06/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Continua l’operazione nei Territori Occupati. E continuano a morire i civili

feriti al campo di jabalyaIman al-Hams aveva 13 anni. È morta ieri, colpita da almeno venti pallottole in tutto il corpo. La sua unica colpa è stata quella di aver avuto paura. Ieri, nella tarda mattinata, Iman e due sue compagne di scuola, tutte e tre vestite con la divisa dell’istituto dove studiavano, hanno inavvertitamente invaso una zona interdetta ai palestinesi, nel quartiere di Tar al-Sultan, a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Quando Iman si è resa conto che lei e le sue amiche si erano avvicinate troppo ad una torretta di guardia dei militari israeliani è stata presa dal panico. Ha gettato al vento la sua cartella, per correre più veloce, per scappare.

Dalla torretta i militari hanno aperto il fuoco. Per ragazzi di poco più di vent’anni, gettati allo sbaraglio in una guerra che diventa sempre più dura, quella cartella gettata al vento assume subito le sembianze di uno strumento di morte: per loro è uno zaino-bomba. Aprono il fuoco, sparano all’impazzata e crivellano di colpi il corpo della piccola Iman.

Così si muore oggi in Palestina, per paura, magari andando a scuola. Iman è una delle 70 vittime dell’operazione ‘giorni della penitenza’, lanciata dall’esercito israeliano mercoledì 29 settembre 2004 in risposta all’uccisione di due bambini israeliani nella cittadina di Sderot.

frammento del filmato con l'ambulanza dell'onuL’obiettivo dell’attacco, che si svolge in contemporanea nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, è rendere inoffensive le squadre di miliziani dell’Intifada che bersagliano con i razzi Qassam gli insediamenti ebraici nei Territori Occupati. 
 
L’operazione ha avuto come epicentro il campo profughi di Jabalya che, con i suoi 120 mila abitanti in 2 chilometri quadrati, è una delle zone con la più alta densità abitativa del mondo. I mezzi corazzati dell’esercito israeliano, coperti dall’aviazione, sono posizionati a pochi metri dall’ingresso del campo e, tanto la popolazione civile quanto i miliziani, sono sigillati dentro. Anche a Gaza si combatte da giorni; centinaia le case distrutte, in particolare nel sobborgo di Shijaiya.

Il rappresentante dell’Algeria al Palazzo di Vetro ha chiesto una risoluzione di condanna per Israele al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per il governo di Algeri, Israele sta facendo un uso sproporzionato della forza e la popolazione civile palestinese sta pagando un prezzo troppo alto. Delle 70 vittime accertate dell’operazione ‘giorni di penitenza’, ben 30 sono civili innocenti e tra loro ci sono 18 bambini e ragazzi.

Tutto è cominciato domenica 3 ottobre 2004, quando Annan ha duramente condannato la violenza dell’operazione ‘giorni di penitenza’, denunciando un uso sproporzionato della forza da parte delle truppe israeliane. Il governo Sharon, per tutta risposta, ha reso pubblico un video girato da un aereo spia nel quale si vedono degli uomini che caricano, su un’ambulanza con le insegne delle Nazioni Unite, un fagotto.

Per Israele potrebbe essere la prova inconfutabile che le Nazioni Unite aiutano in maniera plateale l’Intifada palestinese. Per Annan, che replica prontamente in una conferenza stampa, ci sono molti dubbi: “Come può un uomo solo trasportare un razzo Qassam che sfiora i 50 chili di peso?”, s’interroga il segretario generale dell’Onu, “e poi dubito che qualcuno getterebbe con tanta disinvoltura un esplosivo come si vede fare all’uomo nel filmato. Si trattava sicuramente di una barella”. Nella serata di ieri, martedì 5 ottobre, le autorità israeliane hanno ritirato l'accusa rivolta all'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell'assistenza ai profughi palestinesi, secondo cui, al suo interno, ci sarebbero uomini pronti ad aiutare i miliziani di Hamas.

Anche la fotografia del presunto missile Qassan,, tratta dal filmato registrato dall'aereo spia, è stata ritirata dal si to internet delle forze militari di Sharon. Una fonte feriti al campo profughidell'esercito Israeliano ha fatto sapere: "L'oggetto non appare abbastanza pesante per poter essere un missile".

Nonostante questo, John Daforth, rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, ha già fatto sapere che “il Consiglio e l’Assemblea dell’Onu agiscono troppo spesso come tifosi dei palestinesi anziché cercare di fermare la violenza del terrorismo”. Difficile quindi che dalla discussione di emerga una risoluzione di condanna a Israele, anche perché i rapporti tra il governo di Tel Aviv e Kofi Annan sono al livello di guardia.

Ognuno è rimasto sulle sue posizioni, fino a quando a complicare le cose è arrivata un’intervista a Peter Hansen, il danese che comanda al momento l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi. Durante un’intervista con la televisione canadese CBC, ad Hansen è stato chiesto se lui riteneva possibile che tra le fila dei 9 mila palestinesi che lavorano per l’UNRWA ci potessero essere dei militanti di Hamas.

“Certo che ce ne sono”, ha risposto candidamente il danese, “Hamas è un partito politico e non tutti i suoi iscritti militano nella lotta armata. L’UNRWA non fa discriminazioni politiche, quindi l’appartenenza ad un partito qualsiasi non è per noi un valido motivo per escludere qualcuno”.

Solo che Hamas non è esattamente un partito qualsiasi, almeno per gli Usa, tanto che hanno inserito il movimento palestinese nella lista delle organizzazioni terroristiche. Annan ha disposto l’invio in Palestina di una squadra d’investigatori dell’Onu che si occuperà d’indagare sulle eventuali connivenze tra UNRWA e Hamas, ma ha anche ribadito che “qualunque sia il risultato delle indagini, resta il fatto che l’esercito israeliano sta facendo un uso spropositato della forza”.

Christian Elia

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