07/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Cresce la cooperazione economica, ma nessuna novità sul Darfur
Niente di nuovo dal fronte orientale. La visita del presidente cinese Hu Jintao a Khartoum, mirante a rafforzare i già stretti rapporti economici tra Cina e Sudan, non ha portato risultati apprezzabili per il Darfur, teatro di un conflitto che dal febbraio 2003 ha provocato almeno 200 mila morti. La pressione diplomatica, che alcuni Paesi occidentali speravano Pechino potesse esercitare sull’alleato sudanese, si è limitata a una generica richiesta di pace. Hu ha anzi riaffermato il principio della sovranità territoriale sudanese, dando così un appoggio indiretto a Khartoum.
 
Un gruppo di cinesi saluta l'arrivo del presidente Hu Jintao a KhartoumAccordi. Un ingente prestito per la costruzione del nuovo palazzo presidenziale, la cancellazione di circa 80 milioni di dollari di debito e lo stanziamento di altri 5 per gli aiuti umanitari in Darfur: questi i punti salienti dell’incontro avvenuto venerdì tra Hu e il suo omologo sudanese, Hassan Omar al-Bashir. I nodi della questione darfurina rimangono invece irrisolti: nessuna menzione, nel comunicato finale, della forza di pace Onu, composta da 17 mila uomini, che dovrebbe entrare nella regione per sostituire quella dell’Ua, ma al cui dispiegamento il governo di Khartoum si oppone. “L’esito del summit non è stato esaltante”, conferma a PeaceReporter il direttore della rivista Africa Confidential, Patrick Smith “ma non penso che, realisticamente, ci si aspettasse grossi passi in avanti. Le tre potenze occidentali al Consiglio di Sicurezza (Usa, Gran Bretagna e Francia, ndr) non hanno interesse a risolvere la questione Darfur. E questo la Cina lo sa bene”.
 
Diplomazia. Neanche a Khartoum l’incontro ha suscitato un grande interesse, come riferisce a PeaceReporter il giornalista Nicola Mandil, di Sudan Radio Service: “Complice anche il fatto che venerdì è festivo, la popolazione non ha vissuto con partecipazione l’incontro, a parte qualche centinaio di persone che hanno accompagnato il corteo presidenziale. D’altronde, gli esiti del meeting difficilmente influenzeranno la vita quotidiana della gente”.
La Cina, che acquista da Khartoum 400 mila barili di petrolio al giorno e domina il settore edilizio nella capitale, è il principale partner economico del Sudan. La vendita di armi al governo sudanese ha attirato su Pechino le critiche di molte associazioni dei diritti umani, visto che il Sudan è accusato di sostenere militarmente le milizie Janjaweed, responsabili dei maggiori abusi contro le popolazioni darfurine. Ma, come ricorda Smith, “neanche gli stati occidentali hanno le mani pulite. I motori della Rolls Royce sono usati nella trivellazione dei pozzi petroliferi, tanto per ricordare che anche la Gran Bretagna fa affari con il Sudan. Per questo Londra è così riluttante ad assumere una posizione forte sulla guerra. Logico che, in una situazione in cui nessuno è disposto a impegnarsi più di tanto per il Darfur, i cinesi ritengano di poter contenere le critiche a un livello accettabile”.
 
Un soldato ruandese dell'Unione Africana in DarfurProteste. Nonostante ciò, la presenza cinese in Africa comincia ad attirare qualche critica, soprattutto per il trattamento riservato ai lavoratori impiegati dalle imprese cinesi. Manifestazioni di protesta sono state organizzare in Zambia e in Sudafrica, oltre che in Sudan. “Ho recentemente assistito a una manifestazione dei lavoratori sudanesi impiegati dalla China National Petroleum Corporation (la principale compagnia presente in Sudan, ndr) – conferma Mandil – lavoratori che guadagnano la miseria di 150 dollari al mese per lavorare sette giorni su sette. Anche le popolazioni che vivevano nei pressi dei pozzi petroliferi e i cui terreni sono stati espropriati si lamentano di non aver avuto compensazioni adeguate”. Chissà che l’insofferenza della popolazione non possa influenzare Pechino più di quanto abbiano fatto finora Washington, Parigi e Londra. 

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità