Poco più di tre ore di macchina separano Baghdad dalla
regione curda. Ma da Erbil o da Sulemanya, la capitale mattatoio dell’Iraq
sembra essere a una distanza siderale. Non solo per il paesaggio che da piatto
e brullo declina
verso gli altipiani verdi, con promontori che sembrano ondate geologiche
sollevate dal vento, quanto perché la guerra non pare aver lasciato molte tracce,
né nel panorama
naturale né nelle città del Kurdistan.
Vicini, eppure così lontani. E’ solo una impressione
superficiale, perché questa, specialmente nella zona di confine con l’Iran,
continua ad essere una delle aree più minate del mondo. Nelle città come Sulemanya
la luce elettrica è erogata solo per due ore al giorno, perché il bacino idrico
non è sufficiente a coprire il fabbisogno di energia e dalle centrali fuori dal
Kurdistan. L’elettricità non arriva più perché le centrali stesse sono oggetto
di continui attentati, come gli oleodotti, nonostante i peshmerga (guerriglieri
curdi ora inglobati nel nuovo esercito iracheno) li presidino in armi, perciò
accade che in un’area ricchissima di petrolio come questa scarseggi il
carburante e la benzina sia venduta al mercato nero. La presenza militare
americana è molto discreta, quasi impercettibile, se non per qualche corto
convoglio di auto civili blindate, con i vetri oscurati che percorre a grande
velocità la strada principale. Sono i
contractors,
l’esercito ombra di mercenari che ha fatto di Erbil la propria retrovia. Nei centri cittadini comunque la vita pare
scorrere pacifica come mai in questa regione dilaniata da anni di guerra e di
oppressione.
Un mondo a parte. I mercati sono colorati e gremiti
di persone pronte al sorriso anche se, appese alla spalla, spuntano non poche
canne nere di kalashnikov. Da dopo il 1991 il Kurdistan ha goduto di una
sostanziale autonomia dal governo centrale, anche durante il regime di Saddam
Hussein, ma le ferite inflitte in quel periodo alla popolazione curda sono
state troppo feroci e profonde perché essa non viva come una liberazione
l’occupazione dell’Iraq. Però la preoccupazione per le sorti dell’intero paese
si fa sempre più forte, fino a far affermare ad un anziano peshmerga che
incontriamo “certo qui si vive meglio adesso ma in tutto il resto dell’Iraq si
viveva certamente meglio quando c’era Saddam”. Ora il leader del Puk (Partito
dell’Unità Kurda) Talabani è il presidente dell’Iraq e quello del Pdk (Partito
democratico kurdo) Barzani è il presidente della regione e tra le due fazioni,
che per anni sono state in lotta, anche armata, tra loro, regna l’accordo. Nel
Kurdistan si riversa il fiume di denaro degli investitori stranieri (pochissimi
gli italiani) e della cosiddetta ricostruzione, ma solo qualche flebile rivolo
arriva davvero a rispondere ai bisogni della popolazione. La gran parte dei
soldi è drenata dalla speculazione e dalla corruzione, resa ancora più vorace
e
accanita dalla oggettiva instabilità della situazione generale.
Halabja, sola con il suo dolore. E la
rabbia cresce anche nel 'pacificato' Kurdistan. Vi è un segno drammaticamente
eloquente. La rivolta, di poco meno di due mesi fa, della popolazione di
Halabja. Nel 1988 proprio ad Halabja i gas usati da Saddam Hussein sterminarono
5mila persone. Nel centro della cittadina era stato recentemente eretto un
monumento a ricordo dell’eccidio, quel monumento è stato bruciato e distrutto
dalla stessa gente di Halabja a significare che non bastano nuovi monumenti ma
servono infrastrutture: strade, scuole, ospedali. Promesse mai mantenute. La
rabbia e la disillusione di Halabja hanno portato al fatto che oggi la
cittadina è off limits, pericolosa per qualsiasi straniero, quasi come una
città del Triangolo sunnita. Isola, nell’isola che è il Kurdistan, separato dal
resto dell’Iraq da nessuna frontiera ma da un muro invalicabile di paura e
violenza. Ancora isole nel libero Kurdistan, sono i campi profughi dei curdi
turchi, per i quali la persecuzione non è mai finita. È lo stesso governo turco
che impone a quello del Kurdistan iracheno di tenerli segregati nei campi,
condizione senza la quale non consentirebbe agli aerei della nuova compagnia
curda, la Kurdistan Airlines di solcare i cieli turchi. Libertà limitata per il
Kurdistan, anche nel cielo.