi di credibilità. È molto influenzabile
e sta dicendo ai neocon ciò che essi vogliono sentirsi dire”
– o ciò che poteva essere utile al presidente del Pakistan, Pervez
Musharraf, che è sotto pressione per aver aiutato Washington nella
'guerra al terrore'.
"Io credo che Khan ci stia ingannando", ha aggiunto, "non
conosco nessuno che direbbe 'eccomi sono colpevole’, ma motivi di allarme
ce ne sono. Ci sta riempiendo di informazioni sulle tempistiche, e altri dati
mirati ci arrivano dalle nostre stesse fonti, cioè i sensori e le squadre
segrete. La CIA, che è rimasta così scottata dalla questione
delle armi di distruzione di massa in Iraq, sta per dirigersi al Pentagono,
precisamente nell’ufficio del vice-presidente, per dire: ‘È
tutta roba nuova’. I membri dell’amministrazione rerplicano: ‘Ne
abbiamo abbastanza’".
Il caso Iran è compromesso dalla vicenda della promozione di falsa
intelligence sulle armi di distruzione di massa in Iraq. In un recente saggio
pubblicato sul sito internet della Foreign Policy, e intitolato Fregami
due volte, Joseph Cirincione, responsabile della non proliferazione al
'Carnegie Endowment for International Peace' [un’organizzazione privata
no profit che ha come scopo la pace e la collaborazione fra paesi], ha scritto
che "la strategia mostrata dall’amministrazione Bush ha tutta l'aria
di uno sforzo per ripetere la sua campagna di successo per la guerra in Iraq".
Cirincione ha inoltre notato molti parallelismi:
Il vice presidente degli Stati Uniti ha tenuto un importante discorso
centrato sulla 'minaccia di una nazione ricca di petrolio in Medio Oriente';
il segretario di Stato ha riferito al Congresso che questa stessa nazione
è 'la più grande sfida americana'; il segretario alla Difesa
ha chiamato questa nazione 'il principale sostenitore del terrorismo globale'.
Cirincione ha definito alcune affermazioni sull’Iran dell’amministrazione
‘discutibili’, o mancanti di prove. Quando ci siamo parlati, lui
mi ha chiesto: "Che cosa sappiamo? Qual è questa minaccia? La
domanda è: quanto è urgente tutto ciò?" La risposta,
ha detto, "è nella comunità dell’intelligence e nell'AIEA.
In agosto, il Washington Post ha riferito che la più recente
stima nazionale fornita dall’intelligence prevedeva che l’Iran
fosse a un decennio circa di distanza dall’essere una potenza nucleare.
L’anno scorso, l’amministrazione Bush ha informato gli ufficiali
dell'AIEA della presenza di nuove e allarmanti informazioni riguardanti il
programma di armi dell’Iran: queste erano state recuperate proprio da
un laptop iraniano. I nuovi dati contenevano più di un migliaio di
pagine di disegni tecnici di sistemi armati. Il Washington Post ha
riportato anche di disegni di una piccola attrezzatura che potrebbe essere
usata nel processo di arricchimento dell’uranio. La fuga di notizie
del laptop è diventata il punto focale delle storie del New York
Times e di altri giornali. Gli articoli si mantenevano generalmente cauti
nel far notare che il materiale poteva essere stato inventato, e citavano
anche illustri ufficiali americani a sostegno della loro autenticità.
Il titolo nel resoconto del Times diceva: 'Fidandosi di un computer,
gli Stati Uniti cercano prove delle intenzioni nucleari dell'Iran'.
Comunque, mi è stato comunicato in varie interviste con ufficiali
dell’intelligence sia americani che europei, che il laptop in questione
fosse molto sospetto e meno rivelatore di come fosse stato descritto. Inizialmente,
l’iraniano che lo possedeva era stato ingaggiato dagli agenti dell’intelligence
tedesca e americana, che lavoravano insieme. In seguito gli americani ne avevano
perso interesse, mentre i tedeschi avevano continuato finché l’iraniano
non era stato preso dal controspionaggio del proprio paese. Alcuni suoi familiari
erano riusciti a fuggire dall'Iran con il computer e lo avevano ceduto ad
un’ambasciata americana, a quanto pare in Europa. È stato un
classico “regalo di benvenuto”.
