Tutti pensano ci fosse una cospirazione ad Abu Ghraib.
Tutti pensano che fosse stato dato un ordine dall’alto, o che qualche comandante
sapesse. Tutti si sbagliano. Nessun comandante sapeva degli abusi, perché a nessun
comandante importava nulla di indagare; questo era il vero problema. Tutta la
struttura di comando era ignara, vivevano nel loro piccolo mondo. Così non è stata
una cospirazione: è stata solo pura e semplice negligenza. Erano tutti fottutamente
all’oscuro di tutto.

Il generale responsabile della prigione era Janis Karpinski, ma questo non significa
che lei fosse mai stata là. Per riuscire a vedere Karpinski era necessario l’intervento
divino: passava tutto il tempo in Kuwait o nel palazzo della Zona Verde. Teneva
il suo bel culo in posti carini e sicuri; veniva solo quando c’era qualche dignitario
in visita. Arrivava mezz’ora prima di loro, si faceva spiegare come stavano le
cose, guidava l’ispezione e poi se ne andava. A parte questo, non aveva idea di
cosa stesse succedendo. Non faceva nulla se non leccare i culi dei dignitari.
Penso che non le piacesse restare in una prigione sovraffollata e violenta sotto
costante bombardamento: durante i cinque mesi in cui sono stato ad Abu Ghraib,
l’ho solo vista due volte.
Dovete capire che stavamo nel complesso (militare americano, n.d.r.) più pesantemente
bombardato dell’Iraq:
dal momento in cui siamo arrivati fino a quando ce ne siamo andati, nessuno è
stato bombardato più di noi. Nessuno. Piovevano bombe dalla mattina alla sera;
è qualcosa a cui ci si abitua, diventa normale. Dopo un po’, iniziavamo ad avere
conversazioni surreali mentre il suono dei mortai diminuiva: sentivamo il rumore
del lancio, e discutevamo su che calibro fosse mentre quella merda ci stava per
cadere addosso.
“Cosa pensi che fosse, un pezzo da 60 o da 80?”
“Potrebbe essere un 120.”
“No, non era abbastanza grosso per essere un 120.”
Altre volte, sentivamo il lancio, e iniziavamo a contare, tanto per vedere quanto
fosse distante. Se arrivavi a trenta prima che esplodesse, erano tra i settecento
e i mille metri. Ma questo era in realtà tutto quello che potevi fare: cercare
di capire dove fossero e con cosa ti stessero sparando addosso. Questo, e incazzarti
perché nessuno rispondeva al fuoco.
Il complesso era composto da una prigione principale, che era alta due piani,
da una serie di prigioni più piccole, da un edificio amministrativo e da un piccolo
edificio chiamato la Camera della Morte, dove Saddam torturava i suoi prigionieri.
C’era una stanza con piastrelle di ceramica sui muri, sulla porta e sul pavimento,
così che il sangue potesse essere lavato facilmente. Fuori, c’era una tendopoli,
dove ospitavamo i prigionieri che avevano commesso crimini normali: alcuni erano
crimini minori per i quali la condanna era solo a due mesi di prigione, ma potevano
stare rinchiusi per tre anni in attesa del processo; il sistema era molto inefficiente.
Se i colpi di mortaio finivano su un edificio, non era un grosso problema: non
erano abbastanza potenti da perforare il tetto. Ma se uno atterrava nel cortile
della tendopoli, poteva fare molti danni. Tipo, una notte un colpo fortunato ha
spaccato in due la nostra cisterna del carburante, colpita in pieno da un colpo
di mortaio. Ha provocato un incendio che poteva essere visto per miglia, circa
4 mila galloni di carburante che bruciavano. Un’altra volta, un colpo di mortaio
è caduto in mezzo ad un gruppo di prigionieri in preghiera: è stato particolarmente
brutto. Questi tipi si erano appena disposti in file, rivolti verso la Mecca,
e avevano iniziato a pregare quando è arrivato. Ci sono stati quindici o sedici
morti e un bel po’ di feriti: abbiamo dovuto scavare tra i corpi, metterli in
sacchi e portarli alla zona di controllo per portarli fuori dalla prigione. Ogni
volta che portavano un prigioniero, lo identificavamo con una scansione della
retina e con le impronte digitali, così quando morivano dovevamo seguire lo stesso
procedimento. Ciò significava che, per tutto il giorno abbiamo dovuto cercare
globi oculari nei sacchi dei cadaveri, e a volte non c’erano globi oculari utilizzabili,
quindi cercavamo un dito. Non dovevi farci caso, non potevi pensarci: diventavi
insensibile.

