Hamas e Fatah s’incontrano in Arabia Saudita per trattare e porre fine alle violenze
Se non proprio l’ultima spiaggia, qualcosa che le assomiglia
molto. Questo il clima nel quale, alla Mecca, s’incontreranno domani il
presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il capo dell’ufficio politico di
Hamas, da anni esule a Damasco, Khaled Meshaal.
Attesa spasmodica. Che si tratti di un’occasione unica per riallacciare un vero
rapporto tra le fazioni palestinesi lo ha capito anche la popolazione civile a
Gaza, dove per la prima volta da giorni non si è sparato neanche un colpo. Ma
la tensione resta alta, dopo i 30 morti e i 200 feriti dei giorni scorsi. Anche
perché ieri, forse più che nei giorni passati, si era arrivati davvero a un
passo dal baratro, quando è stato rapito il 25enne Ashraf Dahlan, nipote di
Mohammed Dahlan, l’unica vera eminenza grigia di Fatah a Gaza. Dahlan era il
responsabile dei servizi di sicurezza preventiva a Gaza all'epoca in cui
presidente dell'Anp era ancora Arafat. Un uomo potente e temuto, che non più
tardi di qualche settimana fa sfidava pubblicamente i miliziani di Hamas ad
affrontarlo. Anche per questo i miliziani di Fatah e di Hamas non si fidano gli
uni degli altri, e a Gaza restano i posti di blocco e i cecchini sui tetti. Regna
l’attesa però, attraversata dal barlume di una speranza rivolta alla Mecca,
questa volta non per motivi religiosi.
L'ora della diplomazia. Lo hanno capito anche i dirigenti di Hamas e Fatah, che si
sono resi conto di come sia sempre più difficile tenere a bada i loro miliziani.
"E' proibito fallire. Faccio appello a tutti i nostri fratelli: calma, e
ricordate qual'è la nostra vera battaglia: quella contro l’occupazione
israeliana”, ha dichiarato Meshaal da Damasco, prima di muovere alla volta
della città santa dell’Islam. Il fatto che si muova Meshaal in persona, invece
del premier di Hamas Ismail Haniyeh, è significativo. I leader di Hamas a
Damasco, l’ala dura del gruppo, fino a ora hanno sempre sabotato un accordo per
formare un governo di unità nazionale con Fatah. In primo luogo perché le
elezioni le hanno legittimamente vinte loro, in secondo luogo perché il
riconoscimento dello Stato d’Israele è un passo che (almeno fino a quando non
otterranno una contropartita politica di rilievo da Tel Aviv) gli uomini di
Hamas non sono disposti a fare. Ma il blocco internazionale comincia a fare
effetto e la gente è affamata e impaurita. Questo mette in crisi la popolarità
che il movimento islamista si era guadagnato tra la popolazione, soprattutto di
Gaza.
Pensando al futuro. Anche per Abbas, ormai, non ci sono più margini di manovra.
Gli Stati Uniti e l’Unione europea, fin dalla vittoria elettorale di Hamas,
hanno sempre sostenuto l’erede di Arafat, ma non necessariamente questo è un
bene, almeno agli occhi dell’opinione pubblica palestinese. Dopo le accuse di
corruzione e di debolezza nei confronti d’Israele, che costarono la vittoria di
Hamas, al-Fatah si trova adesso a passare per il fantoccio degli statunitensi
e
degli israeliani. I quali non perdono occasione per far sapere a tutti che
ricoprono Abbas di armi e denaro, per aiutarlo a restare al potere. Negli
ultimi giorni sono circolate voci rispetto alla presenza di esperti militari e
consulenti Usa che coordinano i miliziani di Fatah negli scontri con Hamas. Il
problema per Abbas è quello di restare un generale senza esercito: ben visto
dalla comunità internazionale, ma privo di qualsiasi consenso in patria.
Questi sono i presupposti dell’incontro di domani alla Mecca, dove il re
saudita si batte per ottenere un accordo che gli permetterebbe di segnare punti
a favore del suo Paese nella lotta per la supremazia regionale con l’Iran di
Ahmadinejad, ma questa è un’altra storia mediorientale. Una di quelle che
avrebbe raccontato Stefano Chiarini, con onestà e competenza, sulle pagine del
manifesto, se un destino tragico non avesse privato tutti noi,
sabato scorso, del suo ottimo e appassionato lavoro.