Un ufficiale dell’intelligence europea ha detto che “c'è
stata esitazione da parte nostra” su cosa quelle informazioni provassero
realmente, “e non siamo ancora del tutto convinti”. I disegni
non erano realizzati con precisione, come invece suggeriva il resoconto del
giornale, “sembravano più che altro schizzi”, ha continuato
l’ufficiale. “Non è stata una smoking gun [una
prova schiacciante, NdT]”.
La minaccia di un’azione militare americana ha provocato costernazione
nei quartieri generali dell’AIEA, a Vienna. I funzionari dell’agenzia
sono convinti che l’Iran sia intenzionato a garantirsi la possibilità
di costruire armi nucleari, tuttavia “nessuno ha presentato la benché
minima prova di tale programma in Iran”, mi ha confidato il diplomatico.
La previsione più precisa a disposizione dell’AIEA parla di 5
anni, prima che l’Iran possa dotarsi di una bomba atomica. “Tuttavia,
se gli Stati Uniti rispondessero con una qualsiasi azione militare, gli iraniani
ne farebbero una questione di orgoglio nazionale. L’intera faccenda
ruota alla valutazione del rischio che l’America fa a proposito delle
intenzioni future dell’Iran. E [gli americani] non si fidano del regime
degli ayatollah. Teheran è una minaccia per la politica americana”.
A Vienna, mi è stato raccontato di un incontro piuttosto teso, verificatosi
all’inizio dell’anno, tra il direttore generale dell’AIEA
Mohamed ElBaradei – Premio Nobel per la Pace 2005 – e Robert Joseph,
Sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti. Come ricorda un
diplomatico, questo il secco messaggio di Joseph: “Non possiamo permettere
la presenza in Iran di una singola centrifuga. L’Iran è una minaccia
diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei nostri alleati, e
noi non lo tollereremo. Pretendiamo che lei ci garantisca di non dire mai
pubblico alcunché ci possa danneggiare”.
La sfuriata di Joseph non era necessaria, ha commentato il diplomatico, soprattutto
da quando l’AIEA si è mostrata inflessibile nei confronti della
Repubblica Islamica. “Tutti gli ispettori sono contrariati dall’atteggiamento
degli iraniani, e alcuni credono che la leadership di Teheran sia pervasa
dalla follia – al cento per cento sono davvero pazzi”, ha detto
il diplomatico. Ha aggiunto poi che la questione principale sta nel fatto
che i leader iraniani “vogliono il confronto, proprio come, sull’altra
sponda, lo vogliono i neocon di Washington”. “In conclusione,
si arriverà a qualche risultato solo gli stati Uniti accetterrano di
confrontarsi con gli iraniani”.
Il punto centrale – se l’Iran sarà in grado o meno di procedere
con i propri programmi di arricchimento dell’uranio – precede
l’eventualità che le Nazioni Unite, la Russia, e la Cina si mostrino
riluttanti nell’imporre sanzioni a Teheran. Un ex funzionario dell’AIEA
alla fine di marzo mi ha riferito che, a questo punto, “niente di ciò
che gli iraniani faranno potrà favorire una soluzione positiva della
questione. La diplomazia statunitense non intende muoversi in questo senso.
Anche se l’Iran annunciasse un’interruzione dei programmi nucleari,
nessuno ormai vi crederebbe più. È un punto di non ritorno”.
