L'arma dell'inventiva. Gli abitanti di Ciudad Bolivar sono tutti
desplazados,
cacciati dalla prepotenza di uomini in divisa, scappati dalle loro
terre, dalle loro case, nel tentativo di restare vivi. Sono contadini,
coltivatori di terre amene e lontane, ricche di acqua e dal sottofondo
pieno di tesori. Aree troppo appetibili per poter essere lasciate in
mano a semplici famiglie di
campesinos. Zone dunque da
sgombrare. Minacciata da kalashnikov e sguardi senza pietà, a questa
gente non è restato che darsela a gambe. Gli oltre tre milioni di
desplazados regalano alla Colombia un triste record, che la inserisce ai primi posti nella
classifica mondiale degli Idp,
Internal desplaced persons.
Fra questa gente, c’è chi rimane attaccato anima e corpo alla propria
identità e prova a ripartire da zero in spazi agricoli ricavati a colpi
di machete nella fitta selva chissà dove, e chi, invece, stanco e
impaurito, sceglie la città. Per mimetizzarsi, per essere lasciato in
pace, invade pochi metri di terreno, inchioda un cumulo di travi alla
lamiera ed è fatta. A Ciudad Bolivar le case nascono dal giorno alla notte. In
poche ore ci si fa posto tra migliaia di persone e ci si affida
all’inventiva. L’improvvisazione è l’unica speranza di sopravvivenza.
Qualcuno vende pasta fritta ai passanti, qualcun altro gestisce
banchetti di bibite dagli strani colori, molti si inventano muratori,
elettricisti, falegnami. Precarietà e povertà sono le vie lungo le
quali si dirama la vita di quasi un milione di persone.
Campo di reclutamento. "Siete italiani? Oh! Lontanissimo". Ha occhi profondi e un
sorriso disarmante Amador, 28enne, nero come la pece. "Io invece sono
di Turbo e vivo qui da due anni. Se sono scappato? A gambe levate. Mi
volevano uccidere". Era un contadino, manteneva la sua famiglia, moglie
e tre bambini, con il duro lavoro nelle coltivazioni del Choco, la regione colombiana
che confina con Panama e che ha
il grande privilegio di essere bagnata dai due mari. Per questo è così
appetibile, per questo è condannata a battaglie perenni tra i
grandi interessi economici. Per questo è invivibile. L’idea è
costruirci un viadotto strategico. C'è da forare il terreno, da
distruggerne l'equilibrio ancestrale. E poi la terra è ricca e piena di
minerali. C'è oro e una biodiversità che fa invidia all'Amazzonia.
Quindi i contadini sono scomodi, di troppo. Ostacoli fastidiosi. E
anche Amador lo era: sgradevole intralcio da far fuori. “O ci uccidono
o ci costringono a sfollare – spiega il giovane colombiano,
gesticolando, sguardo fisso - O perdi tutto e ti riduci in miseria ai
bordi di una metropoli di cemento e smog come questa, o scegli di
vagare di villaggio in villaggio, pur di non rinunciare al tuo essere
contadino. L'alternativa è sempre e solo una: morire”.
Questa gente è segnata, ma gli occhi sono pieni di una
speranza velata, offuscata da tanta morte, che imperterrita li rincorre
anche qui. Ciudad Bolivar è in mano a bande paramilitari che decidono il bello
e
il cattivo tempo, considerandola un campo di reclutamento. Lo
Stato è assente, l’impunità sovrana.
Schiavi della violenza. “Se vuoi star tranquillo devi
adottare l'atteggiamento delle tre scimmie: non vedo, non parlo, non
sento – racconta Jorge, della comunità afro, cappello di lana azzurro e
rosario al collo - Se alzi anche solo un po' la testa sei morto”.
“Ci sono paramilitari qui, Giovanni?”, chiediamo a un bambino
che ci segue da lontano. “No, mai visti”, risponde distogliendo lo
sguardo, che perde per un attimo la luce brillante dell’infanzia. “E
ammazzano la gente qui?” – insistiamo. “No, nessuno”. E ancora: “E
quanti morti hai visto per strada?”, e il piccoletto senza pensarci un
attimo: “Eh, tanti, ma non li ho contati”. Imparano presto la regola
dell’omertà, ma i più piccoli non la sanno gestire e dal loro
contraddirsi traspare tutta la brutale verità. Qui, gli adolescenti che
non accettano di essere reclutati, che vogliono star lontani dalle armi
e dalla brutalità, o che almeno ci provano, sono condannati a morte.
“Se un paramilitare ti chiede di entrare nello squadrone, non hai
scelta – racconta Jorge, a bassa voce per non essere ascoltato. E’
sabato pomeriggio, i capi banda girovagano, qualcuno gioca a carte,
altri si intrattengono con il domino - “Più che una domanda è un
ordine. Non c'è libertà”.
Scortati dal rispetto. E in mezzo a questo caotico saliscendi di vicoli, ammassi di
gente e cose, spicca l'azione quotidiana di padre Gianfranco Testa, un
missionario della Consolata legato a doppio filo alla Teologia della
liberazione. E’ lui che con umiltà ci apre le porte di quell’inferno. A
nessun estraneo viene permesso di ficcare il naso e nessuno oserebbe
mai farlo. Ma camminare con padre Juan ci rende speciali ai loro occhi.
In ogni quartiere dell’immane distesa, frotte di bambini gli corrono
incontro. Lo abbracciano, gli si arrampicano in collo. “Siete stati a
Ciudad Bolivar? "E' la
zona più pericolosa della città. Ma come ci siete riusciti? E con la macchina
fotografica poi”. Questa la reazione di ogni colombiano a cui
abbiamo raccontato la nostra passeggiata. Come ci siamo riusciti?
Scortati dal rispetto e
dall'amore che quella gente, solitamente pronta a tutto perché disperata,
prova nei confronti di un uomo che per loro sta dando tutto. Mai
una sensazione di disagio o paura. Il fatto di essere con lui ha reso
sopportabili anche i nostri sguardi indiscreti, tesi a violare la loro
intimità. “Aiutarli a non perdersi. Questa è la nostra missione”,
racconta il parroco dalle stanze del suo piccolo centro di accoglienza,
dove organizza corsi di taglio e cucito per le madri e giochi di
apprendimento per i figli. “Qui i giovani fragili si suicidano o
vengono ammazzati, gli altri entrano nelle bande armate. La vita è
dura. La paura li accompagna ovunque. Ogni settimana questi bambini
giocano accanto a cadaveri che spuntano come funghi ai bordi delle
strade. La violenza è la loro normalità. Per questo sono venuto qui”.