19/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage di Vauro racconta come è lontana la guerra nel Kurdistan iracheno
dal nostro inviato
Vauro
 
Poco più di tre ore di macchina separano Baghdad dalla regione curda. Ma da Erbil o da Sulemanya, la capitale mattatoio dell’Iraq sembra essere a una distanza siderale. Non solo per il paesaggio che da piatto e brullo declina verso gli altipiani verdi, con promontori che sembrano ondate geologiche sollevate dal vento, quanto perché la guerra non pare aver lasciato molte tracce, né nel panorama naturale né nelle città del Kurdistan.
 
un paesaggio mozzafiato del kurdistan irachenoVicini, eppure così lontani. E’ solo una impressione superficiale, perché questa, specialmente nella zona di confine con l’Iran, continua ad essere una delle aree più minate del mondo. Nelle città come Sulemanya la luce elettrica è erogata solo per due ore al giorno, perché il bacino idrico non è sufficiente a coprire il fabbisogno di energia e dalle centrali fuori dal Kurdistan. L’elettricità non arriva più perché le centrali stesse sono oggetto di continui attentati, come gli oleodotti, nonostante i peshmerga (guerriglieri curdi ora inglobati nel nuovo esercito iracheno) li presidino in armi, perciò accade che in un’area ricchissima di petrolio come questa scarseggi il carburante e la benzina sia venduta al mercato nero. La presenza militare americana è molto discreta, quasi impercettibile, se non per qualche corto convoglio di auto civili blindate, con i vetri oscurati che percorre a grande velocità la strada principale. Sono i contractors, l’esercito ombra di mercenari che ha fatto di Erbil  la propria retrovia. Nei centri cittadini comunque la vita pare scorrere pacifica come mai in questa regione dilaniata da anni di guerra e di oppressione.
 
una formazione di peshmerga, guerriglieri curdiUn mondo a parte. I mercati sono colorati e gremiti di persone pronte al sorriso anche se, appese alla spalla, spuntano non poche canne nere di kalashnikov. Da dopo il 1991 il Kurdistan ha goduto di una sostanziale autonomia dal governo centrale, anche durante il regime di Saddam Hussein, ma le ferite inflitte in quel periodo alla popolazione curda sono state troppo feroci e profonde perché essa non viva come una liberazione l’occupazione dell’Iraq. Però la preoccupazione per le sorti dell’intero paese si fa sempre più forte, fino a far affermare ad un anziano peshmerga che incontriamo “certo qui si vive meglio adesso ma in tutto il resto dell’Iraq si viveva certamente meglio quando c’era Saddam”. Ora il leader del Puk (Partito dell’Unità Kurda) Talabani è il presidente dell’Iraq e quello del Pdk (Partito democratico kurdo) Barzani è il presidente della regione e tra le due fazioni, che per anni sono state in lotta, anche armata, tra loro, regna l’accordo. Nel Kurdistan si riversa il fiume di denaro degli investitori stranieri (pochissimi gli italiani) e della cosiddetta ricostruzione, ma solo qualche flebile rivolo arriva davvero a rispondere ai bisogni della popolazione. La gran parte dei soldi è drenata dalla speculazione e dalla corruzione, resa ancora più vorace e accanita dalla oggettiva instabilità della situazione generale.
 
il mausoleo di halabja, dove si commemorano le vittime del bombardamento delle truppe di saddamHalabja, sola con il suo dolore. E la rabbia cresce anche nel 'pacificato' Kurdistan. Vi è un segno drammaticamente eloquente. La rivolta, di poco meno di due mesi fa, della popolazione di Halabja. Nel 1988 proprio ad Halabja i gas usati da Saddam Hussein sterminarono 5mila persone. Nel centro della cittadina era stato recentemente eretto un monumento a ricordo dell’eccidio, quel monumento è stato bruciato e distrutto dalla stessa gente di Halabja a significare che non bastano nuovi monumenti ma servono infrastrutture: strade, scuole, ospedali. Promesse mai mantenute. La rabbia e la disillusione di Halabja hanno portato al fatto che oggi la cittadina è off limits, pericolosa per qualsiasi straniero, quasi come una città del Triangolo sunnita. Isola, nell’isola che è il Kurdistan, separato dal resto dell’Iraq da nessuna frontiera ma da un muro invalicabile di paura e violenza. Ancora isole nel libero Kurdistan, sono i campi profughi dei curdi turchi, per i quali la persecuzione non è mai finita. È lo stesso governo turco che impone a quello del Kurdistan iracheno di tenerli segregati nei campi, condizione senza la quale non consentirebbe agli aerei della nuova compagnia curda, la Kurdistan Airlines di solcare i cieli turchi. Libertà limitata per il Kurdistan, anche nel cielo. 
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