Un altro diplomatico a Vienna mi ha chiesto: “Perché l’Occidente
si assumerebbe il rischio di dichiarare guerra ad un simile bersaglio senza
prima consentire all’AIEA di effettuare le verifiche necessarie? La
realtà è che siamo alle strette, così possiamo predisporre
un piano che costringa l’Iran a mostrare le proprie carte sul tavolo”.
Un ambasciatore occidentale a Vienna ha espresso simile disappunto per l’intenzione
della Casa Bianca di “scaricare” l’AIEA: “Se non si
crede che l’AIEA possa stabilire un efficace programma di ispezioni
– se non si ha fiducia in loro – l’unica via diventa allora
quella dei bombardamenti”, ha detto.
L’amministrazione Bush e i suoi alleati europei nutrono verso l’AIEA
una modesta considerazione. “Siamo abbastanza delusi dal direttore generale
[dell’AIEA, NdT]”, mi ha confessato il diplomatico europeo. “Il
suo approccio fondamentale è stato quello di considerare la scontro
come una disputa tra due contendenti di pari dignità. Non è
così. Noi siamo i buoni! ElBaradei vuole consentire all’Iran
di disporre di un ridotto programma di arricchimento dell’uranio, il
che è ridicolo. Non è suo compito sostenere idee che favoriscono
un serio pericolo di proliferazione nucleare”.
Tuttavia, gli europei sono scossi dalle intenzioni del presidente Bush e del
suo vice Dick Cheney, i quali credono sia necessario un attacco militare e
considerano il loro vero obiettivo la caduta del regime di Teheran. “Tutti
concordano sul problema del nucleare iraniano, ma ciò che gli Stati
Uniti vogliono davvero è l’avvicendamento del regime”,
un consigliere diplomatico europeo mi ha riferito. E ha aggiunto: “Gli
europei ricoprono un ruolo indipendente da quella che può essere la
scelta tra seguire la via russo-cinese oppure la via americana in merito a
qualcosa su cui non sono d’accordo. La loro politica è quella
di mantenere gli Usa coinvolti su un tracciato che l’Europa può
accettare di percorrere. Potrebbe essere una posizione insostenibile”.
“I britannici non credono affatto sia una buona idea”, Flynt Leverete,
un ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale Usa ora al ‘Brookings
Institution’s Saban Center’, mi ha detto, “e sono davvero
preoccupati che noi possiamo seguirla”. Il consigliere diplomatico europeo
ha riconosciuto come il ‘British Foreign Office’ sapesse da tempo
dei piani di guerra di Washington ma, “a corto di prove reali, non sarà
facile capire la posizione degli europei sull’Iran”. Ha aggiunto
poi che i britannici “sono nervosi pensando agli americani che vogliono
buttarsi a capofitto contro l’Iran, senza compromessi”.
Il diplomatico europeo ha sostenuto di essere scettico sul fatto che l’Iran,
considerati i precedenti, non abbia mentito sui propri piani; ma “tutto
quello che possiamo sapere è che lo sviluppo delle attività
nucleari iraniane non è sul punto di completare con successo la costruzione
dei diversi reattori” per arricchire l’uranio in consistenti quantità.
Una ragione per proseguire sulla strada della diplomazia, ha riferito il diplomatico,
“il sostanziale pragmatismo dell’Iran”. “Il regime
agisce secondo i suoi meri interessi; i leader iraniani hanno assunto una
ferrea posizione sul nucleare per annunciare il bluff americano”, credendo
che “l’Occidente non abbia quantificato adeguatamente la forza
dell’Iran”. Ma, ha aggiunto, “da quello che abbiamo visto
con l’Iran, essi appariranno assolutamente sicuri di sé fino
a quando non faranno il primo passo indietro”.
Il diplomatico ha così proseguito: “Gli atteggiamenti equivoci
non giovano mai, e questo non è il momento di offrire concessioni.