Ma ci ripensi più tardi, quando torni a casa. Tipo, dormivo bene quando ero là,
ma ora ho incubi, e pochi giorni prima che la mia unità lasciasse Abu Ghraib,
all’improvviso la gente ha iniziato a preoccuparsi dei bombardamenti per la prima
volta. E’ stato strano, si raggomitolavano tutti insieme contro il muro, e mi
sono ritrovato inginocchiato in un angolo, a pregare. L’insensibilità se ne stava
andando. Una delle cose che devi tenere in mente quando guardi le foto è che tutti
eravamo diventati insensibili in modo differente.
Inoltre, dirò questo: gli abusi sono iniziati prima di quanto chiunque creda;
nessuno l’ha mai detto pubblicamente, ma anche prima che l’unità arrivasse, stavano
succedendo delle cose. Il giorno in cui siamo arrivati, nell’ottobre del 2003,
stavamo facendo un giro del complesso e abbiamo visto quindici prigionieri seduti
nelle loro celle con indosso biancheria intima femminile. Questo il primo giorno;
nessuno di noi era mai entrato nella prigione. Abbiamo chiesto ai poliziotti militari
di guardia, il Settantaduesimo di Las Vegas, perché i prigionieri stessero indossando
biancheria intima femminile. Ci hanno detto che era un’azione correttiva, perché
quei tizi avevano bombardato il complesso. Quindi, la polizia militare aveva deciso
di maltrattare questi tipi. Cose del genere accadevano da prima che arrivassimo:
ma, dopo che siamo arrivati, praticamente le cose hanno iniziato ad andare sempre
peggio.
L’altro problema era che c’erano anche altre agenzie governative che venivano
in prigione a gestire i prigionieri. Non posso dire quali agenzie ma probabilmente
potete immaginarlo; a volte non sapevamo chi fossero. Ricevevamo una chiamata
dal comandante di battaglione che diceva, “Sta arrivando un elicottero. Dovete
portare il tale prigioniero dalla tale cella alla zona di atterraggio in quindici
minuti.” Quindi dovevo indossare la divisa, ammanettare il prigioniero, incappucciarlo,
andare alla zona di atterraggio, attendere che l’elicottero atterrasse, e quindi
consegnare il prigioniero ai tipi all’interno. Non sapevo chi fossero, non domandavo.
Quando ti dicono di non fare domande, non fai domande. Potevano riportare il prigioniero
in poche ore, o la mattina successiva, o due giorni dopo. Non facevi domande.
Altre volte portavano qualche altro prigioniero al complesso. Non sapevi chi fossero, o chi fosse il prigioniero, o che cosa gli avrebbero fatto: ti limitavi a consegnare
i prigionieri. Una notte, questo Black Hawk è atterrato alle 4 del mattino circa,
e una coppia di tizi è arrivata con un prigioniero e l’ha portato al primo piano,
mettendo su dei lenzuoli cosicché nessuno potesse vedere, e hanno passato il resto
della notte là. Ci hanno detto di stare lontani, e così abbiamo fatto. Un paio
di ore dopo, sono venuti fuori. Hanno detto come, “Il prigioniero è morto” e hanno
chiesto del ghiaccio per impacchettarlo, poi hanno detto, “Pulite voi, noi non
siamo mai stati qui. Buona giornata.” Sono tornati sull’elicottero, sono decollati,
lasciando là il cadavere. Questa gente può venire qui, uccidere un uomo, e non
puoi farci nulla: non ci sono registrazioni, non sono mai stati qui, non esistono.

Avete probabilmente visto le fotografie di quel prigioniero con Charles Graner
e Sabrina Harman, che posavano accovacciati accanto al suo corpo morto: ecco,
quello è il tipo. Tutti giudicano l’immagine per ciò che appare a prima vista,
ma la verità è che Graner e Harman non l’hanno ucciso; e quando qualcosa del genere
accade, sposta i paletti di ciò che è lecito. Forse Graner e Harman se ne sono
andati via pensando, “Okay, andiamo oltre.”
