19/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gino Strada racconta le ultime fasi della trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo
 
Dal nostro inviato
 
Enrico Piovesana
 
 
Lashkargah, ospedale di Emergency, ore 18.35 (poco dopo le 15 in Italia). Daniele Mastrogiacomo, faccia stanca ma felice, vestito con abiti afgani è libero. “Grazie! Grazie! Sei grande Gino!”, sono le prime parole che pronuncia abbracciando forte il dottor Strada, anche lui raggiante di felicità.“Benvenuto Daniele, felice di vederti!”, gli risponde il chirurgo.
 
Gino Strada nelle convulse ore di sabato- Foto di E. Piovesana ©PeaceReporter.netCinque talebani in cambio di Daniele. Poco tempo prima, dallo stesso ospedale di Emergency era partito un convoglio di auto con a bordo la contropartita richiesta dai talebani per la liberazione di Daniele: i loro cinque compagni che fino a poco fa si trovavano in catene nelle galere afgane. Si tratta dei capi talebani Abdul Latif Hakimi e Ustad Mohammed Yasir, consegnati dalle autorità afgane allo staff Emergency di Lashkargah già venerdì sera, e di tre “pesci piccoli”, Hamadullah Allah Noor, Abdul Ghafar Bakhtyar e Mansoor
Shah Mohammad (quest’ultimo fratello di uno dei carcerieri di Daniele), arrivati a Lashkargah lunedì mattina con un volo speciale organizzato da Emergency, dopo essere stati rilasciati a Kabul la sera precedente, al termine di un’estenuante trattativa. La stessa sera in cui era in programma anche la “consegna” di Daniele nelle mani di Emergency. Intorno alle 19 di domenica, infatti, i talebani avevano avviato il suo trasferimento verso l’ospedale dell’ong italiana nella capitale di Helmand, ma poi hanno chiamato per dire che si dovevano fermare per motivi di sicurezza: “Ci sono elicotteri britannici che sorvolano la zona. Appena se ne vanno ci muoviamo”. Dopo un paio d’ore hanno detto che si sarebbero rimessi in marcia alle prime luci dell’alba. Ma lunedì mattina presto hanno cambiato idea, dicendo che avrebbero portato Daniele all’ospedale di Emeregency solo quando fossero arrivati lì anche i tre talebani rilasciati ieri.
 
Il braccio dei detenuti politici a Pul I Charki (Foto E.Piovesana ©PeaceReporter.net)La convulsa giornata di ieri. E’ stata la scarcerazione di questi ultimi tre a sbloccare la lunga e sofferta trattativa per la liberazione di Mastrogiacomo.
Alle 18 di domenica, sotto una pioggia torrenziale, due convogli di Emergency hanno varcato il cancellone della tetra prigione di Pol-i-Charki e quello della Centrale di Polizia di Kabul. A bordo c’erano i tre “pesci piccoli” di cui il mullah Dadullah aveva chiesto la liberazione entro sera, in cambio di quella dell’inviato de la Repubblica. Dal telefono di un membro dello staff di Emergency è subito partita la chiamata: “Dadullah, abbiamo i tre, sono liberi, li stiamo portando nel nostro ospedale”. E dall’altra parte: “Bene, grazie, anche voi avrete subito il nostro prigioniero”.
La svolta era arrivata al termine di una giornata drammatica, scandita dall’uscita di false notizie sulla liberazione di Daniele, dalle manfrine del governo afgano e da interferenze nelle trattative che hanno rischiato di far saltare tutto. Una giornata, quella di domenica, iniziata con la notizia che il terzo talebano – mullah Mojaheed Sakhida, non Mohammed Hanif come tutti dicevano – di cui il governo afgano aveva garantito la liberazione a quello italiano la sera prima, non sarebbe stato scarcerato. Alle nove di domenica mattina, Emergency aveva già prenotato un volo charter per trasferirlo a Lashkargah, nell’ospedale di Emergency dove sabato erano già stati recapitati i due portavoce talebani liberati secondo le richieste dei rapitori di Daniele, Hakimi e Yasir.
 
