17/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ciudad Bolivar: cumulo di case e sfollati fuggiti da una guerra che li insegue
dal nostro inviato
 
Ciudad Bolivar
Una distesa senza fine di casupole, baracche, scatole di mattoni rossi coperti da nuda lamiera assedia la periferia a sud di Bogotá. Migliaia e migliaia di costruzioni si arrampicano sugli altopiani, ai piedi della cordigliera centrale che ospita la capitale. E' Ciudad Bolivar, il luogo più pericoloso di uno dei Paesi più pericolosi al mondo. Un paesaggio che sa di violenza e povertà, terra di invasioni. Il quadrato di cielo che la sovrasta è segnato da fili elettrici che, snodati in percorsi interminabili frutto dell’arte dell’arrangiarsi, collegano ogni singola abitazione ai pali della luce. Le strade, tracciati confusi e improvvisati, sono costellate di buche e solchi: viottoli pieni di fogne a cielo aperto e di bambini polverosi e sorridenti. Sono i figli della guerra, dello sfollamento forzato, della paura. La Colombia è teatro di una guerra interna che dura da oltre quaranta anni. Guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), ispirati a una visiona comunista della società, sono in lotta contro uno Stato considerato colpevole di iniquità, ingiustizia e corruzione, difeso dall’esercito regolare e da gruppi di paramilitari di ispirazione destrorsa. A farne le spese è la società civile, travolta da un fuoco incrociato che non risparmia nessuno. Risultato: 300mila morti e oltre 3 milioni di sfollati interni, un bilancio che sale di giorno in giorno.  
 
Distesa di casupole, Ciudad BolivarL'arma dell'inventiva. Gli abitanti di Ciudad Bolivar sono tutti desplazados, cacciati dalla prepotenza di uomini in divisa, scappati dalle loro terre, dalle loro case, nel tentativo di restare vivi. Sono contadini, coltivatori di terre amene e lontane, ricche di acqua e dal sottofondo pieno di tesori. Aree troppo appetibili per poter essere lasciate in mano a semplici famiglie di campesinos. Zone dunque da sgombrare. Minacciata da kalashnikov e sguardi senza pietà, a questa gente non è restato che darsela a gambe. Gli oltre tre milioni di desplazados regalano alla Colombia un triste record, che la inserisce ai primi posti nella classifica mondiale degli Idp, Internal desplaced persons. Fra questa gente, c’è chi rimane attaccato anima e corpo alla propria identità e prova a ripartire da zero in spazi agricoli ricavati a colpi di machete nella fitta selva chissà dove, e chi, invece, stanco e impaurito, sceglie la città. Per mimetizzarsi, per essere lasciato in pace, invade pochi metri di terreno, inchioda un cumulo di travi alla lamiera ed è fatta. A Ciudad Bolivar le case nascono dal giorno alla notte. In poche ore ci si fa posto tra migliaia di persone e ci si affida all’inventiva. L’improvvisazione è l’unica speranza di sopravvivenza. Qualcuno vende pasta fritta ai passanti, qualcun altro gestisce banchetti di bibite dagli strani colori, molti si inventano muratori, elettricisti, falegnami. Precarietà e povertà sono le vie lungo le quali si dirama la vita di quasi un milione di persone.
 
Bambini giocano fra le macerieCampo di reclutamento. "Siete italiani? Oh! Lontanissimo". Ha occhi profondi e un sorriso disarmante Amador, 28enne, nero come la pece. "Io invece sono di Turbo e vivo qui da due anni. Se sono scappato? A gambe levate. Mi volevano uccidere". Era un contadino, manteneva la sua famiglia, moglie e tre bambini, con il duro lavoro nelle coltivazioni del Choco, la regione colombiana che confina con Panama e che ha il grande privilegio di essere bagnata dai due mari. Per questo è così appetibile, per questo è condannata a battaglie perenni tra i grandi interessi economici. Per questo è invivibile. L’idea è costruirci un viadotto strategico. C'è da forare il terreno, da distruggerne l'equilibrio ancestrale. E poi la terra è ricca e piena di minerali. C'è oro e una biodiversità che fa invidia all'Amazzonia. Quindi i contadini sono scomodi, di troppo. Ostacoli fastidiosi. E anche Amador lo era: sgradevole intralcio da far fuori. “O ci uccidono o ci costringono a sfollare – spiega il giovane colombiano, gesticolando, sguardo fisso - O perdi tutto e ti riduci in miseria ai bordi di una metropoli di cemento e smog come questa, o scegli di vagare di villaggio in villaggio, pur di non rinunciare al tuo essere contadino. L'alternativa è sempre e solo una: morire”. Questa gente è segnata, ma gli occhi sono pieni di una speranza velata, offuscata da tanta morte, che imperterrita li rincorre anche qui. Ciudad Bolivar è in mano a bande paramilitari che decidono il bello e il cattivo tempo,  considerandola un campo di reclutamento. Lo Stato è assente, l’impunità sovrana.
 
