In molte aree di
frontiera d’Etiopia, l’accesso alle risorse continua ad avere
conseguenze
drammatiche nei rapporti tra clan. La contesa tra gruppi etnici per
l’accesso a
beni fondamentali per comunità agro-pastorali - pozzi d’acqua e terreni
fertili
- unita alla necessità di difendere la vita delle mandrie, dal cui
benessere
dipende spesso la sopravvivenza dell’uomo, è aggravata dalla siccità
che sta
duramente colpendo il sud del Paese. E’ sufficiente che l’autorità
costituita
decida di ridistribuire alcuni terreni contesi, perché scoppi una faida
tra
clan. Come è successo in Oromia, nei villaggi di Yabello e Finchewa,
400 chilometri a sud della capitale Addis Abeba, dove in questi
giorni sono scoppiati scontri tra clan rivali, in seguito alla
decisione di un
giudice riguardo ad alcuni terreni.

“Due gruppi etnici in
competizione, i Guji e i Borena, si stanno confrontando da almeno dieci giorni.
Il bilancio al momento è di almeno centocinquanta morti”, ha dichiarato a
PeaceReporter un funzionario governativo
dal villaggio di Moyale, al confine con il Kenya, chiedendo l’anonimato. “La
situazione rimane assai delicata, e il rischio che la violenza riesploda è
molto alto”, ha aggiunto l’uomo. E’ un momento di estrema difficoltà per la
regione di Borena, colpita dalla siccità. Ma la pericolosità della situazione
ha costretto molte agenzie internazionali a sospendere molte operazioni sul
terreno, come dichiarato in una nota dall’Ocha, l’Agenzia delle Nazioni Unite
incaricata di coordinare gli interventi umanitari.
La tensione rimane alta
anche in altre regioni marginali e neglette del Paese. Sempre al confine con il
Kenya, si sono avuti altri scontri, in cui sono morte almeno quindici persone.
“Circa duecento banditi provenienti dall’Etiopia, con indosso abiti militari,
hanno attaccato all’alba di lunedì scorso il villaggio di Dukana, nel distretto
di Marsabit, all’estremo nord del Kenya”, ha raccontato a PeaceReporter Mutea Iringo, commissario del distretto di Marsabit.
“Nell’incursione sono rimasti uccisi sei abitanti del villaggio, tra cui due
bambini.” Il motivo dell’incursione pare essere la razzia di seicento capre.
“La risposta delle forze di polizia keniota è stata rapida, siamo riusciti a
respingere i banditi (secondo alcune fonti, uomini dell’Olf, il Fronte di
liberazione del popolo oromo, ndr) in
territorio etiope, e a recuperare il bestiame”, ha aggiunto il commissario. Ma
la popolazione civile, terrorizzata, ha abbandonato le proprie case per timore
di nuovi attacchi, e la Croce Rossa del Kenya sta approntando un campo per ospitare
questa nuova ondata di profughi.

Paura e morte anche nella regione di Gambella, nell’estremo ovest
dell’Etiopia. Nel tardo pomeriggio di domenica infatti, un autobus proveniente
dalla capitale Addis Abeba e diretto alla città di Gambella, è caduto in
un’imboscata. Un gruppo di uomini armati ha fermato il veicolo e ucciso a
sangue freddo almeno trenta passeggeri. “Ero al bar a guardare i Mondiali di
calcio alla televisione. Di colpo, mezzi militari sono apparsi in forze per le
strade, dichiarando il coprifuoco. Sono state tagliate l’elettricità e
l’acqua”, ha raccontato da Gambella Meki Kebede. Ancora non è chiaro chi siano
i responsabili dell’imboscata, ma resta alto il timore che scontri di natura
etnica possano riaccendersi anche in questa regione di confine, abitata in
prevalenza dalle etnie Anuak e Nuer. Nel 2003, infatti, centinaia di persone di
etnia Anuak vennero massacrate da uomini armati provenienti dall’altopiano etiopico.
Secondo molte fonti, nelle uccisioni era coinvolto l’esercito etiope. Per il
governo di Meles Zenawi, oltre alle recenti difficoltà post-elettorali, rimane
la necessità di gestire le aree remote e etnicamente diverse dall’altopiano,
dialogando con queste molteplici forze centrifughe.