Un libro racconta la vita, sontuosa, del personale Usa nella Zona Verde di Baghdad
C’è una sorta di isola felice, dove la guerra che sconquassa
l’Iraq è lontana, come un fastidioso rumore di sottofondo: la Zona Verde, l’ex
quartiere del regime di Saddam Hussein nella capitale, che dopo la caduta del
rais è diventato il quartier generale del nuovo governo e degli alleati della
Coalizione.
Vita imperiale. La vita nella Zona Verde è
raccontata, nei minimi dettagli, da un libro di Rajiv Chandrasekaran,
Imperial
Life in the Emerald City, che sarà pubblicato il mese prossimo. Il
quotidiano britannico
The Guardian pubblica alcuni stralci. “Grazie Dio,
per le forze della Coalizione e per i guerrieri della libertà, in patria e
all’estero”. Questo il murales che, con i loghi delle tre forze armate
statunitensi e del dipartimento dei pompieri di New York, decora quella che è
stata per decine di anni la residenza di Saddam. Il messaggio è chiaro, quasi
quanto la sagoma stilizzata delle torri del World Trade Center distrutte l’11
settembre 2001. Il collegamento che è stato impossibile dimostrare, nonostante
siano passati quasi 6 anni dall’attentato alle Torri Gemelle, tra il regime di
Saddam e Osama bin Laden e la sua organizzazione, trova nel murales la sua
ideologica giustificazione. Siamo venuti qui per vendicare l’attentato di New
York, anche se nessuno ha trovato le prove che l’Iraq c’entrasse qualcosa.
Chandrasekaran racconta di un mondo a parte, che vive quasi in una realtà
parallela, lontano dagli orrori della guerra. Una sorta di mondo di fantasia,
dove è giusto servire un menu quotidiano al buffet, affidato in appalto alla
fida Hulliburton, per la quale lavorava l’attuale vice-presidente Usa Dick
Cheney, a base di carne di maiale fatta arrivare rigorosamente da casa. E in un
mondo di fantasia si può anche far finta che le responsabilità del regime di
Saddam siano cosa certa.
Little America. L’autore del libro definisce la Zona
Verde come una ‘little America’, un quartiere dove risiedono e lavorano tutti
quelli che fanno parte dell’immensa delegazione Usa in Iraq: militari e
diplomatici, politici e privati a contratto, tutti delle solite aziende:
Bechtel, Hulliburton, General Electric e così via. Gli unici iracheni ammessi
nella Zona Verde sono quelli che lavorano per la Coalizione, che comunque
vengono sottoposti a quotidiani controlli serrati. Nell’isola felice le auto,
che rispettano il limite di 35 miglia orarie, come in una tranquilla cittadina
del Minnesota, ascoltano a tutto volume Freedom Radio, che trasmette musica
made in Usa al 100 percento. Ma i ‘cittadini’ della Zona Verde non sono
obbligati a prendere la macchina, visto che possono contare su un eccellente
servizio di bus navette ogni 20 minuti. Appalto della Hulliburton, ovviamente.
I
generatori garantiscono luce 24 ore al giorno, privilegio negato agli iracheni,
che dal giorno dell’invasione a marzo
del 2003 convivono con continui black-out. L’elettricità alimenta la splendida
caffetteria posta nel vecchio palazzo di Saddam o uno dei tanti ristoranti
cinesi, tanto amati dagli statunitensi.
Oltre a mangiare ci si può anche rilassare, facendo shopping magari in
uno dei 70 negozi, visto che tutta la zona, chiamata Green Zone Bazar, è duty
free. Chandrasekaran racconta con uno sguardo sbigottito di donne in calzoncini
corti che fanno jogging, di negozi di alcolici e, per quelli che si sentono più
soli, anche di posti dove è possibile procurarsi un filmetto porno.
L’attrattiva principale, soprattutto nei mesi di canicola, è la piscina, superaffollata,
dove un giovane funzionario risponde allo sconcertato Chandrasekaran che lui
sta benissimo, perché si sente a casa. E c’è da credergli, sapendo come si vive
nella Zona Verde, lontano dalle autobomba, dalle violenze e dalla fame che sta
massacrando, ogni giorno, migliaia d’iracheni.