Quello che dobbiamo fare è trovare il modo di imporre a Teheran sufficienti
condizioni perché torni sui propri passi. Magari sarà fiato
sprecato, ma credo che se ci sarà un’opposizione compatta e omogenea,
e se si opererà per l’imposizione di un prezzo, le sanzioni,
Teheran potrebbe cedere. È troppo presto per abbandonare la strada
delle Nazioni Unite”. E ha aggiunto: “Se la via diplomatica non
dovesse dare i frutti sperati, quella militare non costituirebbe una ‘soluzione’.
Potrà anche esistere un’opzione militare, ma le conseguenze che
ne deriverebbero sarebbero catastrofiche”.
Il Primo ministro britannico Tony Blair è stato il più fedele
alleato di Bush nel periodo che ha portato all’invasione dell’Iraq
nel 2003. Blair e il suo partito sono però stati investiti da una serie
di vicissitudini finanziarie, e la sua popolarità oggi è più
compromessa che mai. Jack Straw, il Ministro degli esteri britannico, l’anno
scorso ha dichiarato come l’idea di un attacco militare contro l’Iran
fosse “inconcepibile”. Blair si è mantenuto più
cauto, affermando pubblicamente che nessuna opzione dovrebbe mai essere esclusa.
Altri diplomatici europei hanno espresso il proprio scetticismo sull’ipotesi
di un atto di forza da parte degli Usa. “L’economia iraniana si
trova in un brutto periodo, e la leadership politica di Ahmadinejad è
in crisi”, mi ha detto il funzionario di intelligence europeo. “Il
presidente iraniano beneficierebbe di un’aggressione statunitense. Si
può aggredire, ma si andrebbe incontro al peggio”. Un attacco
americano, ha proseguito, “alienerebbe i moderati iraniani, tra cui
coloro che guardano agli Usa con simpatia”. “L’Iran non
vive più nell’età della pietra, i giovani del paese hanno
libero accesso ai libri e ai film americani, e li amano”, ha fatto notare.
“Se si operasse per un’offensiva fascinosa nei confronti della
Repubblica Islamica, i mullah del paese si troverebbero in difficoltà”.
Un altro ufficiale europeo mi ha raccontato che molti a Washington propendono
per l’uso della forza. “Si tratta sempre della stessa gente”,
ha precisato con amarezza. “Si crede che la diplomazia sia condannata
a fallire. Il tempo stringe”.
Un alleato chiave con un importante voce in capitolo è Israele, la
cui leadership per anni ha sostenuto che ogni tentativo dell’Iran di
portare avanti il proprio programma nucleare avrebbe coinciso con un punto
di non ritorno. Da diversi funzionari mi è stato riferito che l’interesse
della Casa Bianca nel prevenire un eventuale attacco israeliano a un paese
musulmano, ipotesi che provocherebbe una reazione violenta in tutta l’area,
è stato un fattore decisivo per avviare le attuali operazioni. In un
discorso a Cleveland il 20 di marzo, Bush ha dipinto l’ostilità
di Ahmadinejad nei confronti di Israele come “una seria minaccia. Una
minaccia alla pace mondiale”. Ha aggiunto Bush: “Voglio chiarire,
voglio farlo di nuovo, che ricorreremo alla nostra forza militare per proteggere
il nostro alleato Israele”.
Ogni ipotesi di attacco militare americano, mi ha detto Richard Armitage [ex
vice Segretario di Stato Usa, NdT], dovrebbe considerare le seguenti domande:
“Cosa accadrebbe negli altri paesi islamici? Quale capacità l’Iran
effettivamente ha di raggiungerci e minacciarci globalmente – di fatto,
di potenzialità terroristiche? Può essere che Siria e Libano
aumenterebbero la propria pressione su Israele? Un’altra guerra quanto
comprometterebbe la nostra già ridotta reputazione internazionale?
E come reagirebbero Russia, Cina, e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite?”