Le prime immagini erano dell’ottobre 2003, ma non le ho scoperte fino al gennaio
del 2004. Ho scoperto le immagini in un Cd che Graner mi aveva dato; ancora oggi
non ho capito bene perché mi ha dato quel Cd. Forse si era solo dimenticato quali
immagini ci fossero, o ha dato per scontato che non me ne importasse nulla. Stavo
sfogliando il contenuto del Cd, guardando quelle che aveva fatto a Hilla, dove
eravamo di stanza prima di Abu Ghraib, quando all’improvviso sono apparse queste
immagini. All’inizio, per dire il vero, ho pensato che fossero molto divertenti:
mi spiace, alcuni potrebbero arrabbiarsi con me se vogliono, ma non sono un boy-scout.
A me, quella piramide di iracheni nudi, la prima volta che l’ho vista, è sembrata
molto comica. Quando è venuta, così, fuori dal nulla, ho solo sghignazzato dicendo,
“Che cazzo è? Sto guardando una piramide di culi!” Ma altre foto non mi sono piaciute:
quelle con i prigionieri picchiati, o quella con un iracheno nudo inginocchiato
in fronte ad un altro iracheno nudo, altra roba più sessualmente esplicita per
umiliare i prigionieri. Non mi sono piaciute, non riuscivo a smettere di pensarci.
Dopo circa tre giorni, ho deciso di consegnare le immagini al comando. Dovete
capire che non sono il tipo da fare la spia: ho tenuto tantissimi segreti di soldati.
Nell’impeto della battaglia, certe cose accadono: fai cose di cui poi ti penti.
Anche io ho esagerato nell’uso della forza un paio di volte, ma questo è stato
troppo: dovevo scegliere tra ciò che sapevo essere moralmente accettabile e la
mia lealtà verso gli altri soldati. Non c’era una via di mezzo.
Penso che sarebbe stata una decisione più difficile se fossero stati altri soldati;
ma avevo già dubbi sulla maggior parte di quei militari. Come Sabrina Harman,
un pezzo di merda dal primo giorno in cui l’ho vista. Prima che arrivassimo ad
Abu Ghraib, quando eravamo ancora a Hilla, ha tenuto un gattino per tre giorni,
poi un cane è arrivato e l’ha ucciso. Così Harman decise di sezionarlo. Ha detto
che non c’erano segni all’esterno, così l’ha dissezionato e ha trovato degli organi
spappolati. Così ha deciso di mummificarlo: ha tentato diversi metodi, ma alla
fine tutto ciò che è riuscita a salvare è stata la testa: una dannata testa di
gatto mummificata, Cristo. Una testa semidecomposta con dei ciottoli per occhi.
L’ha attaccata ad una lattina di selz e la portava con sé ovunque andasse. Non
me ne fregava un cazzo di quello che le capitava, cercavo solo di evitarla. C’era
anche Ivan Frederick, il sottufficiale responsabile del turno di notte: ci evitavamo,
non ci piacevamo. Oppure Charles Graner, ci intendevamo, ma non eravamo amici;
è una di quelle persone con un’aura di potenza tutto intorno. Piaceva alle persone,
ma se lo conosci bene, scopri di non volergli stare vicino: è manipolatore, ha
personalità multiple. Può essere una persona devota, che parla di Dio e di come
le cose dovrebbero essere, ma ha anche un lato molto, molto oscuro e malvagio.
Una volta, eravamo a Hilla, prima di andare ad Abu Ghraib; stavo facendo una passeggiata
e fumavo una sigaretta, e lui stava lavorando al cancello del complesso. Gli ho
parlato per dieci minuti, e mi stava dicendo di come pensasse che sua moglie lo
tradiva. Mi ha detto che si è appostato su una collina che guardava verso la casa,
con un fucile carico puntato sulla porta, aspettando che uscissero. Ho chiesto,
“Cosa è successo?” e ha risposto, “Non sono usciti”.
Quando ho consegnato le immagini, questa è stata la storia che mi ha colpito
di più, perché sapevo di cosa era capace quel tipo.
Ho sempre voluto rimanere anonimo: all’inizio non ho nemmeno dato il mio nome
alla Criminal Investigation Division [Divisione d’investigazione criminale, N.d.T.].
Ho solo fatto una copia delle fotografie su un Cd, scritto una lettera anonima,
imbustata e consegnata ad un agente Cid. Ho detto: “L’hanno lasciato nel mio ufficio,”
e me ne sono andato via. Ma circa un’ora più tardi, è arrivato nel mio ufficio
un ometto chiamato agente speciale Pieron e mi ha iniziato a interrogare riguardo
alla provenienza delle immagini. Gli ci è voluta circa mezz’ora per farmi confessare
tutto: ho detto, “Bene, ho ottenuto le immagini, sono stato io a metterle là dentro.”
E ho aggiunto, “Ti parlerò dopo il lavoro.”

Ancora non pensavo che sarebbe stato un affare così grosso come alla fine è stato.
Pensavo che sarebbero stati sollevati dall’incarico e processati, ma non pensavo
che il mondo ne avrebbe mai sentito parlare. Non pensavo che la faccenda sarebbe
esplosa come poi ha fatto.
Così, dopo il lavoro, sono andato all’ufficio dell’agente Pieron, ho esaminato
con lui le immagini e ho fatto un giuramento. Lui conosceva alcuni dei soldati
nelle immagini, ma io ho identificato gli altri e gli ho detto dove le fotografie
fossero state fatte, queste cose. Ma mentre stavo facendo questo, un altro agente
Cid stava andando a prendere queste persone: lavoravano troppo velocemente. Li
stavano già fermando mentre stavo là! Così, sto nella stanzina sul retro, e inizio
a sentire voci e gente in divisa venire dall’entrata di fronte: ho capito immediatamente
chi fossero. Erano Graner, Ambuhl e England. Ho guardato l’agente Pieron e non
ho dovuto dire nulla. Ha afferrato l’altro agente e ha detto, “E’ ancora qui.
E’ ancora qui.”
C’era solo un’uscita, quindi non c’era modo di svignarsela. Uno degli agenti
è andato a prendere dei lenzuoli e dei tappeti e mi ha coperto con quelli, per
farmi assomigliare ad una donna altissima, vestita in maniera ridicola. Quindi
hanno detto a tutti i presenti nella stanza di voltarsi verso il muro, e mi hanno
fatto uscire dalla porta. Non potevo vedere nulla e mi hanno dovuto guidare: ero
terrorizzato.
Nei due giorni successivi, la tensione nell’unità si poteva tagliare col coltello.
Il mio sergente maggiore e il mio comandante di compagnia sapevano ciò che avevo
fatto, e non gli andava bene: erano incazzati perché non ero andato da loro prima;
ma il problema è che, ogni volta che gli si diceva che c’era qualcosa che non
andava, veniva tutto insabbiato. I precedenti non mi avevano lasciato scelta.
C’era un tossicodipendente nell’unità che stava prendendo delle medicazioni. Se
n’è andato dall’ospedale militare, è saltato su un taxi iracheno e si è fatto
un giro di cento miglia fino a Hilla: non hanno fatto nulla. E sono successe anche
altre cose, che non dirò. Ma succedevano molte cose, e non si faceva nulla a riguardo.
E in più, Frederick era coinvolto: era il responsabile del turno di notte e appariva
nelle maledette foto.
Per circa tre giorni hanno interrogato Graner, England e il resto. Poi è la situazione
è ulteriormente peggiorata. Qualcuno ha deciso di tenerli al complesso: mi aspettavo
che fossero incriminati e portati via, ma no! Gli hanno assegnato altri incarichi.
Avrebbero potuto andare in giro armati tutto il giorno, sapendo che qualcuno li
aveva denunciati e cercando di capire chi fosse stato.
E’ stato uno dei periodi più spaventosi della mia vita: ero costantemente sul
chi vive e ho iniziato a diventare paranoico. Tenevo il fucile con me tutto il
tempo, lo portavo a letto. Tutti i soldati della compagnia dormivano in uno degli
edifici del complesso carcerario, in celle, ma io dormivo in uno stanzino di un
vecchio edificio amministrativo; ero uno dei pochi soldati che non avevano una
grossa porta di metallo da poter chiudere. In effetti non avevo alcuna porta ed
ero completamente vulnerabile. Ho appeso un poncho all’entrata, un impermeabile
militare, e mi sdraiavo con le mani dietro la testa e la sinistra sotto al cuscino,
stringendo la 9mm senza sicura, ascoltando. E dopo circa quattro giorni, me ne
stavo sdraiato e ho sentito il poncho frusciare e ho pensato, “Merda! Qualcuno
sta entrando nella mia maledetta stanza”. E poi tutto è tornato tranquillo e penso:
“Cazzo!” Stringo la mia arma e sento una mano sul mio piede, così estraggo la
9mm più veloce che posso e afferro il tizio per la spalla, che dice “Gesù Cristo!”
