Senza delegati, senza rappresentanti
internazionali, senza sicurezza e, molto probabilmente, senza
speranze. La conferenza di pace somala, apertasi la scorsa settimana nella capitale
Mogadiscio, nasce tra i peggiori auspici. Numerosi
clan si lamentano per essere stati esclusi dall'organizzazione del
meeting, tanto che metà dei delegati non si è
presentata, mentre la resistenza continua gli attacchi, costringendo almeno 10
mila persone ad abbandonare la città nell'ultima settimana. L'ultima spiaggia
per riportare il
Paese alla
normalità finirà in un nulla di fatto?
Meeting. Subito dopo l'inizio
ufficiale dei lavori, la conferenza era stata
subito aggiornata. Per permettere ai delegati ritardatari
di giungere nella capitale, secondo la versione governativa. Per
paura di possibili attentati, secondo altre fonti. Lo
Shabaab,
l'ala militare delle
Corti islamiche cacciate da Mogadiscio lo scorso
dicembre, ha già fatto sapere che colpirà chiunque
decidesse di partecipare alla conferenza. Come avvertimento, nei
giorni scorsi i miliziani hanno colpito numerosi obiettivi nelle
vicinanze della sede dell'incontro.
Le minacce hanno sortito il loro
effetto se, come riferisce a PeaceReporter il giornalista
somalo Abukar Albadri, “su 1325 delegati ne sono arrivati tra i 900
e i mille, stando al governo. Ma a occhio e croce direi che siamo sui
6-700, non di più”.
La conferenza, che durerà 45
giorni e costerà qualcosa come 32 milioni di dollari, dovrebbe
affrontare problemi quali la divisione del potere tra clan e il
disarmo delle milizie. “Le aspettative sono piuttosto basse –
conferma a Peacereporter Jabril Abdulle, direttore del Centre
for Research & Dialogue di Mogadiscio – ma fare una
previsione attendibile è molto difficile. E' comunque un
incontro che potrebbe risolvere alcune questioni. Molto dipenderà
dalla volontà politica delle parti”. Peccato che la mancata
presenza dei pezzi grossi della resistenza, in particolare dei leader
del clan Hawiye, ne mini alla base le fondamenta.
Clan. Come se non bastasse,
anche chi è giunto a Mogadiscio ha motivi per lamentarsi. “Il
governo è intervenuto nella scelta dei partecipanti –
continua Albadri – così tra i delegati c'è solo il 10
percento dei capiclan riconosciuti. In questo modo, qualsiasi
decisione presa sarà carta straccia, perché la
popolazione non riconosce ai delegati il diritto di rappresentarla”.
Inoltre, i clan sarebbero stati esclusi
dalla stesura dell'agenda dei lavori, decisa direttamente dal
governo. Nessuna sorpresa se, oltre agli Hawiye, altri clan abbiano
deciso di boicottare l'incontro: gli Ayr, ostili alle nuove
istituzioni, e i Murusade, che si sono rifiutati non solo di inviare
delegati, ma anche di parlare con i media per spiegare la propria
posizione.
Neanche la comunità
internazionale brilla per spirito partecipativo: a causa dei continui
attacchi, nessun delegato di Onu, Usa, Unione Africana e Unione
Europea si è presentato domenica. Le presenze di maggior
spicco (nonché le uniche) erano costituite dai delegati di
Kenya ed Etiopia.
Scontri. A Mogadiscio, l'unico
linguaggio chiaro continua ad essere quello delle bombe. Negli ultimi
giorni, lo storico mercato di Bakara è stato preso di mira
dagli insorti, i quali si sono specializzati in una guerriglia
stile-Iraq fatta di attentati suicidi, bombe e assassinii mirati di
esponenti politici. La scorsa settimana, al mercato sono esplosi numerosi ordigni
che hanno fatto decine di morti e
feriti.
Il principale bersaglio rimangono le
forze etiopi, vincitrici della guerra contro le Corti e unica àncora
di salvezza di un governo odiato perché sostenuto da una forza
militare straniera. I clan che appoggiano la resistenza non
torneranno a trattare prima del ritiro degli etiopi, più volte
annunciato da Addis Abeba ma mai attuato. In queste condizioni,
l'accordo su una road map somala resta poco più che un
sogno.