L’Iran, un paese che oggi sforna quattro milioni di barili di petrolio
ogni giorno, non avrebbe bisogno di tagliare la propria produzione per far
crollare i mercati petroliferi mondiali. Potrebbe bloccare lo Stretto di Hormuz,
un passaggio di 34 miglia attraverso cui il petrolio del Medioriente raggiunge
l’Oceano Indiano. Tuttavia, l’ex ufficiale della Difesa ritiratosi
recentemente ha smentito le conseguenze strategiche di un tale iniziativa.
Mi ha raccontato che la Marina Usa potrebbe continuare a operare tramite azioni
di recupero in cui verrebbero impiegate apposite dragamine. “È
impossibile bloccare il passaggio”, mi ha fatto notare. Il consulente
del governo legato al Pentagono ha inoltre affermato che l’eventuale
questione petrolifera potrebbe essere comunque gestita, ricordando come gli
Stati Uniti dispongono di riserve sufficienti per almeno sessanta giorni.
Tuttavia, coloro impegnati nel settore petrolifero con cui ho parlato si sono
mostrati meno ottimisti: un esperto industriale ha stimato che il prezzo del
greggio, in caso di crisi, salirebbe immediatamente fino a novanta o cento
dollari al barile e anche oltre, a seconda della durata e della portata del
conflitto.
Michael Samana, un politico libanese cristiano ed ex ministro a Beirut, mi
ha riferito che una ritorsione iraniana si concentrerebbe sui giacimenti di
petrolio e gas in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Emirati Arabi Uniti. “Sarebbero
a rischio”, ha detto Samana, “e ciò potrebbe dare vita
alla vera jihad dell’Iran contro l’Occidente. Nel mondo regnerebbe
il caos totale”.
L’Iran potrebbe sferrare un’ondata di attacchi in Iraq e ovunque,
con l’aiuto di Hezbollah. Il 2 aprile, il
Washington Post ha
riportato che i piani per prevenire questi eventuali attacchi “porterebbero
via un sacco di tempo” alle agenzie di intelligence Usa. “La più
efficiente rete terroristica del mondo è rimasta neutrale rispetto
alla ‘guerra al terrore’ nel corso degli ultimi anni”, il
consigliere del Pentagono per la ‘guerra al terrore’ ha commentato
su Hezbollah. “Una crisi li mobiliterebbe, e ci esporrebbe alle ostilità
del gruppo che ha estromesso Israele dal Libano meridionale. Se attacchiamo
l’Iran, Hezbollah non starà a guardare. A meno che Israele non
se ne sbarazzerà, essi si dirigeranno contro di noi”. (Quando
ho chiesto al consulente del governo in merito alla possibilità del
“sbarazzarsene”, egli mi ha risposto che, se Hezbollah lancerà
razzi nel nord di Israele, “Israele e il nuovo governo libanese li annienteranno”.)
Il consulente ha proseguito: “Se attacchiamo, la metà meridionale
dell’Iraq si accenderà come una candela”. Gli americani,
i britannici, e le altre forze di coalizione in Iraq si troverebbero a più
alto rischio di attacchi da parte delle truppe iraniane o delle milizie sciite
operanti su indicazione iraniana. (L’Iran, a maggioranza sciita, è
legato ai maggiori partiti sciiti dell’Iraq.) Un generale di alto grado
in pensione mi ha confessato che, nonostante le 8000 truppe britanniche nella
regione, “gli iraniani potrebbero occupare Bassora senza alcun sforzo”.
“Se gli americani attaccano”, mi ha detto l’influente diplomatico
di Vienna, “Ahmadinejad sarà il nuovo Saddam Hussein del mondo
arabo, ma con più credibilità e più potere. Gli Usa dovrebbero
posare il fucile e sedersi al tavolo con gli iraniani”.
Il diplomatico ha proseguito: “Ci sono persone a Washington che sarebbero
infelici se trovassimo una soluzione. Stanno ancora contando sull’isolamento
e sul cambio di regime. Lo credono sul serio”.
E ha aggiunto: “La finestra delle opportunità è adesso”.