Colombiani afrodiscendenti giocano dominoSchiavi della violenza. “Se vuoi star tranquillo devi adottare l'atteggiamento delle tre scimmie: non vedo, non parlo, non sento – racconta Jorge, della comunità afro, cappello di lana azzurro e rosario al collo - Se alzi anche solo un po' la testa sei morto”. “Ci sono paramilitari qui, Giovanni?”, chiediamo a un bambino che ci segue da lontano. “No, mai visti”, risponde distogliendo lo sguardo, che perde per un attimo la luce brillante dell’infanzia. “E ammazzano la gente qui?” – insistiamo. “No, nessuno”. E ancora: “E quanti morti hai visto per strada?”, e il piccoletto senza pensarci un attimo: “Eh, tanti, ma non li ho contati”. Imparano presto la regola dell’omertà, ma i più piccoli non la sanno gestire e dal loro contraddirsi traspare tutta la brutale verità. Qui, gli adolescenti che non accettano di essere reclutati, che vogliono star lontani dalle armi e dalla brutalità, o che almeno ci provano, sono condannati a morte. “Se un paramilitare ti chiede di entrare nello squadrone, non hai scelta – racconta Jorge, a bassa voce per non essere ascoltato. E’ sabato pomeriggio, i capi banda girovagano, qualcuno gioca a carte, altri si intrattengono con il domino - “Più che una domanda è un ordine. Non c'è libertà”.
 
Jorge, cappello azzurro e rosario al colloScortati dal rispetto. E in mezzo a questo caotico saliscendi di vicoli, ammassi di gente e cose, spicca l'azione quotidiana di padre Gianfranco Testa, un missionario della Consolata legato a doppio filo alla Teologia della liberazione. E’ lui che con umiltà ci apre le porte di quell’inferno. A nessun estraneo viene permesso di ficcare il naso e nessuno oserebbe mai farlo. Ma camminare con padre Juan ci rende speciali ai loro occhi. In ogni quartiere dell’immane distesa, frotte di bambini gli corrono incontro. Lo abbracciano, gli si arrampicano in collo. “Siete stati a Ciudad Bolivar? "E' la zona più pericolosa della città. Ma come ci siete riusciti? E con la macchina fotografica poi”. Questa la reazione di ogni colombiano a cui abbiamo raccontato la nostra passeggiata. Come ci siamo riusciti? Scortati dal rispetto e dall'amore che quella gente, solitamente pronta a tutto perché disperata, prova nei confronti di un uomo che per loro sta dando tutto. Mai una sensazione di disagio o paura. Il fatto di essere con lui ha reso sopportabili anche i nostri sguardi indiscreti, tesi a violare la loro intimità. “Aiutarli a non perdersi. Questa è la nostra missione”, racconta il parroco dalle stanze del suo piccolo centro di accoglienza, dove organizza corsi di taglio e cucito per le madri e giochi di apprendimento per i figli. “Qui i giovani fragili si suicidano o vengono ammazzati, gli altri entrano nelle bande armate. La vita è dura. La paura li accompagna ovunque. Ogni settimana questi bambini giocano accanto a cadaveri che spuntano come funghi ai bordi delle strade. La violenza è la loro normalità. Per questo sono venuto qui”.

Stella Spinelli

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