22/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella prigione di Shebergan, dove nessun giornalista era mai entrato prima
dal nostro inviato
Enrico Piovesana 
 
 
Il portone della prigione (foto di Enrico Piovesana)Superato il pesante portone di ferro borchiato, sorvegliato da un soldatino uzbeco con un’ottocentesca divisa di panno grigio, si entra nel carcere di Sheberghan. Qui, nel novembre 2001, venero rinchiusi 3.500 talebani catturati dalle milizie filoamericane del generale Dostum.

Gli unici sopravvissuti a quello che è stato il più grande e taciuto crimine di guerra dell’ultimo conflitto afgano: migliaia di talebani sterminati nei container in cui vennero portati qui dopo la cattura sul fronte orientale di Mazar e Kunduz. Uno di questi macabri cassoni d’acciaio, celeste arrugginito, campeggia ancora sotto un albero vicino all’ingresso della prigione.

Uno dei famigerati container (foto di Enrico Piovesana) In due anni e mezzo di detenzione il numero dei prigionieri di Shabargan è sceso fino a mille. La maggior parte sono stati trasferiti altrove o rilasciati dietro pagamento, ma molti, moltissimi, sono morti per le torture e per le malattie dovute alle disumane condizioni di vita nel carcere: violenze, sovraffollamento, denutrizione, sporcizia e totale assenza di cure mediche.

La tubercolosi si è talmente diffusa da rendere necessaria l’apertura di due bracci di detenzione riservati ai prigionieri ammalati. Solo dopo l’intervento di Emergency la situazione ha iniziato a migliorare, come spiega il dottor Das, medico originario di Nuova Delhi che lavora per Emergency nella clinica che questa ong italiana ha aperto nella prigione nella primavera del 2002.

Il braccio dei tubercolotici “Prima del nostro arrivo si sono registrate decine e decine di decessi. Senza la nostra assistenza e senza la nostra presenza come ‘osservatori’ la metà di questi prigionieri sarebbe certamente morta”, afferma il dottor Das, avviandosi verso il blocco centrale della prigione. Un’altra porta, chiusa da un’inferriata, immette nel piccolo cortile dove si affacciano gli ingressi dei tre bracci della prigione: a destra quello dei talebani afgani, a sinistra quello dei talebani pachistani, e al centro quello dei ‘commander’ talebani.

In un angolo del cortile sono accatastati centinaia di pezzi di pane secchi e irranciditi su cui ronzano nugoli di mosche. E’ il simbolo della lotta estrema che i detenuti stanno portando avanti da una settimana: sciopero della fame a oltranza per ottenere l’unica cosa che Emergency non può dare loro: la libertà.

Il pane nel cortile (foto di Enrico Piovesana) Alle pareti del cortile sono appesi cartelli scritti in un inglese approssimativo ma dal significato inequivocabile: “Scarcerazione o morte”, “Non vogliamo altro che essere liberi”.

Ma per molti di loro sarebbe sufficiente uscire dall’inferno di Shebergan, dove, in violazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, questi detenuti sono stati lasciati marcire per due anni e mezzo senza accuse, senza processo, senza difesa, senza nessuna prospettiva se non quella di finire i propri giorni in questa squallida prigione.

Grazie alla mediazione di Emergency, e in particolare dell’inglese Kate Rowlands, coordinatrice delle attività di Emergency in Afghanistan, le autorità hanno acconsentito di trasferire tutti i prigionieri nel grande carcere di Pol-i-Charki, a Kabul. Il trasferimento è iniziato, ma lo sciopero della fame prosegue per i 450 detenuti rimasti.

Un braccio della prigione (foto di Enrico Piovesana) I lunghi corridoi sterrati e bui su cui si affacciano le celle, solitamente chiuse, sono affollati come i vicoli di un bazar di Kabul. Le porticine di legno delle celle sono state aperte e i detenuti bivaccano in attesa di essere registrati per il trasferimento. A vederseli davanti, in carne e ossa, non hanno proprio l’aspetto di spietati terroristi.

