Elezioni parlamentari scontate in Siria. Mentre il regime incarcera i dissidenti
Nei giorni scorsi in Siria si sono
svolte le elezioni parlamentari. Le urne si sono chiuse ieri e a
breve si conosceranno i risultati, che secondo molti sono già
scontati. Molti si aspettano che lo stesso accadrà nei mesi
prossimi, quando si terranno le elezioni presidenziali.
Farsa. “Il voto si è
svolto in piena libertà e trasparenza” ha scritto l'agenzia
ufficiale del governo, Sana, che però non ha fatto cenno
alcuno al boicottaggio della consultazione deciso dalle opposizioni,
che denunciano la farsa, sostenendo che il risultato era già
noto prima del voto. Il sistema elettorale siriano è in
effetti bloccato, in primis dall'esclusione dei partiti islamici e di
quelli a base confessionale, il che esclude le due principali
alternative: i Fratelli Musulmani e i curdi. Dei 250 seggi del
parlamento inoltre, 170 sono riservati al partito Baath, alla guida
del paese da oltre 40 anni. Di questi 170, 131 sono riservati al
partito del presidente Bashar al Assad, mentre i restanti sono
affidati a candidati indipendenti che, secondo le opposizioni, sono
vicini al regime. Nel congresso del Baath del 2005, Assad aveva
annunciato una riforma elettorale che avrebbe consentito un maggior
pluralismo, ma le promesse sono state disattese; questo anche a causa
della crescente pressione internazionale sul regime che, sentendosi
nel mirino, ha evidentemente scelto di congelare il progresso
democratico per non perdere stabilità. Il termine 'farsa' è
stato usato anche dall'amministrazione statunitense, e questo non è
una sorpresa. La sola novità di questa consultazione in
sordina è venuta da alcune timide voci apparse sui quotidiani
filo-governativi, come Tishreen, che ha accusato molti dei candidati
di non avere alcun programma o progetto.
Dissidenti. Nel frattempo, uno
dei più noti oppositori del regime, Anwar al Bunni, in carcere
dal maggio 2006, è stato condannato a cinque anni per aver
divulgato “informazioni ostili dannose per lo stato” e per aver
partecipato a un organizzazione politica illegale. “E' una sentenza
politica” ha commentato l'avvocato di Al Bunni, “Una violazione
flagrante della libertà di opinione e un tentativo di
intimidire la società siriana”. I dissidenti siriani in
carcere sono molti, ma questa sentenza molto pesante contro un
personaggio così noto vuole essere esemplare per la direzione
intrapresa del regime, a dispetto delle molte aperture verbali verso
la democrazia, espresse dal presidente Assad negli anni scorsi. Al
Bunni fu arrestato per aver firmato la Dichiarazione Beirut-Damasco,
un foglio di intenti che chiedeva la normalizzazione delle relazioni
tra Siria e Libano, sottoscritta da altri 300 intellettuali dei due
paesi. Assieme ad al Bunni, altri due noti firmatari sono attualmente
reclusi: si tratta di Michel Kilo e di Mahmoud Issa. I loro processi
sono stati seguiti da Amnesty International, che li considera
“prigionieri di coscienza detenuti solamente per avere espresso
pacificamente idee non-violente”, e ne ha più volte chiesto
il rilascio. Nei mesi passati in carcere al Bunni non ha cessato di
difendere i diritti umani, anche da dietro le sbarre è
riuscito a far sentire la sua voce, scrivendo direttamente al
presidente Assad per chiedere un'inchiesta sugli abusi ai danni dei
detenuti nelle carceri siriane. Dalla sua elezione nel 2000, il
presidente Assad ha scarcerato centinaia di prigionieri politici,
alcuni dei quali erano detenuti da oltre 20 anni. Allo stesso tempo
però, la repressione del regime si è concentrata
duramente sugli attivisti per le riforme e la democrazia. Portatori
di un dissenso che oggi, per il regime, è il pericolo più
grande.