Corte marziale a febbraio. Dall'inizio dell'invasione dell'Iraq, nel marzo 2003, all'inizio di maggio 2006,
sarebbero almeno una quindicina i militari statunitensi che si sono opposti pubblicamente
alla guerra. Il primo ufficiale a disobbedire all'ordine di andare in Iraq è stato,
lo scorso giugno, Ehren Watada, hawaiano di origini giapponesi. La guerra, secondo
Watada, sarebbe illegale, poiché i suoi presupposti - la presenza di armi di distruzione
di massa e il legame di Saddam con al Qaeda - si sono rivelati infondati. Così,
mentre l'opinione pubblica statunitense dibatte sulla sua coscienza o sulla sua
codardia, a febbraio Watada dovrà affrontare una Corte marziale che potrebbe condannarlo
fino a 6 anni di reclusione, 4 dei quali potrebbero essergli comminati solo per
aver parlato alla stampa. Come lui, il sottufficiale Pablo Paredes, che nel 2004
si rifiutò di imbarcarsi per il Medio Oriente sulla base di motivi di coscienza.
Alla Corte marziale, il giudice militare accolse la tesi dei suoi avvocati sull'illegalità
del conflitto iracheno e non condannò Paredes al carcere.
Ottomila diserzioni. I casi di Watada e Paredes sono emblematici di una tendenza che prende piede
nelle truppe d'oltreoceano al verificarsi di una guerra. Sebbene nel periodo della
guerra in Vietnam il tasso di diserzione fosse maggiore (nel 1971 erano 33.094,
il 2,4% su un esercito di 2,7 milioni di soldati), i dati disponibili, relativi
alla metà del 2006, fanno registrare 8 mila diserzioni dall'inizio del conflitto
iracheno: lo 0,24 di 1,4 milioni di militari. Il fronte del 'no' è tuttavia quantomai
composito. C'è chi rifiuta la guerra all'Iraq perché ingiusta, ovvero per motivi
di coscienza; c'è invece chi la considera giuridicamente sbagliata, motivando
la scelta con il mancato ritrovamento della 'pistola fumante'. Ma la maggioranza
di chi dice no alla leva lo fa per motivi personali, familiari o finanziari, o
perché risulta incompatibile con la vita militare, anziché per ragioni politiche.
I disertori hanno di fronte la Corte Marziale o una vita in esilio.
"Spara! Spara!". Darrell Anderson fa invece parte della schiera dei 'canadesi', ovvero quelle
decine di soldati trasferitisi in Canada per evitare di partire per l’Iraq. Nell'aprile
2004, Darrell stava difendendo una stazione di polizia di Baghdad, attaccata dagli
insorti. Un’automobile si avvicinò verso la sua postazione. “I miei compagni mi
gridavano ‘spara, spara!’, ma io ero convinto che non ci fosse nessuna minaccia.
Quando la macchina si fermò, vidi che dentro c’erano anche dei bambini e dissi
‘visto? E’ una famiglia, sono degli innocenti’, ma il mio superiore mi rispose
a muso duro: ‘Non mi interessa. La prossima volta spari’. Ho visto i miei compagni
– continua – venire spinti al punto che erano pronti a uccidere degli innocenti,
e anch’io lo sono stato".
Via dall'Iraq. Ai tempi del Vietnam il Canada accoglieva a braccia aperte i disertori statunitensi.
Allora, 50 mila soldati oltrepassarono il confine. Oggi sono molti meno, ma le
regole sull'immigrazione sono molto più rigide, l'opinione pubblica è divisa e
le truppe canadesi sono impegnate in Afghanistan. Nel 2006, un sondaggio dell'istituto
statistico ‘Zogby’ riportò che il 72 per cento delle truppe Usa in Iraq riteneva
che gli Stati Uniti avrebbero dovuto lasciare il Paese entro l’anno, e un militare
su quattro voleva un ritiro immediato. “L’unica libertà che abbiamo, e che proviene
da Dio – ha dichiarato il tenente Watada durante un’audizione davanti a una commissione
militare – è la nostra libertà di scelta. Come cittadini americani, abbiamo il
diritto alla disobbedienza civile, e di fare qualsiasi cosa per fermare una guerra
illegale”. Chissà se la sua filosofia riuscirà a convincere i giudici della Corte
marziale.