Una nuova legge Usa prevede la corte marziale anche ai contractors che si macchiano di abusi in guerra
Fanno le guardie del corpo, curano le infrastrutture, partecipano agli interrogatori
dei presunti terroristi e cucinano per i soldati Usa. Ma gli oltre centomila contractors statunitensi in Iraq, nonostante siano parte integrante del conflitto, finora
hanno rappresentato un’anomalia giuridica: al servizio di un governo lontano diecimila
chilometri, ma operanti in un paese dilaniato dalla guerra, finora questo vero
e proprio esercito di civili ha goduto di una sostanziale immunità in caso di
abusi e violazioni della legge. Ora, con una postilla contenuta nella legge di
bilancio approvata dal Congresso statunitense nei mesi scorsi, questo vuoto giuridico
potrebbe essere stato colmato.
Il testo. La misura, introdotta in ottobre per merito del senatore repubblicano Lindsey
Graham ma rivelata solo a inizio gennaio, permetterà che i
contractors autori di crimini vengano processati dalle corti militari statunitensi, come
avviene per i soldati. In precedenza, i
contractors sarebbe rientrati nell’applicazione del Codice di giustizia militare – il sistema
delle corti marziali – solo in caso di guerra dichiarata dal Congresso. Ma ciò
non accade dalla seconda guerra mondiale, e nessun conflitto di questo periodo
storico rientrerebbe in questa categoria. Così, emendando semplicemente il testo
con le parole “guerra dichiarata od operazione contingente”, la nuova legge ha
esteso l’applicazione del Codice a tutti i conflitti in cui siano impegnate forze
Usa, Iraq e Afghanistan compresi. “La carta ‘uscite gratis di prigione’ dei contractors
è stata fatta a pezzettini”, ha scritto Peter Singer, un esperto militare della
Brookings Institution.
La legge esistente. Il ruolo ibrido dei
contractors in Iraq era emerso in particolare durante lo scandalo di Abu Ghraib, quando
si scoprì che gli interrogatori dei prigionieri erano condotti anche da loro.
Mentre i soldati colpevoli di abusi sono stati condannati, i
contractors delle agenzie coinvolte non sono stati neanche perseguiti. Il punto, però, è
che la possibilità di farlo ci sarebbe anche stata: nel 2000 il Congresso aveva
già approvato il
Military Extraterritorial Jurisdicition Act, che permetteva alle corti federali di perseguire civili che lavorano all’estero
per il dipartimento della Difesa. Ma questa legge è stata utilizzata, e raramente,
solo contro parenti di soldati statunitensi impegnati oltremare. I motivi possono
essere più di uno. Per alcuni, i giudici Usa non hanno i mezzi, né la voglia,
per indagare su fatti così distanti, in un’indagine costosa e con la difficoltà
nel trovare testimoni e prove. Secondo Jennifer Daskal, esperta legale per gli
Stati Uniti dell’organizzazione
Human Rights Watch, ciò che è mancata è la volontà politica. “Non c’era bisogno di questa misura”,
dice al telefono a
PeaceReporter, perché esiste già l’autorità per perseguire queste persone se si macchiano
di un reato. Ma non si è mai voluto usarla”.
Applicazione estesa. La vera novità, quindi, potrebbe essere un’altra. Se interpretato in maniera
più larga, il nuovo testo considerebbe soggetti alle leggi militari anche i giornalisti
embedded al seguito delle truppe. “Si può immaginare una situazione in cui un comandante
è scontento di ciò che scrive un reporter, e usa il Codice di giustizia militare
per mettergli pressione”, ha detto al
Washington Post un avvocato.