Niente di nuovo dal fronte orientale. La visita del
presidente cinese Hu Jintao a Khartoum, mirante a rafforzare i già stretti rapporti
economici tra Cina e Sudan, non ha portato risultati apprezzabili per il Darfur,
teatro di un conflitto che dal febbraio 2003 ha provocato almeno 200 mila morti.
La pressione diplomatica, che alcuni Paesi occidentali speravano Pechino
potesse esercitare sull’alleato sudanese, si è limitata a una generica
richiesta di pace. Hu ha anzi riaffermato il principio della sovranità territoriale
sudanese, dando così un appoggio indiretto a Khartoum.
Accordi. Un
ingente prestito per la costruzione del nuovo palazzo presidenziale, la
cancellazione di circa 80 milioni di dollari di debito e lo stanziamento di
altri 5 per gli aiuti umanitari in Darfur: questi i punti salienti
dell’incontro avvenuto venerdì tra Hu e il suo omologo sudanese, Hassan Omar al-Bashir.
I nodi della questione darfurina rimangono invece irrisolti: nessuna menzione,
nel comunicato finale, della forza di pace Onu, composta da 17 mila uomini, che
dovrebbe entrare nella regione per sostituire quella dell’Ua, ma al cui
dispiegamento il governo di Khartoum si oppone. “L’esito del summit non è stato
esaltante”, conferma a
PeaceReporter
il direttore della rivista
Africa Confidential,
Patrick Smith “ma non penso che, realisticamente, ci si aspettasse grossi passi
in avanti. Le tre potenze occidentali al Consiglio di Sicurezza (Usa, Gran
Bretagna e Francia, ndr) non hanno interesse a risolvere la questione Darfur.
E
questo la Cina lo sa bene”.
Diplomazia. Neanche
a Khartoum l’incontro ha suscitato un grande interesse, come riferisce a PeaceReporter il giornalista Nicola
Mandil, di Sudan Radio Service:
“Complice anche il fatto che venerdì è festivo, la popolazione non ha vissuto
con partecipazione l’incontro, a parte qualche centinaio di persone che hanno
accompagnato il corteo presidenziale. D’altronde, gli esiti del meeting difficilmente
influenzeranno la vita quotidiana della gente”.
La Cina, che acquista da Khartoum 400 mila barili di petrolio
al giorno e domina il settore edilizio nella capitale, è il principale partner
economico del Sudan. La vendita di armi al governo sudanese ha attirato su
Pechino le critiche di molte associazioni dei diritti umani, visto che il Sudan
è accusato di sostenere militarmente le milizie Janjaweed, responsabili dei maggiori abusi contro le popolazioni darfurine.
Ma, come ricorda Smith, “neanche gli stati occidentali hanno le mani pulite. I
motori della Rolls Royce sono usati
nella trivellazione dei pozzi petroliferi, tanto per ricordare che anche la
Gran Bretagna fa affari con il Sudan. Per questo Londra è così riluttante ad
assumere una posizione forte sulla guerra. Logico che, in una situazione in cui
nessuno è disposto a impegnarsi più di tanto per il Darfur, i cinesi ritengano
di poter contenere le critiche a un livello accettabile”.
Proteste. Nonostante
ciò, la presenza cinese in Africa comincia ad attirare qualche critica,
soprattutto per il trattamento riservato ai lavoratori impiegati dalle imprese
cinesi.
Manifestazioni di protesta sono state organizzare in Zambia e in Sudafrica,
oltre che in Sudan. “Ho recentemente assistito a una manifestazione dei
lavoratori sudanesi impiegati dalla
China
National Petroleum Corporation (la principale compagnia presente in Sudan,
ndr) – conferma Mandil – lavoratori che guadagnano la miseria di 150 dollari al
mese per lavorare sette giorni su sette. Anche le popolazioni che vivevano nei
pressi dei pozzi petroliferi e i cui terreni sono stati espropriati si
lamentano di non aver avuto compensazioni adeguate”. Chissà che l’insofferenza
della popolazione non possa influenzare Pechino più di quanto abbiano fatto
finora Washington, Parigi e Londra.