17/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una nuova legge Usa prevede la corte marziale anche ai contractors che si macchiano di abusi in guerra
Fanno le guardie del corpo, curano le infrastrutture, partecipano agli interrogatori dei presunti terroristi e cucinano per i soldati Usa. Ma gli oltre centomila contractors statunitensi in Iraq, nonostante siano parte integrante del conflitto, finora hanno rappresentato un’anomalia giuridica: al servizio di un governo lontano diecimila chilometri, ma operanti in un paese dilaniato dalla guerra, finora questo vero e proprio esercito di civili ha goduto di una sostanziale immunità in caso di abusi e violazioni della legge. Ora, con una postilla contenuta nella legge di bilancio approvata dal Congresso statunitense nei mesi scorsi, questo vuoto giuridico potrebbe essere stato colmato.
 
Un gruppo di contractors in IraqIl testo. La misura, introdotta in ottobre per merito del senatore repubblicano Lindsey Graham ma rivelata solo a inizio gennaio, permetterà che i contractors autori di crimini vengano processati dalle corti militari statunitensi, come avviene per i soldati. In precedenza, i contractors sarebbe rientrati nell’applicazione del Codice di giustizia militare – il sistema delle corti marziali – solo in caso di guerra dichiarata dal Congresso. Ma ciò non accade dalla seconda guerra mondiale, e nessun conflitto di questo periodo storico rientrerebbe in questa categoria. Così, emendando semplicemente il testo con le parole “guerra dichiarata od operazione contingente”, la nuova legge ha esteso l’applicazione del Codice a tutti i conflitti in cui siano impegnate forze Usa, Iraq e Afghanistan compresi. “La carta ‘uscite gratis di prigione’ dei contractors è stata fatta a pezzettini”, ha scritto Peter Singer, un esperto militare della Brookings Institution.
 
La copertina di un libro critico sul ruolo dei contractors in IraqLa legge esistente. Il ruolo ibrido dei contractors in Iraq era emerso in particolare durante lo scandalo di Abu Ghraib, quando si scoprì che gli interrogatori dei prigionieri erano condotti anche da loro. Mentre i soldati colpevoli di abusi sono stati condannati, i contractors delle agenzie coinvolte non sono stati neanche perseguiti. Il punto, però, è che la possibilità di farlo ci sarebbe anche stata: nel 2000 il Congresso aveva già approvato il Military Extraterritorial Jurisdicition Act, che permetteva alle corti federali di perseguire civili che lavorano all’estero per il dipartimento della Difesa. Ma questa legge è stata utilizzata, e raramente, solo contro parenti di soldati statunitensi impegnati oltremare. I motivi possono essere più di uno. Per alcuni, i giudici Usa non hanno i mezzi, né la voglia, per indagare su fatti così distanti, in un’indagine costosa e con la difficoltà nel trovare testimoni e prove. Secondo Jennifer Daskal, esperta legale per gli Stati Uniti dell’organizzazione Human Rights Watch, ciò che è mancata è la volontà politica. “Non c’era bisogno di questa misura”, dice al telefono a PeaceReporter, perché esiste già l’autorità per perseguire queste persone se si macchiano di un reato. Ma non si è mai voluto usarla”.
 
Applicazione estesa. La vera novità, quindi, potrebbe essere un’altra. Se interpretato in maniera più larga, il nuovo testo considerebbe soggetti alle leggi militari anche i giornalisti embedded al seguito delle truppe. “Si può immaginare una situazione in cui un comandante è scontento di ciò che scrive un reporter, e usa il Codice di giustizia militare per mettergli pressione”, ha detto al Washington Post  un avvocato.

Alessandro Ursic

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