Scritto per noi da
Fabrizio Lorusso
Il 9 marzo scorso, varie organizzazioni convocate dal Sindacato Messicano degli
Elettricisti manifestavano nel “Zocalo” di Città del Messico il loro dissenso
nei confronti della politica economica di Felipe Calderòn, accusato di non fare
nulla per mantenere i salari dei lavoratori.
Contemporaneamente, nella città di Oaxaca, si tiravano le somme della manifestazione
svoltasi l’8 marzo, la quale ha mostrato la vitalità del movimento sociale e politico
che da quasi un anno tiene in scacco le autorità locali e il governatore Ulises
Ruiz. Fonti locali hanno segnalato la presenza di oltre 50 mila manifestanti in quella
che può definirsi la nona “megamarcia” convocata dalla APPO (Asamblea Popular
de los Pueblos de Oaxaca). E’ una dimostrazione concreta del fatto che la persistenza
della cause sociali ed economiche di un conflitto irrisolto continua a generare
consensi in un movimento che, sebbene debilitato, ha conquistato una dignità e
un’autonomia rilevanti anche per partecipare alle elezioni locali, che si terranno
nell’anno in corso.
A una settimana esatta dalla consegna al Ministero dell’Interno messicano del
rapporto definitivo elaborato dalla Commissione Civile Internazionale di Osservazione
dei Diritti Umani (CCIODH), che, data la parziale apatia delle commissioni ufficiali
messicane, s’è incaricata di raccogliere numerose interviste a persone appartenenti
a tutte le fazioni coinvolte nel conflitto, il movimento di Oaxaca si riscopre
attivo e misura le sue forze anche in vista di un eventuale confronto elettorale
con i partiti tradizionali (il PRI, in primis) che da decenni bloccano lo sviluppo economico-sociale della regione.
E’ dello scorso venerdì la notizia della riattivazione, dopo 9 mesi, dell’emittente
radiofonica oaxaqueña “Radio Plantòn”, sul cui sito si annuncia trionfalmente
il ritorno delle trasmissioni di “questo grande movimento democratico che coinvolge
oltre 70mila lavoratori dell’istruzione”. La radio era stata distrutta dalla polizia
statale il 14 giugno 2006, durante il tentato sgombero violento dei professori
che erano accampati nella Piazza Centrale di Oaxaca per richiedere rettifiche
salariali e miglioramenti infrastrutturali.
Da allora il movimento ha visto la nascita della APPO che ha spostato l’asse
delle richieste verso domande di tipo politico e sociale di grande rilevanza per
l’intera società e non solo per la categoria degli insegnanti.
La repressione violenta, perpetrata ai danni del movimento a partire dal mese
di giugno, ha portato ad altri sgomberi violenti nei mesi di ottobre e novembre,
all’assassinio di almeno 23 persone innocenti e all’incarcerazione di oltre 150
persone, 63 delle quali rimangono detenute e stanno cercando di palesare la loro
drammatica situazione fatta di abusi e isolamento.
Per questi 63 cittadini ancora in mano a una giustizia che s’è dimostrata chiaramente
faziosa, arbitraria e inefficiente, le cauzioni richieste, intorno ai 10-15 mila
euro ciascuna, costituiscono uno sproposito economico e un insulto morale, considerando
il fatto che la maggior parte delle accuse non solo non è stata provata ma non
possiede nemmeno una base reale.
La Commissione Internazionale ha identificato la pericolosità delle azioni dello
Stato nel caso di Oaxaca considerando che queste sono “un anello di una strategia
giuridica, poliziesca e militare, il cui ultimo obbiettivo è ottenere il controllo
e la pacificazione forzata della popolazione civile in zone dove si sviluppano
processi d’organizzazione cittadina o movimenti di carattere sociale non di partito”.
In questo senso si spiega la timidezza della sinistra messicana, nell’esprimere
un’opinione chiara sul caso Oaxaca dato che questa risulta più legata a tendenze
burocratiche di raccolta del consenso che alla comprensione di movimenti spontanei
e rivendicazioni profonde delle basi.