Era il mio amico Layton, ubriaco fradicio. Voleva solo che lo aiutassi col suo
computer. Grazie a Dio, la mattina non si ricordava che gli avevo puntato addosso
una pistola: non credo che avrebbe capito perché ce l’avessi, ma Layton non era
il tipo da lasciar correre. Mi avrebbe rotto le scatole per capire, e qualcun
altro avrebbe potuto sentire qualcosa e capire come stavano le cose.

Il giorno dopo, stavo lavorando nel mio ufficio nell’ufficio delle Operazioni
quando entrò Graner. Si vedeva che non aveva dormito, non si era rasato e tutto,
e aveva ancora la sua arma – un M16 con un lanciagranate, che lasciò sulla scrivania.
Sembra esausto e si comporta in maniera strana. Parla al mio capo, il sergente
Coville, ma continua a guardare me; ad un certo punto dice a Coville, “Non sai
chi ti è amico”, poi mi guarda e dice, “E tu lo sai, Darb?”. Mi si è gelato il
sangue, ma quando ha riso e ha cominciato a parlare di nuovo, ho capito che non
sapeva nulla. Si fidava di me abbastanza da non credere che potessi esser stato
io.
Finalmente, dopo circa un mese, qualcuno li ha trasferiti; è stato un grosso
sollievo, ma volevo ancora essere certo che nessuno scoprisse ciò che avevo fatto.
Una delle cose che dovete capire è la mentalità di dove sono cresciuto, nel Maryland
occidentale. E’ una piccola città, e non c’è molto lavoro, così la maggior parte
della gente è nell’esercito, nei riservisti o conosce qualcuno che lo è. Sono
brava gente, ma sapevo che nessuno avrebbe considerato il fatto che questa gente
stava picchiando i prigionieri: avrebbero considerato il fatto che un soldato
americano ha fatto andare un altro soldato americano in prigione, per degli iracheni.
E per queste persone, fondamentalmente patriottiche, socialmente programmate e
che credono a tutto ciò che gli si dice, gli iracheni sono il nemico, e chi se
ne fotte che cosa gli succede. Così sapevo che, se volevo tornare a fare la mia
vita civile, se volevo integrarmi a casa, nessuno avrebbe dovuto sapere cosa avevo
fatto: sarei dovuto rimanere anonimo.
Beh, alla fine non è andata così. Dopo circa un mese che Graner e gli altri se
n’erano andati da Abu Ghraib, eravamo al campo Anaconda, ed ero seduto in mensa
con altri dieci tipi del mio plotone. E’ una grossa struttura, che conteneva circa
altri quattrocento soldati. Sedevo là, mangiando, quando Donald Rumsfeld arriva
durante le maledette audizioni congressuali. E’ stato come in un film: stavo
là seduto, di lato alla Tv, e c’è Rumsfeld che dice il mio nome, alla Tv nazionale.
Stavo seduto a masticare quando l’ha detto e ho pensato, “Oh, mio Dio.” E i ragazzi
al tavolo hanno smesso di mangiare e mi hanno guardato. Ho pensato, “Meeerda.”
Mi sono alzato e ho portato il culo fuori di là.
Dopo che il mio nome è venuto fuori, sapevo di dover tornare a casa. I media
ronzavano attorno alla mia casa come avvoltoi: facevano foto ogni volta che mia
moglie usciva ed entrava, e il telefono squillava senza pausa. Venivano uno dopo
l’altro alla porta con regali e doni, anche dopo che mia moglie gli aveva detto
di andarsene. Molti dei vicini non le mostravano simpatia, altri lo facevano,
come il capo dell’ufficio postale: è un veterano del Vietnam e ha detto a mia
moglie che capiva. Ma appena arrivava qualche altra persona, anche lui smetteva
di parlarle, perché un sacco di persone laggiù mi vedono come un traditore. Anche
alcuni della mia famiglia mi considerano un traditore: uno dei miei zii lo pensa,
e è riuscito a convincere mio fratello a non parlarmi più. Così mia moglie si
è dovuta nascondere nella casa di un parente, e quando i media l’hanno rintracciata
là, ha dovuto essere presa in custodia dai militari. Sento di disprezzare ancora
i media.

