Iman al-Hams aveva 13 anni. È morta ieri, colpita da almeno venti pallottole
in tutto il corpo. La sua unica colpa è stata quella di aver avuto paura. Ieri,
nella tarda mattinata, Iman e due sue compagne di scuola, tutte e tre vestite
con la divisa dell’istituto dove studiavano, hanno inavvertitamente invaso una
zona interdetta ai palestinesi, nel quartiere di Tar al-Sultan, a Rafah, nella
Striscia di Gaza.
Quando Iman si è resa conto che lei e le sue amiche si erano avvicinate troppo
ad una torretta di guardia dei militari israeliani è stata presa dal panico. Ha
gettato al vento la sua cartella, per correre più veloce, per scappare.
Dalla torretta i militari hanno aperto il fuoco. Per ragazzi di poco più di vent’anni,
gettati allo sbaraglio in una guerra che diventa sempre più dura, quella cartella
gettata al vento assume subito le sembianze di uno strumento di morte: per loro
è uno zaino-bomba. Aprono il fuoco, sparano all’impazzata e crivellano di colpi
il corpo della piccola Iman.
Così si muore oggi in Palestina, per paura, magari andando a scuola. Iman è una
delle 70 vittime dell’operazione ‘giorni della penitenza’, lanciata dall’esercito
israeliano mercoledì 29 settembre 2004 in risposta all’uccisione di due bambini
israeliani nella cittadina di Sderot.
L’obiettivo dell’attacco, che si svolge in contemporanea nella Striscia di Gaza
e in Cisgiordania, è rendere inoffensive le squadre di miliziani dell’Intifada
che bersagliano con i razzi Qassam gli insediamenti ebraici nei Territori Occupati.
L’operazione ha avuto come epicentro il campo profughi di Jabalya che, con i
suoi 120 mila abitanti in 2 chilometri quadrati, è una delle zone con la più alta
densità abitativa del mondo. I mezzi corazzati dell’esercito israeliano, coperti
dall’aviazione, sono posizionati a pochi metri dall’ingresso del campo e, tanto
la popolazione civile quanto i miliziani, sono sigillati dentro. Anche a Gaza
si combatte da giorni; centinaia le case distrutte, in particolare nel sobborgo
di Shijaiya.
Il rappresentante dell’Algeria al Palazzo di Vetro ha chiesto una risoluzione
di condanna per Israele al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per il
governo di Algeri, Israele sta facendo un uso sproporzionato della forza e la
popolazione civile palestinese sta pagando un prezzo troppo alto. Delle 70 vittime
accertate dell’operazione ‘giorni di penitenza’, ben 30 sono civili innocenti
e tra loro ci sono 18 bambini e ragazzi.
Tutto è cominciato domenica 3 ottobre 2004, quando Annan ha duramente condannato
la violenza dell’operazione ‘giorni di penitenza’, denunciando un uso sproporzionato
della forza da parte delle truppe israeliane. Il governo Sharon, per tutta risposta,
ha reso pubblico un video girato da un aereo spia nel quale si vedono degli uomini
che caricano, su un’ambulanza con le insegne delle Nazioni Unite, un fagotto.
Per Israele potrebbe essere la prova inconfutabile che le Nazioni Unite aiutano
in maniera plateale l’Intifada palestinese. Per Annan, che replica prontamente
in una conferenza stampa, ci sono molti dubbi: “Come può un uomo solo trasportare
un razzo Qassam che sfiora i 50 chili di peso?”, s’interroga il segretario generale
dell’Onu, “e poi dubito che qualcuno getterebbe con tanta disinvoltura un esplosivo
come si vede fare all’uomo nel filmato. Si trattava sicuramente di una barella”.
Nella serata di ieri, martedì 5 ottobre, le autorità israeliane hanno ritirato
l'accusa rivolta all'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell'assistenza
ai profughi palestinesi, secondo cui, al suo interno, ci sarebbero uomini pronti
ad aiutare i miliziani di Hamas.
Anche la fotografia del presunto missile Qassan,, tratta dal filmato registrato
dall'aereo spia, è stata ritirata dal si to internet delle forze militari di Sharon. Una fonte
dell'esercito Israeliano ha fatto sapere: "L'oggetto non appare abbastanza pesante
per poter essere un missile".
Nonostante questo, John Daforth, rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni
Unite, ha già fatto sapere che “il Consiglio e l’Assemblea dell’Onu agiscono troppo
spesso come tifosi dei palestinesi anziché cercare di fermare la violenza del
terrorismo”. Difficile quindi che dalla discussione di emerga una risoluzione
di condanna a Israele, anche perché i rapporti tra il governo di Tel Aviv e Kofi
Annan sono al livello di guardia.
Ognuno è rimasto sulle sue posizioni, fino a quando a complicare le cose è arrivata
un’intervista a Peter Hansen, il danese che comanda al momento l’UNRWA, l’agenzia
delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi. Durante un’intervista
con la televisione canadese CBC, ad Hansen è stato chiesto se lui riteneva possibile
che tra le fila dei 9 mila palestinesi che lavorano per l’UNRWA ci potessero essere
dei militanti di Hamas.
“Certo che ce ne sono”, ha risposto candidamente il danese, “Hamas è un partito
politico e non tutti i suoi iscritti militano nella lotta armata. L’UNRWA non
fa discriminazioni politiche, quindi l’appartenenza ad un partito qualsiasi non
è per noi un valido motivo per escludere qualcuno”.
Solo che Hamas non è esattamente un partito qualsiasi, almeno per gli Usa, tanto
che hanno inserito il movimento palestinese nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Annan ha disposto l’invio in Palestina di una squadra d’investigatori dell’Onu
che si occuperà d’indagare sulle eventuali connivenze tra UNRWA e Hamas, ma ha
anche ribadito che “qualunque sia il risultato delle indagini, resta il fatto
che l’esercito israeliano sta facendo un uso spropositato della forza”.
Christian Elia