 
Daniele MastrogiacomoIl racconto di Gino Strada. Il dottor Strada, finalmente sorridente e rilassato dopo giornate di tensione e nottate in bianco – “ho fumato tre pacchetti di sigarette al giorno”, ci dice – racconta le ultime concitate fasi della trattativa con Dadullah, condotta a stretto contatto con l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, impegnato a premere sul governo afgano.
“Sabato sera avevamo tirato tutti un sospiro di sollievo quando, dopo un’estenuante trattativa con le autorità afgane, avevamo ottenuto da loro la consegna dei due portavoce talebani e la promessa della consegna del terzo, Sakhida. Dadullah ci aveva risposto garantendo che Daniele sarebbe stato liberato non appena rilasciato il terzo, e fino a quel momento sarebbe stato trattato ‘come un mazzo di fiori’. Quando domenica lo abbiamo dovuto richiamare per dirgli che il terzo non c’era, lui si è infuriato, urlando che Daniele sarebbe stato sgozzato e che il governo italiano è capace di mandare in Afghanistan duemila soldati ma non di far liberare un prigioniero”.
Tutto questo accadeva proprio mentre in Italia la stampa dava la falsa notizia che Daniele era stato liberato.
“Il governo afgano – spiega il chirurgo – ci ha messo i bastoni fra le ruote fin dall’inizio. Lo sa bene l’ambasciatore Sequi, che ha speso ore e ore al telefono a litigare con ministri e funzionari afgani che si rifiutavano di eseguire gli ordini di Karzai. Il quale per primo si è mostrato assai poco collaborativo, per non dir di peggio. E lo sappiamo bene noi di Emergency: sabato i servizi segreti afgani ci hanno messo dieci ore per decidersi a consegnare ai nostri di Lashkargah i due prigionieri talebani che erano già nelle loro mani, lì in città, a cinquecento metri dal nostro ospedale”.
Poi, sempre domenica, verso ora di pranzo, mentre su Kabul si scatena un acquazzone, arriva il colpo di scena che riapre una partita che rischiava di chiudersi malissimo: “Dadullah ci richiama – racconta Strada – dicendo che non gli importa più nulla di quel terzo talebano, ma che vuole altri tre detenuti liberi entro il tramonto, altrimenti Daniele sarebbe morto. Ho subito informato Romano Prodi e Massimo D’Alema, il direttore di Repubblica Ezio Mauro e la moglie di Daniele, Luisella. Nel frattempo, l’ambasciatore Sequi si è subito messo in moto per ottenere la scarcerazione dei tre, scontrandosi nuovamente con le resistenze del governo afgano: in un momento del genere, Karzai è arrivato a dire al suo ministro della Giustizia di muoversi senza avere fretta!”.
Solo dopo ore di concitate trattative i tre sono stati fatti uscire di prigione.
 
mullah DadullahL’unico canale è stato quello di Emergency. “In Italia – ci dice Gino Strada – c’è una percezione distorta della realtà afgana. In questa storia ci si è voluti fidare del governo filoamericano di Karzai, che a parole garantiva piena collaborazione e massimo impegno, mentre nella realtà faceva di tutto per far fallire una trattativa che a Kabul, e forse anche altrove, non piaceva. Come si può credere ai ‘contatti’ millantati dal governo Karzai a Lashkargah, quando perfino il governatore di quella zona si è da mesi trasferito a Kabul per problemi di sicurezza? Il governo afgano nel sud non esiste! Nella provincia di Helmand, gli uomini di Karzai contano come il due di picche”.
“Infatti i talebani – continua il fondatore di Emergency, svelando altri particolari interessanti – si sono rifiutati fin dal principio di trattare con questa gente, perché sanno che non ci si può fidare di loro. Nonostante tutto quello che è stato detto e scritto in Italia, qui non è mai esistito un altro canale oltre al nostro. Dadullah ha messo in chiaro fin da principio che avrebbe trattato solo attraverso Emergency, che anche in quella regione si è guadagnata la fiducia di tutti grazie al proprio lavoro e alla propria neutralità. E’ grazie a questa fiducia che i talebani si sono fidati di noi. Una fiducia che in questi ultimi giorni, per colpa delle autorità afgane, abbiamo rischiato diverse volte di giocarci, assieme alla vita di Daniele. Per fortuna ora lui è libero. E noi possiamo finalmente tornare a fare il nostro lavoro”.
 
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan