18/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Si è aperta tra mille incognite la conferenza di pace a Mogadiscio
Senza delegati, senza rappresentanti internazionali, senza sicurezza e, molto probabilmente, senza speranze. La conferenza di pace somala, apertasi la scorsa settimana nella capitale Mogadiscio, nasce tra i peggiori auspici. Numerosi clan si lamentano per essere stati esclusi dall'organizzazione del meeting, tanto che metà dei delegati non si è presentata, mentre la resistenza continua gli attacchi, costringendo almeno 10 mila persone ad abbandonare la città nell'ultima settimana. L'ultima spiaggia per riportare il Paese alla normalità finirà in un nulla di fatto?

Civili in fuga da MogadiscioMeeting. Subito dopo l'inizio ufficiale dei lavori, la conferenza era stata subito aggiornata. Per permettere ai delegati ritardatari di giungere nella capitale, secondo la versione governativa. Per paura di possibili attentati, secondo altre fonti. Lo Shabaab, l'ala militare delle Corti islamiche cacciate da Mogadiscio lo scorso dicembre, ha già fatto sapere che colpirà chiunque decidesse di partecipare alla conferenza. Come avvertimento, nei giorni scorsi i miliziani hanno colpito numerosi obiettivi nelle vicinanze della sede dell'incontro.
Le minacce hanno sortito il loro effetto se, come riferisce a PeaceReporter il giornalista somalo Abukar Albadri, “su 1325 delegati ne sono arrivati tra i 900 e i mille, stando al governo. Ma a occhio e croce direi che siamo sui 6-700, non di più”.
La conferenza, che durerà 45 giorni e costerà qualcosa come 32 milioni di dollari, dovrebbe affrontare problemi quali la divisione del potere tra clan e il disarmo delle milizie. “Le aspettative sono piuttosto basse – conferma a Peacereporter Jabril Abdulle, direttore del Centre for Research & Dialogue di Mogadiscio – ma fare una previsione attendibile è molto difficile. E' comunque un incontro che potrebbe risolvere alcune questioni. Molto dipenderà dalla volontà politica delle parti”. Peccato che la mancata presenza dei pezzi grossi della resistenza, in particolare dei leader del clan Hawiye, ne mini alla base le fondamenta.

Clan. Come se non bastasse, anche chi è giunto a Mogadiscio ha motivi per lamentarsi. “Il governo è intervenuto nella scelta dei partecipanti – continua Albadri – così tra i delegati c'è solo il 10 percento dei capiclan riconosciuti. In questo modo, qualsiasi decisione presa sarà carta straccia, perché la popolazione non riconosce ai delegati il diritto di rappresentarla”.
Inoltre, i clan sarebbero stati esclusi dalla stesura dell'agenda dei lavori, decisa direttamente dal governo. Nessuna sorpresa se, oltre agli Hawiye, altri clan abbiano deciso di boicottare l'incontro: gli Ayr, ostili alle nuove istituzioni, e i Murusade, che si sono rifiutati non solo di inviare delegati, ma anche di parlare con i media per spiegare la propria posizione.
Neanche la comunità internazionale brilla per spirito partecipativo: a causa dei continui attacchi, nessun delegato di Onu, Usa, Unione Africana e Unione Europea si è presentato domenica. Le presenze di maggior spicco (nonché le uniche) erano costituite dai delegati di Kenya ed Etiopia.

Un ferito viene trasportato al Medina HospitalScontri. A Mogadiscio, l'unico linguaggio chiaro continua ad essere quello delle bombe. Negli ultimi giorni, lo storico mercato di Bakara è stato preso di mira dagli insorti, i quali si sono specializzati in una guerriglia stile-Iraq fatta di attentati suicidi, bombe e assassinii mirati di esponenti politici. La scorsa settimana, al mercato sono esplosi numerosi ordigni che hanno fatto decine di morti e feriti.
Il principale bersaglio rimangono le forze etiopi, vincitrici della guerra contro le Corti e unica àncora di salvezza di un governo odiato perché sostenuto da una forza militare straniera. I clan che appoggiano la resistenza non torneranno a trattare prima del ritiro degli etiopi, più volte annunciato da Addis Abeba ma mai attuato. In queste condizioni, l'accordo su una road map somala resta poco più che un sogno. 

Matteo Fagotto

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