Dopo due anni di insabbiamenti e depistaggi, si sta sgretolando il muro di gomma
eretto dall’esercito statunitense attorno alla morte di due prigionieri afgani
detenuti nel carcere militare della base aerea Usa di Bagram, una quarantina di
chilometri a nord di Kabul.
La divisione investigativa criminale dell’esercito statunitense ha messo sotto
inchiesta 29 soldati americani che all’epoca conducevano gli interrogatori in
quella prigione. L’accusa è di aver picchiato e torturato i due prigionieri fino
a provocarne la morte.
Ma sono emerse anche altre verità, ancor più inquietanti.
Alla fine del mese di novembre del 2002, Habibullah, 28 anni, e Dilawar, 22 anni,
finirono come prigionieri di guerra a Bagram.
Habibullah venne arrestato in quanto fratello di un ex comandante talebano.
Dilawar venne invece preso subito dopo il lancio di alcuni razzi contro una base
Usa perché nel suo taxi vennero trovati un walkie-talkie rotto e dell’apparecchiatura
elettrica.
Entrambi vennero interrogati, picchiati e torturati per circa due settimane,
durante le quali rimanevano spesso in ‘posizione di sicurezza’ nelle loro celle
d’isolamento, cioè appesi al soffitto per i polsi. Venivano continuamente picchiati,
all’incirca ogni venti minuti, anche da più soldati contemporaneamente, soprattutto
sulle gambe e sull’inguine, i posti meno visibili.
Habibullah morì il 4 dicembre, appeso al soffitto della sua cella, per embolia
polmonare dovuta ai grumi di sangue provocati dalle percosse ricevute.
Dilawar, già debole di cuore, morì sei giorni do po, il 10 dicembre, in seguito a un infarto, anch’esso attribuito alle percosse.
Poco dopo la morte di Habibullah e Dilawar, per l’esattezza il 22 gennaio 2003,
il capitano Carolyn Wood, 34 anni, comandante del plotone d’interrogazione di
Bagram e ideatrice di queste pratiche di inchiesta, ricevette una medaglia al
valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”.
Nel luglio del 2003 lei e la sua squadra vennero mandati in Iraq con la missione
di insegnare quelle stesse tecniche ai carcerieri della prigione militare Usa
di Abu Ghraib, dove la Wood fece affiggere un cartellone d’istruzioni che prescriveva
in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresa
la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei cani.
Questo caso, oltre che per la sua intrinseca gravità, si carica di un grosso
significato, perché, come ha commentato Jumana Musa, della sezione statunitense
di Amnesty International, “l’impunità di cui hanno goduto i responsabili della
morte di questi prigionieri non testimonia solo un’orribile mancanza di rispetto
verso il valore della vita umana, ma rappresenta anche un precedente che ha poi
costituito la base di successivi analoghi abusi ad Abu Ghraib e in altre strutture
detentive militari americane”.
Fino ad ora, l’unico responsabile era stato individuato nella persona del sergente
James P. Boland. Ora vengono chiamati in causa altri 28 militari. Si tratta di
uomini appartenenti alla Compagnia A del 519esimo battaglione intelligence militare,
con base a Fort Bragg (North Carolina) – quella della Wood – e alla 377esima compagnia
di polizia militare della riserva dell’esercito, con base a Cincinnati (Ohio).
I loro nomi non verranno resi pubblici.
Enrico Piovesana