Caccia Usa sopra il confine tra Iraq e Iran, per contrastare l’ingerenza di Teheran
Gli Stati Uniti vogliono contrastare il sostegno di Teheran
alle milizie sciite in Iraq pattugliando il confine con caccia militari. Lo
rivela il Los Angeles Times citando fonti del Pentagono, ma altri piani
sono in fase di studio per usare l’aviazione militare anche per colpire le
installazioni nucleari iraniane.
Contro le milizie. Da almeno due anni, gli Stati
Uniti accusano l’Iran di essere dietro gli attentati che hanno causato numerose
vittime tra i militari della Coalizione, specialmente nelle province sciite nel
sud dell’Iraq. “L’Iran rifornisce gli insorti con armi e sofisticata tecnologia
esplosiva usata per uccidere le truppe Usa” ha ribadito mercoledì scorso il
sottosegretario di stato Usa Burns. La nuova strategia del Pentagono consiste
nel pattugliamento aereo sopra il confine Iran-Iraq, per “cercare e
distruggere” le reti del contrabbando di armi tra i due paesi. Favorevole a
questa ipotesi è il generale Usa, Thomas Mc Inerney, che ha dichiarato che “per
ogni ordigno che esplode in Iraq, una bomba dovrebbe esplodere in Iran”. La
nuova strategia punta a essere un deterrente per l’ingerenza iraniana in Iraq,
ma diversi membri del Congresso sono preoccupati che, se i raid dovessero
spingersi fin dentro il suolo persiano, Teheran potrebbe rispondere colpendo le
petroliere che transitano per il golfo Persico. Il ministro della Difesa Usa
Robert Gates e il generale Pace hanno rassicurato che il blocco delle linee di
rifornimento delle milizie filo-iraniane avverrà sul suolo iracheno ma, come ha
rivelato il noto giornalista statunitense,
Seymour Hersh, agenti segreti Usa,
britannici e israeliani sono già da tempo operativi sul territorio iraniano,
per fomentare i vari gruppi dissidenti e le minoranze: azeri, beluchi, curdi e
arabi. Se un raid aereo colpisse il territorio iraniano, Teheran potrebbe anche
rispondere mobilitando le milizie sciite contro le truppe Usa in Iraq. In
quest’ottica, da più parti si è levato il sospetto che i 21 mila nuovi soldati
Usa siano stati inviati in Iraq proprio per fronteggiare una simile evenienza.
Arresti. Le truppe Usa, nei raid dei mesi scorsi,
hanno già arrestato numerosi iraniani infiltrati in Iraq per fomentare la guerriglia.
Il 14 gennaio scorso, il presidente Bush ha diramato un ordine esecutivo per
consentire alle forze armate Usa di attaccare i presunti combattenti iraniani
in Iraq. Lo scorso 25 dicembre due iraniani, diplomatici in visita al
presidente Talabani, erano stati catturati dai soldati Usa. Poi c’è stata
l’incursione dell’11 gennaio nel consolato iraniano di Erbil, in cui le forze
Usa hanno arrestato cinque dipendenti della rappresentanza diplomatica di
Teheran. I cinque sono ancora in arresto. A fronte dell’offensiva contro le
milizie filo-iraniane, il 20 gennaio scorso cinque soldati Usa sono stati
rapiti e uccisi a Kerbala, nel sud sciita dell’Iraq. A sostegno delle accuse
statunitensi, la scorsa settimana la filiale tedesca del Consiglio Nazionale della
Resistenza Iraniana (Ncri), organo dell’opposizione iraniana, ha pubblicato una
lista di 32 mila iracheni, che sarebbero “agenti dei mullah, assunti dall’Iran
per destabilizzare l’Iraq”.
Contro le centrali. Il 31 gennaio il quotidiano
britannico
Times ha scritto che gli Stati Uniti stanno preparando dei piani
militari per colpire le installazioni nucleari iraniane. Secondo il quotidiano
lo scenario più verosimile comprenderebbe attacchi mirati contro le centrali,
condotti con caccia in partenza dalla base britannica Diego Garcia, nell’oceano
Indiano, perché l’uso delle basi terrestri è precluso per ragioni politiche. Il
ruolo britannico in questa eventuale operazione sarebbe solo logistico, ma dal
ministero degli Esteri di Londra si sostiene che una soluzione diplomatica è
ancora possibile. Mentre gli Usa sottolineano la minaccia nucleare iraniana gli
ufficiali britannici gettano acqua sul fuoco negando di avere prove concrete di
tale minaccia. Anche un ex ufficiale del Dipartimento di Stato, Wayne White,
sostiene che il ruolo dell’Iran in Iraq sia ingigantito: sospetto che se
l’aumento delle truppe in Iraq dovesse fallire -ha dichiarato- la colpa
verrebbe data all’Iran”. Il 31 gennaio, il presidente francese Chirac ha
dichiarato –ammettendo in seguito di aver parlato con leggerezza- che il
nucleare iraniano non costituisce una grossa minaccia e che un tentativo di
attacco nucleare, ad esempio contro Israele, porterebbe all’immediata
distruzione di Teheran. Chirac ha poi ritrattato sostenendo che l’eventuale
vettore nucleare verrebbe immediatamente distrutto da una delle molte potenze
della regione e che la vera minaccia è la proliferazione nucleare, cioè che
altri paesi prendano esempio da Teheran.
Mercoledì scorso il premier iracheno Al Maliki ha dichiarato:
“non accetteremo che l’Iran usi l’Iraq per attaccare le forze Usa e non
vogliamo che gli Stati Uniti usino l’Iraq come base per attaccare l’Iran o la
Siria”. Poi, rivolgendosi a Washington e Teheran ha concluso “per favore,
risolvete i vostri problemi fuori dall’Iraq”.