02/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Caccia Usa sopra il confine tra Iraq e Iran, per contrastare l’ingerenza di Teheran
Gli Stati Uniti vogliono contrastare il sostegno di Teheran alle milizie sciite in Iraq pattugliando il confine con caccia militari. Lo rivela il Los Angeles Times citando fonti del Pentagono, ma altri piani sono in fase di studio per usare l’aviazione militare anche per colpire le installazioni nucleari iraniane.
 
Contro le milizie. Da almeno due anni, gli Stati Uniti accusano l’Iran di essere dietro gli attentati che hanno causato numerose vittime tra i militari della Coalizione, specialmente nelle province sciite nel sud dell’Iraq. “L’Iran rifornisce gli insorti con armi e sofisticata tecnologia esplosiva usata per uccidere le truppe Usa” ha ribadito mercoledì scorso il sottosegretario di stato Usa Burns. La nuova strategia del Pentagono consiste nel pattugliamento aereo sopra il confine Iran-Iraq, per “cercare e distruggere” le reti del contrabbando di armi tra i due paesi. Favorevole a questa ipotesi è il generale Usa, Thomas Mc Inerney, che ha dichiarato che “per ogni ordigno che esplode in Iraq, una bomba dovrebbe esplodere in Iran”. La nuova strategia punta a essere un deterrente per l’ingerenza iraniana in Iraq, ma diversi membri del Congresso sono preoccupati che, se i raid dovessero spingersi fin dentro il suolo persiano, Teheran potrebbe rispondere colpendo le petroliere che transitano per il golfo Persico. Il ministro della Difesa Usa Robert Gates e il generale Pace hanno rassicurato che il blocco delle linee di rifornimento delle milizie filo-iraniane avverrà sul suolo iracheno ma, come ha rivelato il noto giornalista statunitense, Seymour Hersh, agenti segreti Usa, britannici e israeliani sono già da tempo operativi sul territorio iraniano, per fomentare i vari gruppi dissidenti e le minoranze: azeri, beluchi, curdi e arabi. Se un raid aereo colpisse il territorio iraniano, Teheran potrebbe anche rispondere mobilitando le milizie sciite contro le truppe Usa in Iraq. In quest’ottica, da più parti si è levato il sospetto che i 21 mila nuovi soldati Usa siano stati inviati in Iraq proprio per fronteggiare una simile evenienza.
 
Truppe irachene al confine con l'IranArresti. Le truppe Usa, nei raid dei mesi scorsi, hanno già arrestato numerosi iraniani infiltrati in Iraq per fomentare la guerriglia. Il 14 gennaio scorso, il presidente Bush ha diramato un ordine esecutivo per consentire alle forze armate Usa di attaccare i presunti combattenti iraniani in Iraq. Lo scorso 25 dicembre due iraniani, diplomatici in visita al presidente Talabani, erano stati catturati dai soldati Usa. Poi c’è stata l’incursione dell’11 gennaio nel consolato iraniano di Erbil, in cui le forze Usa hanno arrestato cinque dipendenti della rappresentanza diplomatica di Teheran. I cinque sono ancora in arresto. A fronte dell’offensiva contro le milizie filo-iraniane, il 20 gennaio scorso cinque soldati Usa sono stati rapiti e uccisi a Kerbala, nel sud sciita dell’Iraq. A sostegno delle accuse statunitensi, la scorsa settimana la filiale tedesca del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri), organo dell’opposizione iraniana, ha pubblicato una lista di 32 mila iracheni, che sarebbero “agenti dei mullah, assunti dall’Iran per destabilizzare l’Iraq”.
 
Il segretario alla Difesa Usa Robert Gates e il generale Peter PaceContro le centrali. Il 31 gennaio il quotidiano britannico Times ha scritto che gli Stati Uniti stanno preparando dei piani militari per colpire le installazioni nucleari iraniane. Secondo il quotidiano lo scenario più verosimile comprenderebbe attacchi mirati contro le centrali, condotti con caccia in partenza dalla base britannica Diego Garcia, nell’oceano Indiano, perché l’uso delle basi terrestri è precluso per ragioni politiche. Il ruolo britannico in questa eventuale operazione sarebbe solo logistico, ma dal ministero degli Esteri di Londra si sostiene che una soluzione diplomatica è ancora possibile. Mentre gli Usa sottolineano la minaccia nucleare iraniana gli ufficiali britannici gettano acqua sul fuoco negando di avere prove concrete di tale minaccia. Anche un ex ufficiale del Dipartimento di Stato, Wayne White, sostiene che il ruolo dell’Iran in Iraq sia ingigantito: sospetto che se l’aumento delle truppe in Iraq dovesse fallire -ha dichiarato- la colpa verrebbe data all’Iran”. Il 31 gennaio, il presidente francese Chirac ha dichiarato –ammettendo in seguito di aver parlato con leggerezza- che il nucleare iraniano non costituisce una grossa minaccia e che un tentativo di attacco nucleare, ad esempio contro Israele, porterebbe all’immediata distruzione di Teheran. Chirac ha poi ritrattato sostenendo che l’eventuale vettore nucleare verrebbe immediatamente distrutto da una delle molte potenze della regione e che la vera minaccia è la proliferazione nucleare, cioè che altri paesi prendano esempio da Teheran.
Mercoledì scorso il premier iracheno Al Maliki ha dichiarato: “non accetteremo che l’Iran usi l’Iraq per attaccare le forze Usa e non vogliamo che gli Stati Uniti usino l’Iraq come base per attaccare l’Iran o la Siria”. Poi, rivolgendosi a Washington e Teheran ha concluso “per favore, risolvete i vostri problemi fuori dall’Iraq”.
 

Naoki Tomasini

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