E’ stata la scarcerazione di questi ultimi tre a sbloccare la lunga e sofferta
trattativa per la liberazione di Mastrogiacomo.
Alle 18 di domenica, sotto una pioggia torrenziale, due convogli di Emergency
hanno varcato il cancellone della tetra prigione di Pol-i-Charki e quello della
Centrale di Polizia di Kabul. A bordo c’erano i tre “pesci piccoli” di cui il
mullah Dadullah aveva chiesto la liberazione entro sera, in cambio di quella dell’inviato
de
la Repubblica. Dal telefono di un membro dello staff di Emergency è subito partita la chiamata:
“Dadullah, abbiamo i tre, sono liberi, li stiamo portando nel nostro ospedale”.
E dall’altra parte: “Bene, grazie, anche voi avrete subito il nostro prigioniero”.
La svolta era arrivata al termine di una giornata drammatica, scandita dall’uscita
di false notizie sulla liberazione di Daniele, dalle manfrine del governo afgano
e da interferenze nelle trattative che hanno rischiato di far saltare tutto. Una
giornata, quella di domenica, iniziata con la notizia che il terzo talebano –
mullah Mojaheed Sakhida, non Mohammed Hanif come tutti dicevano – di cui il governo
afgano aveva garantito la liberazione a quello italiano la sera prima, non sarebbe
stato scarcerato. Alle nove di domenica mattina, Emergency aveva già prenotato
un volo charter per trasferirlo a Lashkargah, nell’ospedale di Emergency dove
sabato erano già stati recapitati i due portavoce talebani liberati secondo le
richieste dei rapitori di Daniele, Hakimi e Yasir.