Incorniciati da lunghe barbe nere e da colorati cappellini tondi attorno ai quali si arrotolano il turbante, i loro volti sono sorridenti e amichevoli. Si portano la mano destra al petto in segno di saluto accennando un inchino che fa sollevare i loro tipici pantaloni larghi scoprendo le ciabatte di plastica che portano ai piedi. Ma non tutti sono nei corridoi. Nelle celle giacciono in stato di semi incoscienza decine e decine di detenuti, quelli più provati dallo sciopero della fame perché già gravemente malati in precedenza, molti tubercolotici, che assieme al cibo hanno rifiutato anche le medicine.

Priogionieri in sciopero della fame (foto di Enrico Piovesana) Nessuno di loro ha la forza di parlare. Gli altri, quelli che stanno meglio, raccontano la loro storia, che è la storia di tutti i prigionieri di Shebergan. Parlano soprattutto i talebani pachistani, i soli a conoscere un po’ di inglese. Prima della guerra, quando ancora erano in Pakistan, erano studenti, contadini, piccoli commercianti. Saif, un talebano sulla trentina dall’aria distinta e intelligente, aveva una bottega di vestiti e cosmetici.

“Nella mia città, Karachi, lavoravo assieme a mio fratello. Poi un giorno un mullah mio amico mi ha detto che gli americani avevano attaccato l’Afghanistan e che era nostro dovere di musulmani andare ad aiutare il popolo afgano. Così sono andato, senza sapere bene a fare cosa”. Saif, come tutti, sorvola su cosa abbia fatto in Afghanistan.

Prigionieri talebani (foto di Enrico Piovesana) “Sono stato catturato a Kunduz dalle forze di Dostum, mentre gli aerei americani continuavano a bombardare. Ci siamo arresi. Eravamo tantissimi, circa quattordicimila prigionieri”. “Ci hanno legato le mani dietro la schiena – continua Saif, sedendosi sulla soglia della sua cella – e ci hanno fatti accovacciare a terra, lasciandoci esposti ai bombardamenti americani. Quando questi si sono fatti più vicini, molti hanno avuto paura e hanno provato a scappare. In quel momento le guardie uzbeche hanno iniziato a sparare alle spalle di tutti quelli che correvano, uccidendone centinaia e ferendone ancora di più. Poi ci hanno caricati e chiusi in container per trasportarci in prigione. In un container possono entrare un cinquantina di persone massimo. Ma loro ci stipavano dai 250 ai 300 prigionieri. Nel mio eravamo in 270. Come bestie, senza luce, senza aria, senza acqua, col fetore dei nostri escrementi in cui eravamo immersi fino alle caviglie. Passavano le ore e le persone attorno a me morivano una dopo l’altra, soffocate. Abbiamo cominciato a battere sulle pareti del container chiedendo di aprire almeno dei buchi per l’aria. Lo hanno fatto, sparando raffiche di mitra contro il container. Decine i morti e i feriti. Io sono stato fortunato. Arrivati a Shebergan, dal mio container siamo scesi vivi in 26. Questo si è ripetuto per centinaia di altri container, molti semplicemente abbandonati sotto il sole cocente, altri fatti esplodere gettando all’interno bombe a mano. Più di diecimila prigionieri sono stati uccisi in quei giorni terribili”.

