Bush e Blair si incontreranno per accelerare il ritiro, ma il Paese è fuori controllo
Il 17 maggio, davanti alla commissione del Senato Usa, al
generale Peter Pace venne chiesto se le forze della coalizione fossero in grado
di ritirarsi entro 3 mesi da una qualunque delle 14 province irachene
considerate più stabili. “No signore” fu la risposta.

Le forze Usa e
Britanniche in Iraq continuano a lavorare per permettere il passaggio della
sovranità nelle mani delle forze armate irachene, ma fino a oggi le basi
militari affidate al controllo iracheno sono state 34 su 110. Delle 10
divisioni irachene dispiegate sul territorio solo 2 controllano effettivamente
le aree loro assegnate, le altre possono solo affiancare le truppe della
coalizione. La formazione del governo iracheno, a 5 mesi dalle elezioni di
dicembre, potrebbe essere un passo avanti verso una maggior sicurezza nel
Paese, ma sui 2 ministeri chiave, Interno e Difesa, non si è trovato un accordo
definitivo. Di fronte a questa situazione Bush e Blair hanno annunciato un
incontro, il 25 maggio prossimo, per decidere nuove strategie per lasciare il
Paese al più presto. L’ordine del giorno sarà infatti un piano di ritiro
accelerato e più ambizioso di quanto dichiarato fin’ora.
Ramadi.
Nella città sunnita di Ramadi, nella
provincia di al Anbar, interi quartieri sono nelle mani degli insorti e
la
polizia non vi può mettere piede. Alcune strade sono state teatro di
così
numerosi incidenti con ordigni artigianali che le truppe Usa hanno
smesso di
usarle: ogni volta che escono in pattuglia vengono bersagliate da colpi
di armi
da fuoco, granate e razzi. ”Non abbiamo il controllo della situazione
–confessa
il sergente Ruble, responsabile per la provincia sunnita. “Usciamo
dalla base,
perdiamo dei soldati e ritorniamo –spiega il colonnello iracheno Ali
Hassan,
che opera insieme alle truppe Usa – Controlliamo la città per un'ora,
poi come
rientriamo alla base l’abbiamo già perduta. Che senso ha? L’uccisione
di un
insorto non vale il ferimento di uno dei miei soldati”. Il nuovo
premier Al
Maliki ha inaugurato il suo governo puntando sulla sicurezza: ha
promesso di
metter fine al caos, impiegando “la massima forza possibile”, ma tre
anni di
attiva presenza militare Usa non sono bastati. “Puntiamo a mantenere
gli
scontri a un livello accettabile finché le forze irachene saranno in
grado di
subentrare” ha dichiarato il Capitano dei Marine Carlos Barela. Ma
intanto, gli
attacchi continuano a cadenza
quotidiana e i bombardamenti Usa, oltre a non avere intaccato le
risorse dei
ribelli, hanno aumentato il risentimento dei civili che, anche qui, si
trovano
sempre più tra due fuochi. In città le stazioni della polizia sono
state
distrutte, il caos e le minacce hanno paralizzato sia le attività
economiche sia il lavoro della giustizia. A fine aprile un video di
Zarqawi, che pareva
girato a Ramadi, aveva messo in fuga centinaia di civili dalla città
per timore
di un bombardamento statunitense. Il 4 maggio, 13 civili sono stati
uccisi
dall’aviazione Usa, e il 17 un’altra operazione militare ha portato al
sequestro di un arsenale e all’arresto di un fabbricante di ordigni
noto come
il “Principe delle Ied ” (Improvised Explosive Devices, ordigni
esplosivi artigianali). Diversi militari
della coalizione sostengono che un'operazione bellica in grande stile,
come
quella di Falluja nel 2004, sarebbe controproducente e spingerebbe i
civili
dalla parte degli insorti: “Ci porterebbe indietro di due anni” ha
dichiarato
un altro colonnello della coalizione.
Bassora. Anche a Bassora la situazione della sicurezza,
almeno dal punto di vista delle forze britanniche, è in peggioramento. Il
controllo della città è nelle mani delle milizie sciite, l’esercito del Mahdi
di Moqtada Sadr, mentre le truppe britanniche sono costrette a mantenere le
posizioni cercando di contenere i danni. Da gennaio a oggi gli attacchi con
bombe poste a lato delle strade sono stati più di trenta e hanno provocato
la morte di 13 soldati inglesi. I militari britannici non possono più muoversi
via terra e sono costretti a spostarsi in elicottero per evitare attacchi, ma
anche questa cautela non sempre è sufficiente. Il 6 maggio un loro elicottero
è
stato abbattuto da un razzo ed è caduto su alcune abitazioni di Bassora,
uccidendo 5 persone. I militari intervenuti per recuperare il mezzo sono stati
assaliti dalla popolazione, che inneggiava a Moqtada Sadr, e hanno aperto il
fuoco uccidendo altri 5 civili. Questo episodio ha fatto aumentare gli
attacchi contro i britannici: negli ultimi giorni sono 7 i militari deceduti in
attacchi esplosivi a Bassora (111 dall’inizio della guerra). Anche qui,
dunque, la strategia sembra essere quella di addestrare al più presto le truppe
irachene per poter agire nelle retrovie. Le accademie militari che i britannici
hanno allestito in città sulla carta funzionano a pieno ritmo: i corsi durano
13 settimane e producono circa 600 ufficiali all’anno. La coalizione punta a
raggiungere le cifre di 190 mila poliziotti e 140 mila soldati, ma il comando
britannico non nasconde di contare di più sull’esercito iracheno che sulla
polizia, troppo esposta alle infiltrazioni delle milizie. Bassora è una
trappola mortale anche per i civili, che si trovano alla mercé delle squadre
della morte infiltrate nella polizia locale. Majid al Sari, un consigliere del
ministero della Difesa iracheno, ha descritto la situazione della sicurezza in
città parlando di un morto all’ora: “miliziani e capi tribali sono le sole
autorità in città”. Mentre la polizia da un lato non riscuote più fiducia perché
collusa con le milizie, dall’altro non può permettersi di indagare sugli
omicidi per timore di ritorsioni. Un episodio emblematico è accaduto il 14
maggio scorso, quando un capo tribale di Bassora veniva ucciso da uomini armati
vestiti da poliziotti e, per ritorsione, uomini della tribù attaccavano la
stazione di polizia cittadina dandola alle fiamme e uccidendo 11 agenti.