18/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Le storie dei soldati Usa che rifiutano di andare in Iraq
Il dissenziente Watada coi familiariCorte marziale a febbraio. Dall'inizio dell'invasione dell'Iraq, nel marzo 2003, all'inizio di maggio 2006, sarebbero almeno una quindicina i militari statunitensi che si sono opposti pubblicamente alla guerra. Il primo ufficiale a disobbedire all'ordine di andare in Iraq è stato, lo scorso giugno, Ehren Watada, hawaiano di origini giapponesi. La guerra, secondo Watada, sarebbe illegale, poiché i suoi presupposti - la presenza di armi di distruzione di massa e il legame di Saddam con al Qaeda - si sono rivelati infondati. Così, mentre l'opinione pubblica statunitense dibatte sulla sua coscienza o sulla sua codardia, a febbraio Watada dovrà affrontare una Corte marziale che potrebbe condannarlo fino a 6 anni di reclusione, 4 dei quali potrebbero essergli comminati solo per aver parlato alla stampa. Come lui, il sottufficiale Pablo Paredes, che nel 2004 si rifiutò di imbarcarsi per il Medio Oriente sulla base di motivi di coscienza. Alla Corte marziale, il giudice militare accolse la tesi dei suoi avvocati sull'illegalità del conflitto iracheno e non condannò Paredes al carcere.
 
Bandiera con colombaOttomila diserzioni. I casi di Watada e Paredes sono emblematici di una tendenza che prende piede nelle truppe d'oltreoceano al verificarsi di una guerra. Sebbene nel periodo della guerra in Vietnam il tasso di diserzione fosse maggiore (nel 1971 erano 33.094, il 2,4% su un esercito di 2,7 milioni di soldati), i dati disponibili, relativi alla metà del 2006, fanno registrare 8 mila diserzioni dall'inizio del conflitto iracheno: lo 0,24 di 1,4 milioni di militari. Il fronte del 'no' è tuttavia quantomai composito. C'è chi rifiuta la guerra all'Iraq perché ingiusta, ovvero per motivi di coscienza; c'è invece chi la considera giuridicamente sbagliata, motivando la scelta con il mancato ritrovamento della 'pistola fumante'. Ma la maggioranza di chi dice no alla leva lo fa per motivi personali, familiari o finanziari, o perché risulta incompatibile con la vita militare, anziché per ragioni politiche. I disertori hanno di fronte la Corte Marziale o una vita in esilio.
 
Disertori in Canada"Spara! Spara!". Darrell Anderson fa invece parte della schiera dei 'canadesi', ovvero quelle decine di soldati trasferitisi in Canada per evitare di partire per l’Iraq. Nell'aprile 2004, Darrell stava difendendo una stazione di polizia di Baghdad, attaccata dagli insorti. Un’automobile si avvicinò verso la sua postazione. “I miei compagni mi gridavano ‘spara, spara!’, ma io ero convinto che non ci fosse nessuna minaccia. Quando la macchina si fermò, vidi che dentro c’erano anche dei bambini e dissi ‘visto? E’ una famiglia, sono degli innocenti’, ma il mio superiore mi rispose a muso duro: ‘Non mi interessa. La prossima volta spari’. Ho visto i miei compagni – continua – venire spinti al punto che erano pronti a uccidere degli innocenti, e anch’io lo sono stato".
 
Manifestante anti-guerraVia dall'Iraq. Ai tempi del Vietnam il Canada accoglieva a braccia aperte i disertori statunitensi. Allora, 50 mila soldati oltrepassarono il confine. Oggi sono molti meno, ma le regole sull'immigrazione sono molto più rigide, l'opinione pubblica è divisa e le truppe canadesi sono impegnate in Afghanistan. Nel 2006, un sondaggio dell'istituto statistico ‘Zogby’ riportò che il 72 per cento delle truppe Usa in Iraq riteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto lasciare il Paese entro l’anno, e un militare su quattro voleva un ritiro immediato. “L’unica libertà che abbiamo, e che proviene da Dio – ha dichiarato il tenente Watada durante un’audizione davanti a una commissione militare – è la nostra libertà di scelta. Come cittadini americani, abbiamo il diritto alla disobbedienza civile, e di fare qualsiasi cosa per fermare una guerra illegale”. Chissà se la sua filosofia riuscirà a convincere i giudici della Corte marziale.

Luca Galassi

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