Resto convinto più che mai dell'urgenza di un disimpegno italiano dall'Afghanistan
Sandro Ruotolo
"Cambio di strategia". Sono le tre parole più usate in
questo momento per l'Afghanistan.
Le pronuncia la cosidetta sinistra
radicale (termine che a me non piace) che chiede un segnale concreto di
discontinuità. Le sussurra il ministro degli esteri, Massimo
D'Alema per il quale l'Italia deve restare a Kabul: "Ci sono l'Onu e
l'Unione europea e nessun paese sostiene che le forze internazionali
devono andarsene".
La questione è semplice. Il parlamento dovrà votare
il rifinanziamento della missione che coinvolge 2000 soldati
italiani sotto il comando Nato. Si procederà per decreto per
convertirlo in legge entro marzo. Probabilmente a colpi di fiducia per
evitare sorprese "sgradite".
Il ragionamento del presidente dei Ds è il
seguente: Se l'Italia vuole avere voce in capitolo sull'Afghanistan non
può ritirarsi. Facendo capire la necessità che sia la politica e non le
armi ad aiutare l'Afghanistan ad uscire dal pantano.
Non conosco gli
ultimi aggiornamenti sulla situazione a Kabul. Di certo, per la prima
volta da anni, anche in questo freddo inverno afghano la guerra non è
andata in letargo. In questi primi giorni del 2007 sono stati
uccisi una cinquantina di civili e 200 tra "presunti" talebani e
soldati.
Resto convinto più che mai dell'urgenza di un disimpegno
italiano dall'Afghanistan dove nella sua storia, è bene ricordare,
tutte le truppe straniere sono state sconfitte (dai britannici ai
sovietici).
Noi spendiamo ogni anno più di 300 milioni di euro per le
nostre truppe e nel 2006 solo 10 milioni di euro per la ricostruzione
civile. Ecco, un segno concreto di discontinuità sarebbe quello di
spostare le risorse nella ricostruzione civile. L'Italia punta ad una
conferenza internazionale. Che senso ha rimanere a Kabul senza sapere
per cosa e fino a quando? In Libano la presenza militare internazionale
è stata voluta da tutte le parti in conflitto. Hezbollah inclusi.
In
Afghanistan dunque, non si potrà fare a meno di coinvolgere nel
processo di pace i talebani.