Un prigioniero talebano (foto di Enrico Piovesana) “Forse sono stati più fortunati di noi 3.500 sopravvissuti – dice sorridendo Saif –. Appena siamo arrivati qui a Shebergan, le guardie di Dostum ci hanno picchiati per ore con grossi cavi elettrici intrecciati a mo’ di bastone. Molti sono anche stati torturati con la corrente elettrica. Almeno 25 persone sono morte subito. Poi ci hanno sbattuti in queste cellette di quattro metri per quattro: 50, 60 anche 70 prigionieri in ognuna. Come nei container, se non fosse stato per la piccola finestra. Ci hanno lasciati chiusi lì per giorni senza cibo, acqua e cure per i tantissimi feriti e ammalati. Decine di prigionieri sono morti nelle settimane successive per le infezioni e la tubercolosi. E per i pestaggi e le torture. Solo grazie a Emergency, a miss Kate e a doctor Das, qualche mese dopo le cose sono cominciate a migliorare. Abbiano ricevuto cure, cibo, acqua, e per la prima volta ci siamo sentiti trattati, da loro, come esseri umani. Ma nessuno ci ha mai detto quali sono le nostre accuse, quanti anni di carcere dobbiamo scontare. Gli americani sono venuti a interrogarci quattro volte in due anni e mezzo. Ci hanno fatto molte domande, ma non ci hanno maltrattati. Certo, però, sapevano bene come ci trattava il loro amico Dostum. Alcuni di noi sono stati portati via, a Guantanamo, sull’isola di Cuba. Non so perché. So solo che io voglio tornare nella mia città, alla mia vita, al mio negozio, e magari sposarmi”.

Un prigioniero esce dal cortile (foto di Enrico Piovesana) Il suo racconto viene interrotto dalla chiamata alla preghiera intonata da un prigioniero nel corridoio. Chi ne ha le forze, Saif tra questi, esce nel cortile dove c’è un angolo riservato alla preghiera e si prostra verso il muro su cui è stata dipinta la pietra nera della Mecca. Finita la preghiera il direttore della prigione fa il suo ingresso nel piazzale. Tutti corrono nelle proprie celle a prendere il fagotto con le proprie cose. Ad ogni nome urlato dal direttore e riecheggiato dal passaparola dei prigionieri, una delle tre porte dei bracci si apre ed esce un talebano. Nei loro occhi un misto di felicità e paura: sono contenti di lasciare questo posto, ma temono quello che li aspetta.

I prigionieri durante il viaggio (foto di Enrico Piovesana) I prigionieri escono dai bracci a gruppi di dieci, vengono perquisiti dalle guardie di Dostum e visitati dal dottor Das. Poi, nonostante le richieste di Emergency, preoccupata per le gravi condizioni di salute di moti prigionieri, vengono messi in catene. Una stretta ai polsi a mo’ di manetta. Una alla caviglia, legata alla caviglia di un altro prigioniero. Queste coppie di talebani saltellanti e goffi vengono dirette a nove autobus.

Il convoglio, organizzato e scortato da Emergency in qualità di ‘osservatore’, oltre che soccorritore, medico e umanitario, è accompagnato da ufficiali e soldati di Dostum, armati di mitra e lanciarazzi. Dopo 24 ore di viaggio, funestato da rotture di motori, forature di ruote, attacchi collettivi di vomito dei prigionieri e bufere di neve sul Salang Pass, il valico dell’Indukush, la carovana arriva a Kabul sotto una pioggia battente.

Arrivo a Pol-i-Charki (foto di Enrico Piovesana) I cancelli della tetra prigione di Pol-i-Charki, alla periferia estrema della città, si aprono lasciando entrare gli autobus. Le guardie del governo centrale prendono in consegna i prigionieri e li distribuiscono in quelle che d’ora in poi saranno le loro nuove celle, non certo migliori di quelle di prima, ma almeno qui ci stanno solo in quattro.

I guardiani, mentre si affannano con incudini e martelli a spezzare le catene dei talebani perché non sanno come usare le centinaia di chiavi lasciate dagli uzbechi, ridono e scherzano con i prigionieri. Saif è già stato alloggiato.

“Beh, sì, sono contento di non essere più a Shebergan – dice da dietro le sbarre – perché qui almeno forse verremo trattati come esseri umani. Certo, avrei preferito la libertà”. Probabilmente lo sciopero della fame verrà interrotto, e i bellicosi ultimatum alla ‘libertà o morte’ rimarranno sui cartelloni lasciati appesi ai muri del cortile della prigione di Shebergan.

Enrico Piovesana

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