Ero bloccato in Iraq, incapace di aiutarla: dovevo tornare a casa. Ho chiesto
un permesso d’emergenza e all’una del mattino sono entrati nella mia stanza con
un preavviso di due ore. Hanno detto: “Alzati, prendi quello di cui hai bisogno,
riconsegna la tua divisa khaki. Stai per andartene dall’Iraq.” Così ho preso tutto
ciò che sono riuscito a infilare in due borse, ho consegnato le mie armi ad un
mio amico e sono andato ad attendere l’aeroplano. E’ un lungo viaggio, e sono
riuscito a dormire per la maggior parte del viaggio. Alla fine, siamo atterrati
a Dover, in Delaware. L’aereo sta rullando sulla pista, quando all’improvviso,
si ferma: sento l’idraulica sibilare, e la porta dell’aereo si apre, ma siamo
ancora sulla pista. Il responsabile del cargo dell’aereo mi guarda e dice, “Che
diavolo stiamo facendo?”. Entrano questi tre tizi in giacca e cravatta, mi indicano
e dicono, “Andiamo.”
C’era un camioncino che attendeva sulla pista, e un colonnello mi ha salutato
e mi ha detto, “La tua famiglia ti sta aspettando; ti porteremo da loro.” Non
potevo credere ai miei occhi quando ho attraversato le porte e ho visto mia moglie:
non credevo che sarebbe venuta in aeroporto. L’ho abbracciata e mi sono messo
a piangere, poi ci hanno portati ad una casa vicina per passare la notte e, dopo
un po’, sono uscito per vedere il maggiore Chung, il maresciallo capo della polizia
militare della mia unità di stanza in Cumberland. Mi ha chiesto cosa volessi fare
e gli ho risposto, “Voglio solo tornare a casa.” Mi ha risposto, “Non puoi andare
a casa. Probabilmente non potrai tornare mai a casa.”
Aveva ragione, non sono mai tornato a casa. Sono tornato al mio paese solo due
volte: per il funerale di mia madre e per un matrimonio. E anche allora, sono
restato solo per il tempo necessario. Non sono il benvenuto: la gente non guarda
il fatto che ho saputo distinguere il giusto dallo sbagliato. Guardano il fatto
che ho messo un iracheno davanti ad un americano. Così ci siamo trasferiti, e
ho lavorato come meccanico militare per gli ultimi due anni. Ho continuato a servire
durante i processi, e ora ho cumulato dieci anni di di servizio su un contratto
di otto anni: il mio ultimo giorno nell’esercito sarà il 31 agosto. Ho finito,
ho già trovato un lavoro per una compagnia che produce equipaggiamento medico:
un bel lavoro, ben pagato. All’inizio potrebbe essere difficile per me adattarmi
alla vita da civile. Senti questa storia ripetuta da tutti quelli che sono fuori
dall’esercito: se sei il supervisore di un civile, non puoi gridargli addosso
come fai al militare, e così devi imparare a fare le cose in modo differente.
Ho sempre trattato bene i miei soldati, ma se volevo che qualcosa fosse fatta,
doveva essere fatta immediatamente. Sarà diverso nella vita da civile.
Ma non mi pento di nulla: mi ero già messo la coscienza in pace prima di consegnare
le immagini. Già sapevo che se la gente avesse saputo che ero stato io, non sarei
stato apprezzato: ecco perché ho voluto rimanere anonimo. So come la gente pensa
laggiù. L’unica volta che me ne sono pentito è stato quando ero in Iraq e la mia
famiglia stava vivendo un momento difficile. Altrimenti, non ho mai dubitato del
fatto che stessi facendo la cosa giusta. E’ stato un grosso cambiamento nella
mia vita, ma il cambiamento è stato sia positivo che negativo. Mi piaceva la mia
città, ma ora ho una nuova casa, un nuovo lavoro e nuove opportunità. E vivrò
la mia vita come chiunque altro e starò con la mia famiglia.